Askeladden e Askepot. La Cenerentola nordica
La figura di Askeladden – l’“AshLad” delle fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e J. Moe – incarna l’archetipo dell’umile che custodisce il fuoco vitale, niente meno il più piccolo dei fratelli, disprezzato ma destinato alla rivelazione di un destino luminoso. Il nome Askeladden deriva da aske, “cenere”, e ladd, “giovanotto”, voce affine all’inglese lad. Prima che gli autori ne fissassero la forma letteraria nel XIX secolo, la tradizione orale impiegava varianti più arcaiche come “Askefis” o “Oskefisen”, dal significato di “colui che soffia sulle braci per ravvivare il fuoco”. In queste, aske significa “cenere” e fis/fisen indica con tutta probabilità il “soffio”. Nella prima edizione delle Norske Folkeeventyr (1843), Asbjørnsen impiegò anche la forma “Askepot”, che in norvegese designa la nostra Cenerentola. Askepot unisce altresì aske, “cenere”, e il basso tedesco poten, ossia “rovistare nella terra”, con il senso di “colei che rovista tra le ceneri”. La forma tedesca parallela “Aschenputtel”, da Asche, “cenere” e Puttel/Puddel, “ragazza disordinata o sporca”, corrisponde semanticamente ancora all’inglese Cinderella, “fanciulla della cenere”. Il filologo inglese George Webbe Dasent riconobbe l’esistenza di equivalenti scozzesi pressoché identici nel significato: “Ashiepattie”, “Ashypet” e “Assiepet” – termini dialettali che designano una “ragazza trascurata o sporca”, “colei impiegata nei lavori più umili della cucina” o “una piccola creatura sempre imbrattata di cenere”. Queste varianti attestano la comune radice semantica tra le figure del fanciullo o della fanciulla “della cenere” nell’area scandinava e britannica. Dal punto di vista sombolico, Askeladden incarna – almeno secondo il mio sentire – la medesima fiamma della custode del fuoco presente in quasi ogni tradizione precristiana dell’Europa: per citarne alcune, la fuligginosa Perchta (niente meno la Befana), Frau Holle, Santa Lucia – la quale, in effetti, nel suo aspetto luciferino è la giovane bambina incoronata di candele, e ancora le vestali, antiche guardiane del fuoco sacro – le sacerdotesse di Brigid/Dana il cui culto del fuoco perpetuo sopravviveva presso il monastero di Kildare, in Irlanda. Si narra infatti che la fiamma sacra di Brigid ardesse ininterrottamente finché non fu spenta dai Normanni. A ogni modo, dietro l’apparente “inettitudine” attribuita al personaggio, Askepot è guardiana della sopravvivenza, fanciulla che trasforma la cenere in luce, colei che mette le mani nella morte per trarne vita, evocando altresì il potere della defunta madre. Così, nel suo respiro, si confondono il soffio delle antiche divinità del focolare di origine neolitica, e la voce nascosta della rinascita che dalle ceneri si rifà fiamma.
Rodopi la Cenerentola Egiziana
Elementi di folclore comparato
Riconosciamo qui un chiaro sincretismo – nella venerazione
del fuoco e la simbologia della cenere – tra il personaggio del folklore
nordico e, per così dire, la Cenerentola egizia.
Secondo alcune fonti, la versione più antica di Cenerentola
apparterrebbe infatti alla tradizione egiziana. La figura di “Rhodopis”,
menzionata da Erodoto, Strabone e Claudio Eliano, rappresenta con tutta
probabilità il più remoto archetipo letterario della fiaba: una donna umile
che, per un segno divino, viene innalzata alla regalità.
In Erodoto (Herodotus,
Hist. II.134 – 135), Rhodopis è una etera
tracia condotta in Egitto durante il regno del faraone Amasis (XXVI dinastia,
570 – 526 a.C.). Fu schiava di Iadmon di Samo – lo stesso padrone del favolista
Esopo – e venne riscattata da Carasso di Mitilene, fratello della poetessa
Saffo. Rimasta a Naucrati, accumulò ricchezze e offrì a Delfi spiedi di ferro
come voto ad Apollo. In Erodoto si tratta quindi di un personaggio storico o
semileggendario, non ancora mitizzato.
Sarà Strabone, nella sua Geografia (XVII.1.33), a raccontare
di una cortigiana di nome “Rhodopis”, (chiamata da Saffo “Doricha” e amata dal
fratello Carasso). Mentre si bagnava, un’aquila le rubò un sandalo e lo lasciò
cadere sul grembo del faraone Psammetico, che, colpito dal prodigio, ordinò che
la donna fosse cercata in tutto l’Egitto e la sposò.
Questo episodio costituisce il più antico archetipo del
motivo della scarpetta e del riscatto divino, temi centrali della fiaba di
Cenerentola.
Claudio Eliano, nella Varia Historia (XIII.33), riprende il
racconto e vi aggiunge la mano del destino: è la dea Tyche, la Fortuna, a
guidare l’evento, premiando la più bella delle cortigiane.
Nei frammenti di Saffo (5 e 15), la poetessa invoca Afrodite
(Cipride) e le Nereidi perché proteggano il fratello durante un viaggio per
mare e lo riportino a casa salvo.
I versi superstiti non menzionano Doricha, ma la tradizione
antica – in particolare Ateneo di Naucrati (Deipnosophistae XIII 596 b–e) –
racconta che il fratello di Saffo era legato a una cortigiana di Naucrati,
identificata con Doricha, poi confusa con Rhodopis.
Sulla base di questa lettura biografica, gli studiosi hanno
collegato la preghiera per il fratello (fr. 5) alla maledizione contro Doricha
(fr. 15), interpretando l’invocazione ad Afrodite come un modo per proteggere
Carasso da un amore pericoloso.
Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi filologica e non di un
dato esplicito nei versi: nei testi conservati Saffo parla solo del fratello e
di Afrodite, non della donna rivale.
Così, per via indiretta, la figura di Doricha si intreccia
al culto di Afrodite: la donna amata diventa riflesso della dea, simbolo di
seduzione, devozione e potere redentivo dell’amore.
Il nome Rhodōpis (Ῥοδῶπις)), dal greco rhodon, (ῥόδον), “rosa” e ops (ὄψ), “volto”, “sguardo”,
significa letteralmente “dal volto di rosa” o “colei dal viso di rosa” – un
epiteto che evoca grazia, giovinezza e splendore.
Su questa base storica si innesta la leggenda e –
accogliendo le mie suggestioni personali – essa può essere letta come eco di
una tradizione più arcaica, in cui la “fanciulla della cenere” rientra in quello
“strascico di dee” e entità femminili custodi del fuoco sacro.
D’altra parte, l’aquila che ruba il sandalo potrebbe allora
rimandare a Iside, la “dea uccello” dell’Antico Egitto, o alla Freya/Frigg –
proveniente dalla Frigia e forse secondariamente entrata a far parte esclusivamente
del Phanteon eddico – nel suo famoso travestimento di falco.
In questa chiave, Rhodopis appare come psicopompo fra il
mondo degli spiriti e quello dei vivi.
La Cenerentola dei Fratelli Grimm
Nella prima edizione integrale del 1812-1815 della fiaba di
Cenerentola raccolta dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, non v’è fatta
menzione alcuna di una zucca. Vengono, piuttosto, citati alcuni legumi, tra cui
lenticchie, piselli e fave; che la povera fanciulla dal vestito cinereo era
costretta a pulire per le sorellastre invidiose; al posto della Fata Madrina,
c’è una personificazione dell’aiutante magico nelle due colombine bianche che
la guidano e la aiutano con le faccende, facendole sbirciare il castello del
principe dalla loro colombaia.
Non solo, l’alberello piantato da Cenerentola e da suo padre
molto tempo prima, alla morte della cara madre – un nocciolo – ha
dei poteri magici ed è scuotendolo, che apparirebbe un uccellino bianco a
esaudire i desideri della fanciulla (questo elemento emerge nella versione
delle fiabe del focolare Torino, 1951,1,21). Nel testo a cura di Camilla
Miglio (1812-1815), Tutte le Fiabe dei Grimm, è invece sotto consiglio
delle colombe, che la fanciulla della cenere ottiene abiti, carrozza e cavalli
magici.
A ogni modo, il nocciolo sopraddetto su cui svolazzava il bianco uccellino che esaudiva i desideri di Cenerentola, “non è soltanto una
pianta, ma la vegetale presenza di una dea, come conferma la fiaba il ruolo
delle colombe che intervengono più volte per smascherare i raggiri delle
sorellastre e infine per punirle”.
“Piantina, scuotiti, scrollati,
d’oro e d’argento coprimi”. (1)
Elementi di alchimia
Nella fiaba dei Grimm i balli a corte sarebbero tre, e solo
al terzo ballo Cenerentola avrebbe calzari d’oro, mentre nel secondo erano d’argento, e nel primo trapuntate di
argento e seta.
