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Quando giunsero all’alfabeto: — Questa scienza, o re — disse Theuth — renderà gli Egiziani più sapienti e arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina per la scienza e la memoria —.
E il re rispose: — O ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingegnerà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di sé stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei; ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti —.
Platone, Fedro, Classici della Filosofia con testo a fronte, Editori Laterza, p.117, 2019
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Capita spesso di sentir dire quanta importanza abbiano le parole: è un monito abbastanza ovvio, per chi vive con esse e in esse vive, praticamente da sempre, eppure in molti ne ignorano ancora il significato profondo, ciò che lo precede, ovvero ciò che sta prima della parola.
Quando si comunica un pensiero (ovvero la forma che un sentire abbastanza ripetuto assume dentro) attraverso la parola pronunciata o scritta, si riveste senza dubbio una importante responsabilità, ma in realtà anche la forma pensata o ancor prima sentita dentro, ha potere e agisce su piani sottili che possono interferire nella vita quotidiana e nelle relazioni con sé e con le altre e gli altri, molto più velocemente di quanto impiega la parola proncunciata o scritta.
Una massima attribuita alla medium Maria Orsitsch (in realtà tratta dalla Rigveda), recita in tedesco “Das Schnellste von allem was fliegt ist der Gedanke” con il significato di "Il più veloce in volo su tutti gli altri è il pensiero”, ovvero con il senso di “Al di sopra di tutto è il potere del pensiero” o ancora si potrebbe intendere che ogni cosa ha origine nel pensiero.
La capacità di elaborare quel blocco fugace, quella ispirazione improvvisa e darle forma, infondendola come una sostanza argentea nella parola scritta (in modo che le sia fedele il più possibile) è ciò che da vita e incanto alle parole, ciò che le accende e le fa brillare, mettendo loro le famigerate ali(1).
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Ogni parola offerta, così la sua “medicina”, viene recepita da chi la riceve, in dono, attraverso il filtro che gli/le appartiene.
Lo sguardo di chi osserva, di colui o colei in cui irrompe la parola – talvolta come un fulmine – trae significato e vantaggio (o svantaggio) in base alla propria lente, al proprio filtro sia linguistico che morale, religioso, culturale e non ultimo per importanza emotivo.
Spesso non si è preparati, davanti a questo “veleno” che è la parola, altresì la sua medicina non sempre sortisce l'effetto che si avrebbe voluto in chi la assume.
Non c’è cura per coloro che vogliono vedere quello che vogliono nella parola donata, non c’è medicina adatta a chi non è pronta o pronto a riceverla.
Non è possibile insegnare alcunché, dopotutto.
Il solo potere che la parola ha, di “estrarre” dall’interlocutore ciò che vorrebbe (e quindi di strigarlo(2)), è attraverso un processo di reminiscenza, in relazione a ciò che in quantità, almeno infinitesimale, in lui o in lei già c’è.
Ciò che non c’è, non può essere creato, e quindi neppure estratto dall'interlocutore.
La parola può seminare e quindi sollecitare un sapere solo se almeno in minima parte quella radice è già esistente in chi legge.
Allora le parole, anche quando mosse dalla più pura delle ispirazioni, saranno veleno nelle vene di chi legge e sovente distorce, le viola del loro originario sembiante.
Veleno, dal latino “vènenum”, forse affine a Venus, Venere e dunque concepito in quanto filtro amoroso alla pari del “pharmakon” greco, ab origine non ebbe una accezione negativa, ma stava a indicare ogni sostanza (specialmente liquida) «capace per la sua forza penetrante di mutare la proprietà naturale di una materia».
Per delineare il succo tossico, i Latini aggiunsero, a veleno, la connotazione di “malum”, ossia il significato di malefico, nocivo, che nel tempo è diventato sinonimo di velenoso. Eppure, esistono veleni che non sono malefici, non per tutte e tutti. Si avrà notato che l’effetto della somministrazione di un farmaco, ad esempio, varia più a seconda delle caratteristiche peculiari del soggetto che ne riceve il principio attivo che in base alla natura del veleno stesso (fermo restando che alcuni veleni sono tossici oggettivamente, e nessuna delle speculazioni qui scritte invita ad assumere sostanze risaputamente dannose).
Forse questa stessa natura ambivalente appartiene alle parole: di per sé sono veleni – nel senso più antico del termine – filtri che sortiscono effetti trasformativi, più influenzati dalla tela interiore di chi le riceve che da colei o colui che le pensa, scrive, partorisce, destina.
Forse è chi le legge ad attribuire loro un significato nocivo, velenoso nel senso più comune del termine.
Questo chiarifica, ancor meglio, la immensa responsabilità e il gravido potere che possiede chi lavora con la parola o utilizza questo mezzo a scopo magico e atto a modellare la realtà, sia interna che esterna.
Il primo piano su cui agire, allora, prima di farsi datori o datrici della parola (presumibilmente) sacra, elevata, ispirata, è la propria stessa tela, che dovrebbe essere tersa, libera.
Solo così le immagini sussurranti che abitano nel profondo, il pensiero che ne consegue e le parole che scegliamo per portarle nel mondo , saranno veramente allineate alla magia antica che pretendiamo di incarnare.
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“Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit”.
“Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.
Paracelso, alchimista svizzero (1493-1541)
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*Etimologie da Dizionario Etimologico Francesco Bonomi
(1) Parole alate è una locuzione della lingua italiana introdotta da Omero, che ripete l'espressione centoventiquattro volte tra l'Iliade e l'Odissea. La locuzione concerne parole sublimi, nobili, dettate dall'anima.
(2) (...) Secondo Raven Grimassi, noto per aver dato voce alle radici della Stregheria Italiana in America (sulle tracce di Leo Martello e basandosi sui contenuti del Vangelo delle Streghe di Leland) la prima parola per indicare una strega potrebbe avere radici nel greco antico pharmakis, che significa “erborista che prepara pozioni”, oppure nell'italiano “strigare” che significa “estrarre”, una pratica non dissimile da quella che svolgeva Socrate, paragonato da Platone a una torpedine marina per via della sua capacità di intorpidire chiunque al quale parlasse, estraendo dall'anima dell'interlocutore una conoscenza innata, basata sulla reminiscenza dell'anima. Alla stregua di sua madre, che svolgeva l'arte ostetrica e che il filosofo considerò la sua più grande insegnante, è noto poiché faceva “partorire le anime”. In virtù di questo potrebbe essere considerato come una delle prime streghe aventi praticato l'innato potere della parola.
Per approfondire: Streghe, Dee, Befane, Donne e Valchirie: alle origini della Stregoneria e la Vecchia Religione nell'Europa Antica e Occidentale
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Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.

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