L’aquila agguantò la zucca, la strinse tra i suoi artigli e spiccò il volo verso il regno celeste. Dapprima la zucca si credette felice ma, quasi subito, avvertì un poco di nausea e un principio di malessere.
E il malessere via via andò aggravandosi, fino a trasformarsi in acuta sofferenza, spasimo e insopportabile vertigine.
La zucca capì, finalmente, che la sua esistenza stava spezzandosi, tanto aveva voluto raggiungere quelle altezze.
— Ho bisogno di affondar le radici nella terra — disse all’aquila, in volo. — Ti prego, amica mia, riportami giù.
Ma l’aquila perdette la pazienza.
— Che sciocca, sei! Credi che io sia ai tuoi ordini? — Adesso vai, incontra il destino che hai scelto da te!
La zucca venne lanciata giù, dispersa nel vento, finché Tomar, il vecchio dell’aria, la prese, la osservò acutamente e si fece venire un’idea…
— Diamine, posso farne una lampada! —.
Allora vuotò per bene la zucca – ormai andata – e applicò al suo interno una bella candelina lucente.
Così la poveretta, perdute le sue radici, di lì in avanti avrebbe illuminato il cielo nei panni di una grande lanterna: Tomar la appese alla volta celeste e fu così che nacque la luna.
La stagione autunnale, nondimeno il periodo degli spiriti e dei morti, è uno dei momenti dell'anno più affini a far riaffiorare la memoria di antenate e antenati. Questi ultimi (è risaputo) rappresentano le nostre radici, ossia l'aspetto di ognuna e ognuno più puro e vero. Ciò è visibile nelle molte tradizioni che hanno concepito questo periodo come un varco, un passaggio verso una dimensione altra abitata da defunti e altre entità sottili di una moltitudine di nature, che pure si riversa nel nostro mondo, nel luogo della casa dove siamo pronte e pronti ad attenderne la visita, affinché la memoria del fuoco non cessi e lo sciame di ave e avi scorra libero e si nutra della nostra offerta di comunione, anche di cibo e bevande.
Un tempo (fin dal neolitico e con tutta probabilità da una usanza originatasi in Anatolia e diffusasi anche nel Sud Italia fino al Nord dell'Europa) i morti venivano inumati sotto le case, nella area corrispondente al focolare domestico, luogo del potere e della “colazione” quotidiana della famiglia. Le antenate e gli antenati stavano sottoterra, sotto i piedi di chi ne aveva memoria, da lì avevano accesso a un regno che era al contempo oltretomba e aldilà celeste, che potevano visitare passando per la canna del camino (motivo che vive ancora nella leggenda della Befana).
Accendere il fuoco e stare coi propri morti, ben radicate alla terra umida sotto, pregna del mistero che da vita a piante, fiori e frutti, è la più importante attività da svolgere adesso, in un patto di serena assonanza tra sé e la memoria atavica che vive dentro.
Sarà meglio non fare come la zucca della leggenda, quindi, che sentì la mancanza e la necessità delle sue radici quando ormai fu troppo tardi (sebbene il dono della luce, alla fine, riscattò le sue pene).
Bibliografia
Leggenda popolare jugoslava, tratta da Enciclopedia della Fiaba a cura di Ferdinando Palazzi, fiabe e leggende dell'Europa Orientale, Casa Editrice Giuseppe Principato (Milano-Messina 1953), Fiabe e leggende balcaniche pp. 607-608
Diritti
Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti fotografie: Pinterest di artisti/e ignoti/e
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