Ciò potrebbe alludere alle fasi alchemiche
dell’estrazione dell’oro, dove Cenerentola attraverserebbe il tipico processo
di individuazione dell’aurum non vulgi – l’oro non comune, che vive nel
cuore delle fanciulle di buoni sentimenti – motivo tipico della letteratura
junghiana, della alchimia di dietrologia vedica, e del folclore
germanico e celto-alpino legato a Frau Holle e Berchta, nondimeno la Befana
italica.
Non solo, se non v’è
traccia di una fata madrina, nella versione dei Grimm, la presenza delle
colombe potrebbe essere reminiscenza delle dee uccello, chiaramente preposte al destino, tipiche della
Antica Europa, come Iside – e in effetti abbiamo visto un legame della fiaba
con l’Egitto – come Ishtar, e anche come Freya (si ricorda,
originaria dell’Assua/Asia) nel suo aspetto di falco.
Fra latro, le sorellastre di Cenerentola nella versione dei
Grimm cospargerebbero la scalinata del reame del principe di pece ed è
per questo che la sua scarpetta – d’oro, non di cristallo come si crede –
sarebbe rimasta appiccicata staccandosi dal suo “piccolo piedino”, come
menzionato dai due Grimm.
Ed è proprio la pece a portarci sulla rotta di un altro
racconto ancora, nondimeno di “un’altra Cenerentola”.
Gold Mary e Pitch Mary
La fanciulla d'oro e la fanciulla di pece
La pece, nella dicotomia con l’oro, ricorda – e prova
quanto detto sopra, ovvero che questa fiaba è intrisa della reminiscenza di
Dama Bianca e del suo strascico di Dee filatrici nordiche e preindoeuropee, che
sono le stesse coinvolte nelle origini della marcia selvaggia capitanata da
Perchta – la fiaba di Frau Holle, presente nella medesima raccolta dei
Grimm a mia disposizione e indicata in calce, e conosciuta anche nella versione
“Gold Mary & Pitch Mary” – la bambina d’oro e la bambina di pece –
nel prezioso libro “Goddess Holle, In
search of a Germanic goddess” (GardenStone), dove le due fanciulle a
servizio di Madre Hulda finirebbero per essere ricoperte una d’oro (come
Cenerentola) e una di pece (il personaggio delle avide sorellastre, nonché la
pece che nella fiaba di Perrault tratterrebbe la scarpetta di vetro di
Cenerentola appiccicata alla scalinata del palazzo), la prima per la sua
gentilezza e buona volontà, la seconda per la sua pigrizia e prepotenza.
Cendrillon, la Cenerentola di Charles Perrault
Nel racconto integrale tramandato da Perrault,
antecedente a quello dei Grimm, dato che visse prima, più simile per certi
versi alla versione “Disneyana” dove non ci sono uccelli né alberi fatati ma
topi e lucertole, il nome attribuito a sfregio della povera fanciulla della
cenere era Cul-cendron, letteralmente “cul-di ceneri”. Qui appaiono sia
la Fata Madrina in carne ed ossa (nei Grimm nascosta nel nocciolo e nelle
colombelle, e nella Rodopi egiziana nell'aquila di Osiride/Iside) che la zucca.
Il vestito di Cenerentola era smerigliato, intessuto d’oro e
d’argento insieme e le scarpette erano di vetro – né di cristallo, né
d’argento né d’oro come accade nei Grimm.
Inoltre, qui, Cenerentola avrebbe donato “arance e limoni”
alle sorellastre durante il ballo.
La fanciulla viene paragonata a Perrault a una delicata e
veloce cerbiatta, che ricorda la nostra devozione alla Diana preindoeuropea del
culto lunare, abile nella fuga della mezzanotte.
Cenerentola, la Fata Madrina e la Zucca mercuriale
Frammenti dalla visione di Marie Cachet
Premessa
Marie Cachet – studiosa della cultura ancestrale dell'Europa
– ci ha donato una eccezionale chiave di lettura di “Cendrillon” – da cendrè
che significa cenere – che ho tradotto dal francese dal suo libro “Le Secret de
L'Ourse”, dove l’autrice si è occupata di dare voce a particolari della fiaba
fino a ora sfuggiti o misconosciuti.
S’intende che il suo studio è basato sulla fusione tra le
conoscenze tramandate oralmente e la fiaba di Perrault, che l'autrice pertinentemente analizza.
Estratti dal brano, traduzione dal francese di Claudia Rosaspina Simone.
(...) Inoltrandoci più specificatamente nei simboli
dell'Autunno, e in quelli della Festa di Halloween, prendiamo in esame la parte
della fiaba di Cenerentola dedicata alla trasformazione della zucca in
carrozza. Per questo Halloween, vi consiglio di svuotare una vera zucca, poiché
la luce che da essa trasparirà, ed i filamenti interni che risplendono
attraverso di essa, vi sorprenderanno, se avete già assistito a un filmato che
riproduce l'interno del ventre di una madre quando il feto è ancorato ad esso.
La somiglianza di questa immagine, infatti, è davvero suggestiva.
Questa è, in effetti, un'immagine del ventre femminile. La
scienza concreta ed esplicativa dei nostri antenati permetteva, attraverso
l'immagine della “zucca infuocata”, di insegnare ai bambini cose che, in
seguito, abbiamo impartito servendoci di film e cartoni animati. Cenerentola,
si chiamava così poiché viveva al cospetto delle ceneri, come “Askeladen”
(Aske=Cenere) nei racconti nordici si occupava di riaccendere sempre un fuoco
caldo e vivo nel braciere a cui presiedeva. Le zucche, in effetti, sono fatte di
un materiale naturalmente isolante, e mantengono le braci calde molto a lungo;
in questo modo, la cenere diventa simbolo naturale della tomba, e le braci,
rappresentano invece il corpo dell'individuo “morto”, ma ancora vicino alla
vita, grazie al soffio vitale intrappolato nella zucca.
(...)Cenerentola portò alla Madrina la più bella che trovò, e ciò denota che nella fiaba è autunno, ma non è specificata la varietà di
zucca (che a ogni modo potrebbe essere la legenaria siceraria portata
dai Fenici ben prima delle importazioni della dall'America della cucurbita
maxima nel 400). La sua Madrina la scavò – come si fa per Halloween – e,
lasciata solo la corteccia, la colpì con la sua bacchetta magica, e la zucca fu
presto trasformata in una bella carrozza tutta d'oro.
Poi andò alla trappola per topi, dove trovò i sei topolini
che servivano alla Madrina, e disse a Cenerentola di sollevare lievemente
lo sportellino, e quando furono liberi diede loro un colpo di bacchetta e i
topolini si trasformarono magicamente in sei bellissimi cavalli.
A questo punto, c'era una bella squadra di sei cavalli di un
bel grigio topo pezzato. La Fata, nonché l'Ape, è la responsabile di tutte le
metamorfosi della natura, lei trasforma gli elementi (i fiori in frutti), ed è
responsabile, al contempo, della preparazione in assoluto più preziosa che
esista: il miele, al contempo buono e medicamentoso. Il vero miele, estratto
dai fiori, non già dallo zucchero dato alle api, ha la magica proprietà di
guarire, cicatrizzare e disinfettare, e non finisce qui. Questo permette anche
alle api di nutrirsi ed è importante specialmente in inverno.
Presto detto, il miele rappresenta, dopo il vino, il
nutrimento simbolico ideale da offrire ai defunti. Come il vino rappresenta il
sangue, il miele rappresenta il nutrimento stesso, soprattutto per il feto.
Poiché le api (le Fate) hanno il potere di trasformare la natura, non v'è da
meravigliarsi che la Fata Madrina – incarnazione antropomorfa dell'ape, secondo
la Cachet – sia in grado di trasformare una zucca in carrozza e i topi in
cavalli, con le loro bacchette magiche che, in verità, stanno a simboleggiare
il pungiglione. Da notare anche che gli animali trasformati sono animali di
natura sotterranea, come ratti e lucertole, dunque familiari alla natura delle
tombe, partecipi di una realtà funerea, in animali vivi, di natura solare, come
i cavalli e i cervi.
(...) La sua Madrina non fece che toccarla con la sua
bacchetta e le sue vesti in brevissimo tempo si trasformarono in abiti dai
drappi d'oro e d'argento, tutti imperlati di pietre preziose, e le donò anche
un paio di scarpette di vetro, le più graziose al mondo.
Quando fu pronta, montò sulla carrozza, ma la Madrina le
raccomandò al di sopra di tutto di non oltrepassare la mezzanotte e l'avvertì
che se fosse rimasta al ballo un minuto di più, la sua carrozza sarebbe
ritornata ad essere una semplice zucca, i sei cavalli topi, e i valletti
lucertole, e il suo abito sarebbe tornato alle sue sembianze originali.
Da qui si denota la natura del sogno. In questo caso, si
tratta anche di un viaggio che il Principe fa nel regno sotterraneo, per mezzo
di Cenerentola che, in questo modo di vedere le cose, assurge a ruolo di
mediatrice divina fra il Principe e l'altro mondo.
Cenerentola, pertanto, oltre ad essere lei stessa
trasportata nell' “utero-zucca”, verso la sua rinascita, incarna anche un ruolo mercuriale, poiché è responsabile del viaggio del Principe che,
attraverso il loro incontro, verrà destato dall'obliò del mondo dei valori
dell'alta società – fasulli e ingannevoli, dediti al falso oro del volgo – per
spalancare lo sguardo a una visione più profonda, femminile, eterna, che si
può trovare solo “oltre il velo delle apparenze”, perfetta metafora per la
notte in cui il mondo dei morti e quello dei vivi si incrociano. Cenerentola è
una porta sul mondo ultraterreno, una meravigliosa possibilità di contatto con
una realtà più pura e vera, ed il principe, per mezzo di Lei, potrà visitarlo,
naturalmente nella notte di Halloween…!
(…) La zucca, qui, è inequivocabilmente il simbolo
dell'utero. E la luce al suo interno, come abbiamo già menzionato, è la stessa
che sembra trasparire dal ventre dentro cui è ancorato un piccolo feto, i
filamenti all'interno della zucca ricordano i filamenti che dall'utero nutrono
il feto. Il colore è di un rosso arancio, e soprattutto, la zucca è una carrozza
perché, esattamente come nella fiaba accompagna Cenerentola al ballo –
accogliendola dentro di sé, come fosse ella stessa un feto, un'anima che si
muove, per mezzo dell'utero/zucca verso la propria rinascita – trasporta i semi
(il feto) verso il tempo dell'inverno, proteggendoli, curandosi di loro.
Di fatto, provare per credere, se una zucca viene lasciata
all'aperto, resterà intatta nonostante il gelo dell'inverno, ed allora si
ammorbidirà gradualmente, perché, attraverso l'umidità, si distruggerà liberando
i semi, che con tutto il loro potere fertilizzante naturale, germoglieranno a
primavera, con l'arrivo del Sole, dell'energia vitale.
(…) Se nelle zucche vengono intagliati volti spaventosi,
questo sta a simboleggiare gli antenati, nonché i morti, che nella notte di
Halloween le abitano, ricordando la forma dei crani dei teschi, mentre
l'accendervi la luce all'interno, simboleggia l'energia vitale che
letteralmente ne rianima il volto – cosicché questi possano riunirsi a noi.
Secondo l'autrice, infine, Samhain non significherebbe solo assemblea, ma anche sciame: uno sciame di antenate/i. (2)
La zucca
Note storiche
C. Perrault ha vissuto tra il 1628 e il 1703, pertanto la
zucca coinvolta avrebbe potuto essere la cucurbita maxima, importata in Europa
dall'America dopo il 1400, purtuttavia furono già i Fenici a portare la legenaria
siceraria in Italia. Perciò non è dato sapere a che tipo di zucca la Cachet
faccia riferimento, certo il significato simbolico delle riflessioni non perde potere.
Cerridwen, Rhiannon e Cenerentola
Il mito della cerca e il calderone della trasformazione
Nella interpretazione di Marie Cachet la zucca, come il
mitico Sampo della mitologia baltofinnica e come il Graal del ciclo arturiano, ma anche come cornucopia inesauribile di abbondanza (attributo delle antiche
madri del raccolto) avrebbe rappresentato nella fiaba di Cenerentola la
carrozza, ovvero il calderone della trasformazione e della rinascita.
Nel mito celtico è attribuito alla Cerridwen e,
dopotutto, nella Cenerentola che fugge dal palazzo, scendendo la scalinata e
lasciando indietro la preziosa scarpetta, si potrebbe vedere una reminiscenza
della dea Rhiannon (Rigantona) che, nel primo ramo dei Mabinogion,
appare nelle sembianze di una giumenta bianca, risultando a lungo inafferrabile
all'eroe Pwyll. Ciò supporrebbe – secondo una personale suggestione –
che il “mito dell'irraggiungibilità”, ovvero della cerca che emerge in
Cenerentola, è stato mantenuto intatto dai celti rispetto a una epoca
antecedente, dato che il culto del cavallo in Britannia secondo Graves R. risale
ad epoca preistorica ed è rintracciabile anche nel mito delle Tre Epone,
che altro non sono che un volto della trinità lunare della Grande Madre
venerata nell'Europa pre-agricola, menzionata nelle scritture di Murray M., evocato anche nel culto di Erodiade/Diana.
Frattanto, Frazer ci ricorda che gli uccelli di Rhiannon
sono anche le sirene che altro non sono che le madri uccello dell'Europa
ed Asia antica che rivivono nelle dee che fino ad ora abbiamo accostato alla
fata madrina, lungo questo bell'excursus.
Gli uccelli che soccorrono Cenerentola, dopotutto, sono un
topos presente in tutte e tre le versioni qui discusse, a prova che la fiaba
affondi le sue radici nelle reminiscenze che si hanno delle madri
preistoriche...
In ogni modo è la zucca, nella fiaba di Cenerentola, la
carrozza per quel mondo altro, di cui gli antichi ebbero visione e che,
forse, nei giorni dedicati a spiriti e morti, dalle usanze di novembre degli egizi, al Samhain celtico e in generale nei periodi in cui si discende
nella oscurità di una dimensione altra (ad esempio nelle Dodici Notti che
intercorrono tra il Natale e l'Epifania che segnano la sacra energia sospesa
di Yuletide) è veramente possibile varcare.
Fiabe integrali a confronto
Cenerentola, tratta da Jacob e Wilhelm Grimm
Tutte le Fiabe: Prima Edizione Integrale 1812–1815. A cura di Camilla Miglio, Casa Editrice Donzelli, pp. 97–107.
C'era una volta un uomo ricco, che per tanti anni visse
felice con sua moglie, e avevano un'unica bambina. Ma la moglie s'ammalò, e sul
letto di morte chiamò la figlia e le disse: — Mia cara bambina, devo
lasciarti, ma quando sarò in cielo veglierò sempre su di te; tu pianta un
alberello sulla mia tomba, e se desideri qualcosa scuotilo e la otterrai, e se
ti trovi in difficoltà ti manderò aiuto, tu pensa solo a restare devota e buona.
Detto questo, chiuse gli occhi e morì; la bambina pianse, e
piantò un alberello di nocciolo sulla tomba e non ebbe mai bisogno di portare
acqua fin là per annaffiarlo, ché bastavano le sue lacrime. La neve coprì con
un lenzuolino bianco la tomba della madre, e quando il sole si sollevò, e
l’alberello si fece verde per la seconda volta, l’uomo riprese moglie. La
matrigna però aveva due figlie dal primo marito, belle d’aspetto, ma superbe,
arroganti e cattive di cuore.
Celebrato il matrimonio, e sistemare che si furono le tre
donne in casa, per la povera bambina cominciarono tempi duri. — Cosa combina
quella brutta fannullona in giro per le camere – diceva la matrigna, – via!
Subito in cucina, se vuole mangiare il suo tozzo di pane se lo deve guadagnare,
può lavorare per noi come domestica.
E così le sorellastre le strapparono via i vestiti e le
fecero indossare una vecchia sottana grigia: — Questa sì che va bene per te!
—, dicevano, e deridendola la trascinavano in cucina.
E lì per la povera bambina c’erano solo lavori pesanti:
alzarsi prima di giorno, andare a prendere l’acqua, accendere il fuoco,
cucinare e lavare, e poi le sorellastre riattizzavano di continuo il dolore che
le bruciava il cuore, la prendevano in giro, spargevano lenticchie e piselli
nella cenere, così lei doveva stare tutto il giorno lì a raccoglierli uno ad
uno.
A sera, stanca, non aveva un letto, e doveva coricarsi nella
cenere accanto al camino. E siccome sedeva sempre tra cenere e polvere e pareva
sporca, la chiamarono Cenerentola. Una volta il re annunciò un ballo che con
grande sfarzo doveva durare tre giorni, e lì il principe suo figlio doveva
scegliersi una consorte. Furono invitate anche le due sorelle superbe. — Cenerentola
— dicevano — vieni su da noi, pettinaci i capelli, spazzolaci le scarpe e
allacciale ben strette, ché andiamo al ballo del principe.
Cenerentola si dava da fare e le faceva belle più che
poteva, ma loro continuavano a insultarla, e una volta pronte, le chiesero
beffarde: — Cenerentola, ti piacerebbe venire con noi al ballo, vero?.
— Eh sì, ma come faccio ad andarci, non ho vestiti.
— No — disse la maggiore — ci mancherebbe solo che
ti facessi vedere lassù, dovremmo vergognarci se la gente venisse a sapere che
sei nostra sorella; il tuo posto è in cucina, c’è una ciotola di lenticchie
tutta per te, e quando torniamo devono essere tutte pulite e scelte, e guardati
bene da lasciarne una guasta nel piatto, o saranno guai.
E detto questo se ne andarono; Cenerentola rimase lì e le
seguiva con lo sguardo, e come se non dovesse vedere più niente nella vita se
ne andò triste in cucina, e rovesciò le lenticchie sul focolare, che erano un
mucchio grande grande. — Ah — disse intanto e sospirava — devo stare
qui a mondare lenticchie fino a mezzanotte e non posso certo chiudere gli
occhi, anche se mi fanno tanto male, ah! Se lo sapesse mia madre!.
E così s’inginocchiò, nella cenere del focolare, e stava per
cominciare il lavoro, quando due colombe bianche entrarono dalla finestra e si posarono
accanto alle lenticchie, sul camino; fecero un cenno con le testoline e
dissero: — Cenerentola, vuoi che ti aiutiamo a scegliere le lenticchie?.
— Sì – rispose Cenerentola – le cattive nel
gozzino, le buone nel pentolino.
E bec! Bec! Bec!
Cominciarono a beccare e mangiavano le cattive e lasciavano le buone. E in un
quarto d’ora le lenticchie erano così pulite e scelte, che non ce n’era nemmeno
una cattiva, e Cenerentola le poté versare tutte nel pentolino. Ma poi dissero
le colombe: — Cenerentola, vuoi vedere le tue sorelle ballare col principe?
Dai, sali sulla colombaia!.
Cenerentola le seguì fino all’ultimo gradino della scala,
poteva vedere fin dentro il salone, e vide le sorelle ballare col principe, e
mille luci brillavano e splendevano nei suoi occhi. Quando fu sazia di quella
vista, scese di nuovo, il suo cuore era pesante e stese nella cenere e si
addormentò. Il giorno dopo le due sorelle scesero in cucina, e quando videro
che Cenerentola aveva mondato e scelto le lenticchie s’arrabbiarono tanto,
perché avrebbero voluto maltrattarla, e dato che ora non potevano, cominciarono
a raccontare del ballo e dissero: — Cenerentola, il ballo è stato una
goduria; il principe, il più bello del mondo, ha ballato con noi, e una di noi
certamente lo sposerà.
— Sì – disse Cenerentola – ho visto.
— Ma come hai fatto? – chiese la maggiore. — Sono salita sulla
colombaia.
A queste parole la sorella fu presa dalla gelosia, e ordinò
di demolire immediatamente la colombaia. Cenerentola poi dovette di nuovo
pettinarle e farle belle; e la più giovane, disse: —Cenerentola, quando fa
buio puoi venire e guardare fuori dalla finestra!.
— No — disse la maggiore — questo la renderà solo
più pigra. Cenerentola, là c’è un sacco pieno di fave, separa le buone dalle
cattive e lavora sodo, e se domani non le avrai separate per bene, te le
rovescio nella cenere e patirai la fame finché non le avrai scelte e pulite
tutte quante.
Cenerentola si mise a sedere sconsolata al focolare e
rovesciò le fave. Subito arrivarono le colombe e le dissero dolcemente: — Cenerentola,
vuoi che ti scegliamo le fave?.
— Sì, le cattive nel gozzino le buone nel pentolino —.
Bec! Bec! Bec! E tutto fu così rapido, quasi che ci avessero lavorato dodici
mani. E quando ebbero finito, le colombe dissero: — Cenerentola, vuoi andare
anche tu alla festa e ballare?.
— Oh mio Dio – disse lei – e come faccio con
questi abiti tutti sporchi?.
— Vai all’alberello sulla tomba di tua madre, scuotilo ed
esprimi il desiderio di avere abiti nuovi, ma ritorna prima di mezzanotte.
E Cenerentola uscì, andò all’alberello, lo scosse e disse: —
Alberello, scrollati e scuotiti, e fai cadere su di me degli abiti!.
Non aveva fatto in tempo a parlare, che già erano pronti per
lei uno splendido abito d’argento, perle, calze di sera orlate d’argento,
scarpette d’argento e quanto occorreva. Cenerentola portò tutto in casa, e dopo
essersi ripulita e vestita: ecco, era bella come una rosa lavata dalla rugiada!
E quando fu sulla soglia, trovò una carrozza con sei cavalli
bardati e piumati e lacchè in livrea azzurro e argento che la aiutarono a
salire sul bordo, e via al galoppo, al castello del re. Ma ecco che il principe
vide la carrozza fermarsi davanti al portone, e pensò che stesse arrivando una
principessa forestiera. Perciò andò lui stesso in fondo alla scalinata, aiutò
Cenerentola a scendere dalla carrozza e la condusse nel salone.
Lo splendore delle migliaia di luci cadde su di lei, e lei
apparve così bella che tutti furono colti da meraviglia, mentre le sorelle
furono prese dalla rabbia, tanto era più bella di loro, anche se mai avrebbero
pensato a Cenerentola, che certamente stava a casa avvolta nella cenere. Ma il
principe ballava solo con cenerentola e le tributava onori reali. E pensava
anche tra sé: — Devo scegliere una moglie, e non desidero altri che questa.
Tanto tempo trascorso tra cenere e tristezza veniva ora
ripagato con splendore e gioia; ma quando fu mezzanotte, e prima che scoccasse
l’ora, lei si alzò, fece la sua riverenza, e per quanto il principe la pregasse
e ripregasse, non volle restare.
Allora il principe scese con lei, la carrozza era lì che
l’aspettava e ripartì in tutto il suo splendore, così com’era arrivata.
Quando Cenerentola fu a casa, tornò all’alberello sulla
tomba della madre: — Alberello, scrollati e scuotiti! E riprenditi questi
abiti!. L’albero si riprese gli abiti, e Cenerentola aveva di novo il suo
vecchio vestito cinerino, e con quello tornò, s’impolverò il viso e si mise a
dormire sulla cenere.
Al mattino arrivarono le sorelle, parevano stizzite e
stavano in silenzio. Disse Cenerentola: — Vi siete divertite tanto ieri
sera?.
— No, c’era una principessa, ha ballato quasi sempre lei
col principe, nessuno la conosceva e nessuno sapeva da dove venisse!.
— Per caso è quella arrivata nella splendida carrozza con
tiro a sei? — chiese Cenerentola.
— E tu che ne sai?.
— Ero sulla soglia di casa, e l’ho vista passare.
— D’ora in poi resta in casa a fare il tuo lavoro —
disse la maggiore, guardando male Cenerentola — Che devi fare sulla soglia?.
Per la terza volta a Cenerentola toccò far belle le sorelle,
e per premio ricevette una ciotola di piselli da scegliere e mondare. — E
non ti venga in mente di distrarti — disse pure la maggiore.
Cenerentola pensò: — Colombelle, non mancate — e il
cuore le batteva un pochino. Ma le colombe arrivarono come la sera prima e
dissero: — Cenerentola, vuoi che ti aiutiamo a scegliere i piselli?.
— Sì, i cattivi nel gozzino, i buoni nel pentolino! —.
Le colombe beccarono di nuovo i piselli cattivi e fecero presto, poi dissero: —
Cenerentola, scuoti l’alberello, ti farà cadere abiti ancor più belli; vai al
ballo ma attenta, dovrai tornare prima di mezzanotte.
Cenerentola andò: — Alberello, scrollati e scuotiti, e
fai cadere su di me begli abiti!.
E cadde un abito, ed era ancora più fastoso e splendido del
precedente, tutto d’oro e pietre preziose, con calze orlate d’oro e scarpette
d’oro; e quando Cenerentola fu vestita, brillava come il sole a mezzogiorno.
Davanti alla porta si fermò una carrozza con sei cavalli bianchi con alte e
bianche piume sul capo, e i lacchè erano abbigliati in rosso e oro.
Quando Cenerentola arrivò, il principe era già in cima alla
scala e la condusse nel salone. E se il giorno prima tutti erano stati già
presi da meraviglia per la sua bellezza, oggi la contemplavano ancor più
stupiti, mentre le sorelle se ne stavano in un angolo livide d’invidia, e se
avessero saputo che quella era la Cenerentola che a casa giaceva nella cenere,
sarebbero bell’e morte, d’invidia.
Ma ora il principe voleva sapere chi mai fosse quella principessa
forestiera, da dove venisse e dove fuggisse; perciò, aveva messo gente di
guardia lungo la strada; e inoltre, perché non corresse via così in fretta,
aveva fatto cospargere di pece la scalinata.
Cenerentola si mise a ballare e ballare col principe, era
felice e non pensava più alla mezzanotte. A un certo punto, nel bel mezzo di
una danza, sentì un rintocco, e solo allora le tornò in mente l’ammonimento
delle colombe: dallo spavento corse verso il portone e quasi volò per le scale;
ma siccome quelle erano cosparse di pece, una delle scarpette d’oro ci rimase
invischiata, e nell’affanno lei non pensò certo a riprenderla. Proprio
all’ultimo gradino la mezzanotte scoccò: carrozza e cavallo erano spariti e
Cenerentola rimase nel buio della strada coi suoi vestiti cinerini.
Il principe, che l’aveva inseguita, trovò la scarpetta d’oro
sulla scala, la staccò da terra e la sollevò, ma una volta arrivato giù, tutto
era scomparso; poi arrivarono anche quelli che aveva messo in guardia, e
dissero di non aver visto nulla.
Contenta che le cose non si fossero messe al peggio,
Cenerentola andò a casa, accese la scura lampada a olio, l’appese nella ceppa
del camino e si distese nella cenere. Non passò molto tempo, ed ecco arrivare
anche le due sorelle:
— Cenerentola, alzati e facci luce!.
Cenerentola sbadigliò, come se si fosse appena svegliata dal
sonno. Mentre faceva luce sentì dire all’una: — Ma chi sarà quella maledetta
principessa, che la terra se la ingoi! — Il principe ha ballato solo con
lei e quando è andata via non è più voluto restare e la festa è finita.
— Era come se tutte le luci si fossero spente
all’improvviso — diceva l’altra.
Cenerentola conosceva bene la principessa forestiera, ma non
disse nemmeno una parolina.
Intanto il principe pensava — se niente ha funzionato, la
scarpetta d’oro ti aiuterà a trovare la tua sposa —,
e annunciò che chi avesse calzato la scarpetta d’oro sarebbe diventata la sua
sposa.
Ma la scarpetta era troppo piccola per tutte, certe non
sarebbero riuscite a infilarci il piede nemmeno se di due scarpette se ne fosse
fatta una. Alla fine, arrivò il turno delle due sorelle; erano felici della
prova, avevano dei bei piedini piccoli, e pensavano: — Con noi funzionerà,
ah, se il principe fosse venuto subito qui! —.
— Sentite – disse piano la madre – Eccovi un
coltello, e se la scarpina è troppo stretta, tagliatevi un pezzo di piede, fa
un po’ maluccio, ma che importa, poi passerà, e una di voi sarà regina —.
Così la maggiore entrò nella stanza e provò la scarpetta, la punta del piede
c’entrava, ma il tallone era troppo grande, così prese il coltello e si tagliò
un pezzo di tallone, fino a calcare tutti il piede nella scarpetta. Così uscì
in contro al principe, e quando lui vide che la scarpetta le entrava, disse che
sì, lei sarebbe stata la sua sposa, la condusse alla carrozza e con lei voleva
ripartire.
Ma quando fu alla soglia, le colombe appollaiate in alto gli
dicevano:
— Voltati e
guarda, voltati e guarda!
C’è sangue nella scarpa.
La scarpa è troppo stretta,
la vera sposa è in casa e t’aspetta.
Il principe si chinò e guardò la scarpetta, che zampillava
sangue, e capito l’inganno, riportò indietro la falsa sposa.
Ma la madre disse alla seconda figlia: — Prendi tu la
scarpetta, e se è troppo corta, meglio se ti tagli le dita —. E quella portò
la scarpetta in camera, e poiché il piede era troppo grande, strinse i denti e
si tagliò un bel pezzo di dita, e presto s’infilò la scarpetta. Quando lei gli
andò in contro, lui pensò, — E’ lei quella giusta —, e voleva già portarsela
via.
Ma quando arrivò sulla soglia, dissero ancora le colombe:
— Voltati e guarda, voltati e guarda!
C’è sangue nella scarpa.
La scarpa è troppo stretta,
la vera sposa è in casa e t’aspetta.
Il principe abbassò lo sguardo, e vide che le calze bianche
della sposa erano tinte di rosso per il sangue che era uscito fuori.
Allora il principe la riconsegnò alla madre e disse: — Nemmeno
questa è la sposa giusta; ma c’è un’altra figlia in questa casa!.
— No – disse la madre — Qui c’è solo una certa
orribile Cenerentola, che se ne sta al piano di sotto nella cenere, e di certo
non riuscirà a infilarsi la scarpetta —.
Non voleva nemmeno farla chiamare, ma il principe lo
pretese. E così chiamarono Cenerentola e quando lei sentì che c’era il
principe, si lavò velocemente la faccia e la mano, ed erano fresche e pulite;
quando entro nella stanza fece la sua riverenza, e intanto il principe le porse
la scarpetta e disse: — Provala! E se ti sta bene, sarai tu la mia sposa.
Lei si tolse il pesante zoccolo dal piede sinistro, lo
infilò nella scarpetta d’oro e spinse solo un pochino, e ci stava dentro
comoda, pareva fatta su misura per lei.
Cenerentola si levò, guardò il principe negli occhi, e lui
in quel momento riconobbe la bella principessa e disse: — Questa è la sposa
giusta!.
La matrigna e le due arroganti sorelle furono prese dallo
spavento e si fecero livide, ma il principe portò via Cenerentola e la aiutò a
salire sulla carrozza, e mentre passavano per la soglia le colombe dissero:
— Voltati e
guarda, voltati e guarda!
Non c’è più sangue nella scarpa.
Le calza a puntino la scarpetta.
Conduci a casa la sposa in gran fretta!.
*****
Cenerentola Lucifera e fanciulla della Soglia.
Note dell'autrice.
La soglia, più volte evocata nella fiaba dei Grimm, segna il
legame di Cenerentola con un mondo altro – invisibile ai più – che solo lei può
varcare grazie al suo cuore puro, fonte di quell’armonia trascendente che un
tempo abitava le antiche sacerdotesse della Grande Madre. In lei, questa
intimità sacra diventa ponte per l’Aldilà, un topos che riecheggia nella
mitologia egizia, dove Iside, durante la festa dei morti descritta da Plutarco
ed Erodoto, discende nel regno infero; e nel mito greco primitivo, in cui
Persefone, per sua scelta, porta luce tra le anime dei defunti. Anche le
tradizioni celtiche narrano di un “altrove” oltre la nebbia – Avalon, il Sidhe,
Tir fo Thuinn o Tir-na-mBan, la Terra delle Donne dove è sempre estate e la
luce non svanisce.
Cenerentola, nel varcare la soglia, si veste d’oro e
abbandona la cenere: è una creatura alchemica, mercuriale, che cammina fra i
mondi e unisce morte e vita. Il suo archetipo richiama Frigg, la Grande Madre
dei Vani, custode delle chiavi dei mondi, e le sue discendenti folcloriche: la
Dama Bianca, la strega Perchta, “la luminosa che porta la morte”, guida del
corteo delle Truden. Nella tradizione bavarese diventa Befana o Fata Piumetta,
mentre nelle culture germaniche si manifesta come Frau Holle o Madre Hulda,
tutte figure riconducibili alla dea preindoeuropea Hertha/Nerthus, la “forte”,
descritta da Tacito come la più antica Grande Madre venerata in area germanica
prima delle ondate indoeuropee. Persino Freya, unita a Frigg e Skadi nella
triplice deità nordica, affonda le radici nella Frigia anatolica, dove era
Cibele, dea dell’amore.
In questa processione di dee e madri, sopravvive anche Santa
Lucia, portatrice di luce, poi demonizzata nel Lucifero cristiano: nella Lussi
germanica, nella strega medievale Hagazussa, o nella bambina “candelifera” che
riaccende la luce del cuore in pieno inverno.
Così, Cenerentola è davvero la fanciulla delle braci: la
Berchta del caminetto, signora della bianca morte che veglia sulle ceneri. Come
le antiche antenate neolitiche dal volto fuligginoso, discende una volta l’anno
per giudicare le fanciulle: premia la dedizione e punisce l’invidia, proprio
come fa ogni giorno la protagonista, che spazza e rassetta in silenzio. È colei
che “fa luce” – tiene una lampada a olio, come Persefone o Kore, illumina le
ceneri dei defunti, dorme tra loro al buio e al freddo.
Quando fugge dal castello del principe e “tutte le luci si
spengono”, i Grimm lasciano intravedere (ma, forse, è solo una suggestione
personale) il suo legame con la fanciulla luciferina, la stella del mattino,
associata a Venere e, prima ancora, a Iside – la stella madre, guida e
principio femminile delle antiche religioni semitiche, da Asherah alle sirene
delle Pleiadi di Esiodo.
Cenerentola è dunque una creatura crepuscolare: scompare a
mezzanotte nella cenere, per rinascere e brillare di nuovo. Anche i semi che
raccoglie – piselli, fave, lenticchie – sono i frutti della terra che
richiamano le madri del raccolto, le stesse che abitano l’archetipo della Dea
Bianca di Robert Graves: Demetra, le Matronae, Diana lucifera e Iside,
madre di nascite e rinascite.
Non a caso, nella fiaba egizia di Rodopi, un grande uccello
(l’acquila) consegna al faraone la il sandalo di Rodopi, evocando la presenza di
Horus e quindi di Iside madre-uccello, la stessa figura che riappare in Freya,
dotata del suo segreto travestimento di falco.
L’oro, infine, sigilla il destino di Cenerentola. Non “l’aurum
vulgi”, l’oro comune che acceca sorellastre e matrigna, ma “l’aurum non
vulgi”, l’oro interiore, simbolo della sua purezza. È il metallo nobile sopito
nel cuore delle fanciulle destinate a un certo tipo di percorso, la stessa
sostanza cercata dagli alchimisti nel lapis philosophorum. Come ricorda
Jung, solo chi possiede una radice d’oro nel cuore può farla crescere e
conoscerla.
L’oro vero non si conquista con grandi gesta, si estrae
dal profondo, come la conoscenza che Socrate e Platone definivano maieutica,
niente meno l’arte di “levare” ciò che già esiste. Tutto, come insegna Lavoisier,
non si crea né si distrugge: si trasforma. Così fa Cenerentola, che
dalle ceneri trasforma la morte in luce.
*****
Cenerentola o Scarpetta di Vetro, fiaba integrale di Charles Perrault
Perrault, Charles. Fiabe. I Grandi Classici della Fiaba, introduzione di Bruno Bettelheim, Fabbri Editori, 1982, pp. 147–155.
C’era una volta un gentiluomo che aveva sposato in seconde
nozze la donna più superba e intrattabile del mondo. Ella aveva due figlie del
suo tipo che le somigliavano in tutto e per tutto. Il marito invece aveva una
sola figlia, ma di una dolcezza e di una bontà senza pari, ereditate da sua
madre che era la persona migliore del mondo.
Quasi quasi non si era ancora finito di festeggiare il
matrimonio che già la matrigna dava libero sfogo al suo brutto caratteraccio,
non potendo sopportare le buone qualità di quella fanciulla che rendevano le
sue figlie ancor più antipatiche. Perciò le impose i lavori di casa più sporchi
e umilianti. Era lei che doveva lavare i piatti e le scale, era lei che puliva
la stanza della signora e quelle delle due signorine sue figlie.
Inoltre, lei dormiva nella soffitta della casa, in un
granaio, su un orribile pagliericcio, mentre le sorelle stavano in certe camere
dal pavimento di legno intarsiato, dove avevano i letti più alla moda, e
specchi dove ci si vedeva dalla testa ai piedi. La povera figlia sopportava
tutto ciò con pazienza, non osando lamentarsene col padre, che l’avrebbe
sgridata, poiché la nuova moglie lo dominava in tutto.
Dopo che aveva finito i suoi lavori, andava a mettersi
all’angolo del camino dove si sedeva sulle ceneri calde, il che le aveva valso
in famiglia il nome di cul-di-ceneri – Cul-cendron sarebbe la
formula più rozza del nome Cenerentola: letteralmente da cul e cendres,
“cul-di ceneri”.
Però la sorella minore, non così cattiva come la sorella
maggiore, la chiamava solo Cenerentola. E in ogni caso Cenerentola, coi suoi
brutti abiti, era pur sempre cento volte più bella delle sorelle, coi loro
magnifici vestiti. Un giorno avvenne che il figlio del re dava un ballo, al quale
invitò tutte le famiglie del luogo. Vi dovevano andare anche le nostre due
signorine, che nel paese godevano di una posizione privilegiata. Ed eccole ben
felici e molto occupate a scegliere gli abiti e le pettinature che stessero
loro meglio. Nuovo lavoro per cenerentola poiché era lei che stirava la
biancheria delle sorelle e che inamidava i loro polsini pieghettati. Non si
parlava d’altro che del proprio abbigliamento. — Io — diceva la maggiore
— metterò il mio abito di velluto rosso e la mia intera guarnizione di pizzi
inglese—.
— Io — diceva la minore — avrò la mia solita
gonna, ma in compenso metterò il mio mantello ricamato a fiori d’oro e il mio
completo di diamanti, e non è roba da poco .
Fu mandata a chiamare la migliore pettinatrice, affinché rialzasse
i loro capelli in fragili torri e con in doppia fila, e furono cercati nei di
velluto nero presso la più abile stilista. Chiamarono Cenerentola per chiederle
consiglio, poiché aveva buon gusto, e lei le consigliò nel modo migliore.
Sì, Cenerentola diede loro i consigli più raffinati e si
offrì persino di pettinarle, ciò che le due sorellastre accettarono subito.
Mentre le pettinava le dicevano: — Cenerentola, saresti felice di andare al
ballo anche tu?.
— Ahimè, care signorine, vi volete divertire alle mie
spalle, so bene che non è per me. Avete ragione, si riderebbe di gusto se si
vedesse una cul-di ceneri andare al ballo.
Un’altra che non fosse stata Cenerentola le avrebbe
pettinate tutte di traverso, ma lei era buona e le pettinò perfettamente bene.
Intanto loro due erano tanto rapite di gioia che rimasero per due giorni senza
mangiare, ruppero più di dodici lacci di busto a forza di stringersi per
rendere più sottile il loro vitino, e stavano sempre davanti allo specchio.
Infine, arrivò il felice giorno. Partirono e Cenerentola le
seguì con lo sguardo il più a lungo possibile. Quando le uscirono dalla vista
si mise a piangere. La sua Madrina che la scoprì tutta in lacrime le domandò
cosa avesse.
— Vorrei. Vorrei… — piangeva così forte che non poteva
concludere la frase. Ma la Madrina che era una fata le disse: — Vorresti andare
al ballo, no?.
— Ahimè sì — disse Cenerentola sospirando. — Ebbene,
fai la brava — disse la Madrina — e io ti ci farò andare.
La ricondusse nella sua camera, e le disse: — Vai nel
giardino e portami una zucca.
Cenerentola andò subito a cogliere la più bella che trovò e
la portò alla Madrina, non sapendo immaginare come quella zucca avrebbe potuto
farla andare al ballo. Ma la Madrina la vuotò. E non avendovi lasciato altro che
la scorza, la toccò con la bacchetta, ed ecco la zucca diventata una bella
carrozza tutta dorata. Poi andò a guardare nella trappola per topi, dove trovò
sei sorci tutti belli vivi, per cui disse a Cenerentola di sollevare un po’ la
trappola e a ogni sorcio che ne usciva lei dava un tocco di bacchetta ed era
all’istante cambiato in un bel cavallo, il ché formò un intero equipaggio di
sei cavalli, di un bel grigio pomellato.
E poiché era incerta su che cosa avrebbe potuto usare per
farne un cocchiere: — Vado a vedere — disse Cenerentola — se per caso
non ci fosse un topo nella sua trappola, e ne faremo un cocchiere.
— Hai ragione — disse la Madrina — vai a vedere.
Cenerentola le portò una trappola, dove stavano per tre
grossi topi. La fata ne prese uno dei tre, ornato di una signora barba, e
avendolo toccato con la bacchetta lo fece diventare un cocchiere grande e
grosso, con certi baffi che non si erano mai visti. Poco dopo le disse: —
Vai in giardino, ci troverai sei lucertole dietro l’annaffiatoio. Portamele.
Non appena le furono portate la Madrina le trasformò in sei
valletti i quali salirono subito dietro la carrozza con le loro livree
riccamente gallonate, e vi si tenevano attaccati come se non avessero fatto
altro per tutta la vita.
Allora la fata disse a Cenerentola: — Ebbene, ecco quanto ti
occorre per andare al bagno, non sei soddisfatta?.
— Sì, ma come potrei andarci così, coi miei abiti
sporchi?.
Allora la Madrina non dovette fare altro che toccarla con la
bacchetta, ed ecco che i suoi vestiti furono cambiati in un abito da gran sera
dal tessuto d’oro e d’argento, tutto trapunto di pietre preziose. Poi le diede
un paio di scarpettine di vetro, le più belle del mondo.
E non appena fu così riccamente abbigliata salì in carrozza,
ma la Madrina le raccomandò di non superare la mezzanotte, avvertendola che se
fosse rimasta al ballo anche solo un istante in più la sua carrozza sarebbe
ridiventata una zucca, i cavalli dei topi, i valletti delle lucertole, e i
vecchi abiti avrebbero ripreso la loro prima forma. Cenerentola promise alla
Madrina che sarebbe senza alcun dubbio uscita dal ballo prima di mezzanotte, e
partì fuori di sé dalla gioia. Intanto qualcuno era andato ad avvertire il
figlio del re che era appena arrivata a palazzo una grande Principessa in
incognito, e lui corse a riceverla. Le diede il braccio mentre scendeva di
carrozza e la accompagnò nel salone dov’erano tutti gli altri. Allora si fece
un gran silenzio, gli invitati smisero di danzare e i violini non suonarono
più, tanto erano tutti presi ad ammirare le grandi bellezze di questa
sconosciuta.
Si udiva solo, in un confuso brusio: — Ah, com’è bella!.
Lo stesso Re, per quanto fosse vecchio, non smetteva di
osservarla e di dire alla Regina, a voce bassa, che da molto tempo non aveva più
visto una fanciulla così bella e amabile.
Tutte le altre dame stavano bene attente a osservare la sua
acconciatura e i suoi abiti, per averne di simili fin dall’indomani, purché si
trovassero stoffe altrettanto belle e sarte altrettanto abili. Il figlio del Re
la fece accomodare al posto d’onore, poi la prese fra le braccia per danzare
con lei, e lei danzò con tanta grazia che fu ammirata ancora di più.
Fu servita una magnifica cena, ma il Principe non ne
assaggiò neppure tanto era occupato ad ammirarla. E lei si andò a sedere vicino
alle sorelle, facendo loro mille cortesie, dando loro alcuni dei limoni e delle
arance che il principe le aveva regalato, cosa che le meravigliò tantissimo
dato che non ne avevano mai visti. Ma mentre loro tre se ne stavano così a
parlare Cenerentola sentì suonare le undici e tre quarti: allora fece subito un
grande inchino a tutta la compagnia, e se ne andò più in fretta che poté.
Dopo che fu rientrata andò a trovare la Madrina e avendola
ringraziata le disse che sperava proprio di andare al ballo anche il giorno
dopo, poiché il figlio del Re l’aveva invitata. E mentre era occupata a
narrarle quanto tutto quel che era successo al ballo, ecco bussare alla porta
le due sorellastre. Cenerentola andò ad aprire.
— Ma quanto tempo ci avete messo a tornare — disse loro,
sbadigliando e stropicciandosi gli occhi e stirandosi come se si fosse appena
svegliata, mentre in realtà da quando si erano lasciate non aveva avuto alcuna
voglia di dormire.
— Se fossi venuta al ballo — le disse una delle
sorelle — non ti saresti certo annoiata. C’era una bella Principessa,
la più bella che si possa mai vedere. Ci ha usato mille cortesie, ci ha
regalato arance e limoni —. Cenerentola non stava in sé dalla gioia, e
chiese il nome di quella Principessa, ma loro risposero che nessuno la
conosceva, e che il figlio del Re anzi era tutto preoccupato e avrebbe dato
qualunque cosa per sapere chi era.
Cenerentola sorrise e disse: — Era dunque tanto bella?
Come siete state fortunate, non potrei vederla anch’io? Povera me: signorina
Giannetta, mi presterebbe quell’abito giallo che mette per tutti i giorni? —.
—— Davvero —rispose la signorina Giannetta — per prestare il mio
abito a una sporca cul-di ceneri come te bisognerebbe che fossi davvero matta.
Cenerentola si aspettava questo rifiuto, e anzi ne fu ben
contenta perché sarebbe stato molto imbarazzante per lei se la sorella le
avesse davvero voluto prestare l’abito giallo. L’indomani le due sorelle
andarono al ballo, e Cenerentola anche, ma ancora più elegante della prima
volta.
Il figlio del re rimase sempre più vicino a lei senza
cessare un istante di mormorarle dolci parole. Così la giovane fanciulla non si
annoiò affatto e dimenticò quanto la Madrina le aveva raccomandato, al punto
che udì suonare il primo tocco della mezzanotte mentre non credeva neppure che
fossero le undici. Allora si alzò e fuggì leggera come una cerbiatta.
Il Principe la seguì, ma non riuscì a raggiungerla. Allora
lei lasciò cadere una delle sue scarpette di vetro che il Principe raccolse con
molta cura. Cenerentola arrivò a casa senza più fiato in corpo, senza carrozza,
senza valletti, coi suoi abiti brutti.
Di tutta la sua magnificenza non le era rimasto altre che
una delle scarpette, identica a quella che aveva lasciato cadere. Fu chiesto
alle guardie della porta del palazzo se non avessero visto uscire una
Principessa, ma dissero che non avevano visto uscire nessuno, tranne una
ragazza malvestita che aveva più l’aria di una contadina che di una signorina.
Quando le due sorelle tornarono dal ballo, Cenerentola
chiese loro se si fossero divertite abbastanza, e se era presente anche la
bella dama. Le dissero di sì, ma era fuggita al tocco di mezzanotte, così
precipitosamente che aveva lasciato cadere una delle sue scarpine di vetro, la
cosetta più graziosa del mondo. Che il figlio del Re l’aveva raccolta non
facendo altro che guardarla per tutto il resto della serata, certamente
innamorato della bella fanciulla cui apparteneva la scarpina.
E dicevano il vero, poiché dopo pochi giorni il figlio del
Re fece proclamare in pubblico e a suon di tromba che avrebbe sposato colei il
cui piede sarebbe risultato giusto per la scarpetta. Cominciarono a provarle
alle Principesse, poi alle Duchesse e a tutta la corte, ma senza alcun
risultato.
La portarono presso le due sorelle, che fecero tutto il
possibile per farci entrare il piede, ma non poterono venirne a capo.
Cenerentola che le guardava, e che aveva riconosciuto la sua scarpetta, disse
ridendo come per scherzo: — Vediamo un po’ se a me sta!.
Le sorelle si misero a ridere anche loro e la prendevano in
giro. Ma il gentiluomo che eseguiva le prove, dopo aver guardato Cenerentola
con molta attenzione e averla trovata molto bella, disse che era giusto, e che
lui aveva avuto ordine di provarla a tutte le ragazze.
Fece sedere Cenerentola e avvicinando la scarpetta al suo
piedino vide che ci entrava senza sforzo, e che le andava giusta come
un’impronta di cera. Grande fu lo sbalordimento delle sorelle, e ancor maggiore
quando Cenerentola trasse dalla tasca l’altra scarpetta che infilò al piede. E
proprio allora arrivò la Madrina, che con un colpo di bacchetta sugli abiti di
Cenerentola li fece diventare ancora più splendidi di tutti gli altri due.
Allora le due sorelle la riconobbero come la bella donna che
avevano visto al ballo, e le si gettarono ai piedi per chiederle perdono di
tutte le cattiverie che le avevano fatto subire. Cenerentola le rialzò e
baciandole disse che perdonava loro di cuore e le pregava di amarla anche in
futuro. Fu accompagnata presso il giovane Principe, così elegantissima com’era,
e lui la trovò più bella che mai e pochi giorni dopo la sposò. Cenerentola che
era tanto buona quanto bella volle che le sorelle alloggiassero a palazzo e le
sposò il giorno stesso con due gran Signori della corte.
Per guadagnarsi un cuore, per farlo tutto nostro, la
buona grazia è il vero dono delle fate. Senza non si può nulla, con essa si può
tutto.
*****
Dodici mani, dodici corsetti, dodici mesi e dodici notti
La ricorrenza del numero dodici.
Premesso che i due fratelli Grimm vissero circa tra
il 1785 e il 1863, mentre C. Perrault visse tra il 1628 e il 1703 e,
dunque, la versione della fiaba francese dovrebbe essere precedente a quella
dei due tedeschi, in entrambe, al di là delle differenze già menzionate
nello studio qui presente, si nota la ricorrenza del numero dodici:
nella fiaba dei Grimm si recita che “tanto erano state veloci le colombelle ad
aiutare Cenerentola a pulire le fave, che pareva un lavoro svolto da dodici
mani”, mentre nella fiaba di Perrault le due sorellastre “ruppero più di dodici
lacci di busto a forza di stringersi per rendere più sottile il loro vitino” .
In Enciclopedia della fiaba, a cura di Ferdinando
Palazzi (Casa Editrice Giuseppe Principato versione integrale del 1952) in
Fiabe e Leggende dell'Europa Centrale, p.470, c'è una fiaba cecoslovacca,
rispettivamente attribuita alla Boemia (dove peraltro numerose usanze
contadine primitive riportate da Frazer ne Il Ramo d'Oro mostrano chiari segni
della presenza di Dama Bianca e del culto della luce) intitolata “I Dodici mesi
dell'anno”, ove la narrazione riprende, quasi del tutto, il motivo della
matrigna e delle sorellastre, e della povera servetta costretta ad avventurarsi
nel bosco alla ricerca di frutti succosi da riportare alle perfide.
La Boemia, fra l'altro, è anche uno dei luoghi ove la Mutternacht,
ovverosia la notte della Madre che precede il Natale e le Dodici Notti che
intercorrono tra il Natale e l'Epifania, era ancora maggiormente sentita fino a
non molto tempo fa, secondo le testimonianze proposte ne Le Tredici Lune
di Luisa Francia: ogni notte di questo “intervallo”, tempo sospeso, sarebbe potuta
essere il riflesso di ogni specifica lunazione, e non solo il riflesso dei
dodici mesi basati sull'anno solare.
Secondo questa tradizione femminile antica la notte santa
del 24 dicembre è la prima notte delle Madri, con tutta probabilità retaggio di
una usanza preindoeuropea, ossia prima che le originarie madri dell'Europa
Antica venissero sovrapposte o addirittura sostituite dalle dee dei pantheon
portati dai popoli indoeuropei e, successivamente, nascoste nel culto della
Madonne cristiane generalmente titolate al latte, all'acqua o alla neve. Queste
notti in Boemia si chiamano “Unternächte”, in tedesco unter significa sotto,
e sono presumibilmente le notti sotto l'egida della Madre. La Modranicht è in effetti una festività di origine anglosassone i cui riferimenti si trovano negli scritti di Beda Il Venerabile nella “De temporum ratione” rispettivamente dell’VIII secolo.
Sotto, potrebbe essere anche un attributo legato al “regno
di sotto”, in quanto luogo d'ombra dove il seme riposa nel grembo
della terra. In effetti, un altro modo di chiamarle è “Rauchnächte” oppure “Rauhnächte”. L’origine della parola “Rauhnacht” è controversa: alcuni lo
collegano al medio alto tedesco rûch, “peloso”, con tutta probabilità in
riferimento ai demoni coperti di pelliccia (Krampus) che, secondo la
tradizione, infestano queste notti; altri lo fanno derivare da Rauch, “fumo”,
“incenso”, per via della usanza di fumigare nelle stalle tra Natale e
l’Epifania per scacciare spiriti e stregonerie…
Entrambe le interpretazioni coesistono e, a seconda della
prospettiva, una viene vista come reinterpretazione popolare dell’altra.
La variante “Glöckelnächte”, da Glöckeln, “suonare
campanelli”, dal sostantivo Glocke, ossia “campana”, indica invece
l’usanza rituale di andare di porta in porta facendo risuonare i campanelli, in
segno di visita o augurio. Ciò, inevitabilmente, è un ponte fra le più moderne
usanze di Halloween e il tempo sospeso delle Dodici Notti, entrambi intrecciati, a livello simbolico, alla nostra Cenerentola.
Le vere origini di Cenerentola
Ipotesi ed evidenze.
Che il numero dodici, ricorrente nelle due fiabe più famose
di Cenerentola, stia a sottintendere un legame della fiaba con le Dodici Notti?
Alla luce delle argomentazioni qui proposte, Cenerentola; sarebbe davvero una portatrice
di luce nelle notti di tenebra.
Tali notti – considerato il sostrato egizio a cui la
fiaba è legata – potrebbero anche evocare i giorni dei morti
Egizi che si svolgevano il 13,14,15 e 16 Novembre.
Come le Dodici Notti, anche queste erano connesse alle fumigazioni, e
quindi alle ceneri. E non è un caso che la presenza della zucca nella fiaba
di Perrault richiami, secondo il commentario di Marie Cachet sopra elencato,
proprio la stagione autunnale, e quindi il periodo del secondo raccolto.
Naturalmente, la dietrologia di tutte le entità magiche presenti nelle fiabe di
matrice europea è simile, affonda le radici nel culto delle madri di
dietrologia preindoeuropea, altresì è importante ricordare la origine egizia di
Cenerentola/Rodopi, riportata per la prima volta da Erodoto e annoverata tra le
fiabe dell'Egitto faraonico, dove, come detto, si potrebbe leggere, nell'aquila che ha presumibilmente funzione di fato (la fata madrina), la presenza di Iside, delle prime madri
uccello preistoriche fra cui peraltro la stessa Freya, (giunta nel pantheon eddico con le ondate delle genti indoeuropee ma ab origine
dea Frigia, ovvero originaria della penisola anatolica, dalla
Assua/Asia, poi trasformata nella mitica Asgard).
Del resto, sia le Nornir, le filatrici del destino
nella mitologia norrena, sia Freya/Frigg sono parte di quel corredo di dee
assimilabili alla antenata filatrice (Dama Bianca/Frau Holle/Berchta/Befana) deità che controlla le faccende domestiche delle fanciulle nelle Dodici Notti.
Inoltre, il mito greco primitivo di Demetra e Persefone
– che ricalca quasi del tutto quello Egizio – e dunque il tema della
discesa della fanciulla negli inferi per guidare la rotta dei defunti come
stella guida nella notte, che abbiamo visto essere anche uno dei principali
ruoli di Iside Stilla Maris che animava la prima storia israelita ove le
Pleiadi erano la guida per le rotte dei Marinai (anche nei panni della
cananea Asherah), si è diffuso rapidamente in tutta Europa.
Potrebbe essere questa la chiave simbolica della fiaba tanto amata?
Sembra che in Cenerentola coesistano elementi legati al
culto della luce – e quindi alla Dama Bianca e alle figure femminili numinose a
lei assimilabili – tipici delle regioni nordiche e artiche, dove secondo
l'astronomo Bailly (citato in Frazer), tale culto ebbe origine, per via dei
lunghi periodi bui e senza sole che tali popoli dovevano affrontare, e al culto
delle ceneri e dei morti.
In Cenerentola vive, per semplificare, la dicotomia luce e ombra
tipica del doppio Lussi/Santa Lucia in cui si cela forse anche la Diana
preindoeuropa venerata affianco alle Matronae celtiche (invero la
Dana/Brigid custode della fiamma, nondimeno identificata nella Dea Bianca di R.
Graves, nella quale Iside/Demetra e Dana rappresentano la medesima madre dei
campi).
Tali dee coesistono peraltro sotto la logora veste cristiana
delle Madonne campestri, del latte, della neve, delle grazie (oggi venerate dai
cristiani in luoghi eretti su antichi siti di culto pagani di dietrologia
celtica e etrusca).
Come visto, quasi alla base di ogni racconto folklorico o
leggenda che va a perdersi nella notte dei tempi, le dee che vivono nella fate
madrine, nonché responsabili della ciclicità del tempo magico cui le narrazioni
sono immerse, sono quasi sempre le stesse, avvolte nel mistero della Grande Madre delle origini che nella
cultura europea pre-agricola veniva già venerata sotto forma di triplice luna, talvolta difficile da individuare chiaramente nei racconti e nelle fiabe, dati
i rimaneggiamenti e la veste patriarcale che spesso le storie, nel corso del
tempo, hanno assunto.
Scarpetta, calza e scopa.
La Befana, Frigg/Freya e Cenerentola.
Un attributo che fa pensare a Frigg come alla figura norrena, nonché preindoeuropea che si cela dietro alla Berchta/Befana – notoriamente conosciuta come colei che riempie “la calza” di doni o carbone – e che richiama alla famigerata scarpetta di Cenerentola, è una piccola curiosità che dovrebbe fare sorridere: nella mitologica nordica la fidata ancella di Frigg, Fulla, reca la sua cassa dei tesori e custodisce le sue calzature.
Nella filastrocca che tutti conosciamo sulla Befana, in effetti, le sue “scarpe tutte rotte”, sono un tema ricorrente che qualsiasi bambina o bambino ricorda con un sorriso.
Il meccanismo mitico-rituale legato alla calza o alla calzatura della antenata, individuato dall'Alaska allo Stretto di Bering, e perfino in area padano-veneta, è noto nella usanza nostrana di riporre accanto al focolare, durante i Dodici Giorni di Natale e l'Epifania, una scarpina o una calza.
Questo sembra un rito ricorrente nel contesto etno-antropologico incentrato sul culto della antenata (di cui la fiaba di Cenerentola è senza dubbio reminiscenza) similmente praticato persino nell'India dravidica, insieme a altre pratiche legate al bastone sciamanico (la scopa della Befana/strega che è come Cenerentola una guardiana delle faccende di casa, che sin dal neolitico rappresentavano una pratica di pulizia magica oltre che fisica) e alla cenere.
*****
Riflessioni finali
Custodia della fiamma
“Le parole hanno un potere: a furia di sentirselo dire dalle sorellastre, Cenerentola incominciò davvero, a credere di essere un mostro, una creatura tutta cenere e fatica”. Cenerentola. Regia di Kenneth Branagh, interpretato da Lily James, Cate Blanchett, Richard Madden e Helena Bonham Carter, Walt Disney Pictures, 2015.
Anche a me è capitato di sentirmi come Cenerentola. In lei
vive colei che è diversa, esclusa, non invitata, non ritenuta all'altezza, additata ingiustamente e derisa per i suoi abiti o per la sua
posizione, relegata alla cenere del caminetto, alla stregua di una creatura che
finisce per ritenersi lei stessa mostruosa – sebbene etimologicamente “mostro”
derivi da monstrum, che significa creatura eccezionale o
meravigliosa.
Ma la fiaba ci insegna che è proprio dalle ceneri del luogo
più oscuro di sé, di cui nella fiaba è metafora il focolare, che la luce
può essere tenuta accesa, unico ponte con il mondo altro e con le sue
creature numinose e sottili da cui la fanciulla è assistita, per rinascere a nuova
condizione.
Se il topos delle nozze come termine della fiaba, può
sembrare caratteristico di una cultura patriarcale e, in effetti, nelle
dietrologie folcloriche europee che nel saggio sono state menzionate, non v'è
fatta menzione di una unione della fanciulla coinvolta con un famigerato
principe, è pur vero che non importa quale siano i particolari desideri e
ambizioni di una fanciulla che veglia il fuoco interiore: la verità del cuore,
e la custodia perpetua della gentilezza come fiamma che arde e scalda l'ombra
che purtuttavia appartiene, non possono che condurre a un destino che assomigli
a quella luce che si ha e che si preserva dentro, che guida e destina i doni, incarnando lei stessa, forse, il dono più grande da diffondere attorno.
Note
(1) Cattabiani, Alfredo. Florario: Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Mondadori, 1996, p. 385.
(2) Cachet, Marie. Le Secret de l’Ourse. Traduzione libera dal francese e approfondimenti a cura di Claudia Rosaspina Simone, pp. 237 – 244.
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Diritti
Testo di Claudia Rosaspina Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti illustrazione e fotografia: artiste/i ignote/i
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