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La Dama Bianca, l'Antico Culto della Luce e le Vere Origini del Natale e dell'Epifania.

A ognuno/a la sua luce

“Ognuno deve sapere e comprendere che dentro di sé arde un lume, e il suo lume non è uguale al lume di nessun altro, e non vi è nessuno che non abbia un lume. E ognuno deve sapere e comprendere di doversi dar da fare e rendere visibile la luce del lume in pubblico, accenderla come una grande fiamma ed illuminare il mondo intero”. Rabbi Isaac Kook

Da antiche iscrizioni greche titolate a Lucia ritrovate a Siracusa tra la fine del quarto secolo e l'inizio del quinto secolo, dalle Dolomiti, dalle Alpi e fino ai paesi scandinavi degli antichi popoli nordici, nonché nell'Europa del freddo Est, ecco il retaggio dell'antica dea della luce attraversare l'Italia e l'Europa, nei secoli, per sopravvivere fino a noi, nonostante il sincretismo col cristianesimo, che fin dal VIII secolo  ha assorbito tracce di un culto probabilmente preindoeuropeo, vecchio come la terra, legato a una figura antecedente alla maggior parte dei miti per come li conosciamo.
Questa ricerca, è un breve viaggio a cavallo del retaggio di una dea antichissima della quale riscoprire volti nascosti, nomi e attributi magici il suo equilibrio alchemico di luce e ombra. 
Del resto, “chi vuole incontrare la Dama Bianca deve stare nel luogo giusto al momento giusto, e deve essere pieno di desiderio per lei”(1).


Saper guardare. Premessa

Nonostante gli studi antichi ci abbiano donato spunti, per localizzare sul calendario le festività precristiane e le figure che le presiedevano, scandendo lunazioni e stagioni con delle precise date, nella pratica, i confini tra spazio e tempo sono molto più flessibili: possono mutare di anno in anno, di luogo in luogo, anche a seconda della percezione.
Il clima atmosferico sta cambiando e non è un segreto da complottisti, ma un fatto reale agli occhi di tutti. Nondimeno, non tutte le regioni si raffreddano nello stesso tempo, pertanto ognuno dovrebbe avvertire da sé il momento in cui si entra nel periodo di una precisa influenza naturale e magica e agire di conseguenza con le usanze e le celebrazioni connesse...
L'ascolto della natura e della sua fenomenologia sia fisica che sottile, è l'elemento più importante per riconoscere quando si sta entrando nella reggenza di una specifica dea, imparando ad accoglierla e riconoscerla al suo passaggio, per poter beneficiare della sua energia al culmine del suo potere.
Questa capacità di sentirla, avvertendo il cambiamento ad ogni giro di ruota, non potrà insegnarla alcun libro, è innata in alcune/i, dormiente in altre e altri.

“Se ci pensate, vi accorgerete anche voi che questo è il modo più sensato di procedere. Noi insegniamo alle streghe che studiano con noi che se vogliono sapere di cosa tratta veramente una delle feste stagionali, e quindi condurre un rito con simboli più appropriati, devono guardare fuori dalla finestra e trarre ispirazione dalla natura, non dai libri!” (2).

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Santa Lucia. Origini e sincretismi

Incontriamo questa antica fanciulla di nome Lucia durante la seconda luna piena dell'anno pagano antico, dopo il Capodanno delle Streghe, nonché con la Festa degli Spiriti e dei Morti del 1° novembre.
Brilla piena nel cielo intorno alla metà o alla fine del mese di dicembre, ed è sotto il dominio della Dama Bianca, sotto l'influenza della sua manifestazione pura e luminosa, Lucia. Il potere di questa lunazione, che converge nel periodo solstiziale, porta con sé la Festa di Lucia, la portatrice di luce, incoronata di dodici candele che simboleggiano il numero dei mesi dell'anno, e che si festeggia il 13 dicembre. Santa Lucia, uno degli aspetti di Dama Bianca, proviene dal latino lux che significa “luce”: lei è la portatrice di Luce, la fanciulla “candelifera”.
Sebbene la Santa Siracusana – il cui accostamento alle antiche dee di luce e fortuna è frutto di un sincretismo – sia vissuta intorno alla fine del 200 d.C., la prima testimonianza del culto di Lucia risale alla fine del IV secolo e inizio del V secolo, grazie a una iscrizione greca trovata nella catacomba più importante di Siracusa, quella di San Giovanni, che riporta la testimonianza di un suo fedele che a lei consacrò la morte della moglie (3).
Il fatto che anche nei paesi nordici si sia diffuso il suo culto, probabilmente deriva dall’accostamento della figura di Santa Lucia alle antiche deità legate alla luce dei popoli germanici e nordici che cadevano attorno al 21 dicembre.
Il Solstizio d’Inverno è infatti legato alla rinascita del sole e della luce, e una antica filastrocca recita “Santa Lucia il giorno più corto che ci sia”. Il Natale è in effetti un residuo, una variazione dell’antica Festa della Luce (1).

Lucia e Artemide/Diana.

Essendo il culto di Lucia precedente alla conversione al cristianesimo, è collegata ad Artemide/Diana. Artemide è infatti una vergine selvatica – come la Lucia siracusana, che consacrò la sua verginità a Cristo – e Diana è anch’ella divinità preindoeuropea legata al culto della luce, forse assimilabile alla protoceltica dea del fuoco Belisama o alla etrusca Tana; oltre che la celebre “Regina delle Fate” e delle Streghe ereditata dal presunto culto pre-agricolo delle donne illustrato soprattutto dalla egittologa e visionaria Margaret Murray, ovvero la dea che emerge dai famigerati tratti di una cosiddetta “vecchia religione”, nella sua forma trina e duplice.
Anche Lucia, come molte delle streghe dedicate a Diana, venne perseguitata per la sua fede, (in questo caso cristiana), sotto Diocleziano (3).
La leggenda vuole che sia stata torturata e arsa – invano – sul fuoco, e si dice addirittura che le siano stati cavati gli occhi o che se li fosse cavati per non donarli a un corteggiatore, ma quest'ultima è solo un'ipotesi, poiché non furono mai trovate le prove della sua morte, che altresì convergono verso la Jugulatio (3).
Ciò che la vuole raffigurata con gli occhi appoggiati nel vassoio che tiene tra le mani, dipende forse dal suo legame con la luce, una luce che è dentro e relativa di un mondo altro...
L'atto di vedere è in effetti sinonimo di luce e conoscenza autentiche. La vista di Lucia è altresì una vista interiore, una vista che va oltre poiché sorge dal buio. Spesso, gli oracoli sono senza occhi o bendati: essere privati della vista fisica può portare ad accedere a un altro tipo di visione.

Cenere e carbone. Santa Lucia, San Nicola e i Krampus.

Secondo la leggenda, tutt'oggi molto sentita al Nord Italia, Lucia – in modo simile a San Nicola festeggiato il 6 dicembre – cavalcherebbe il suo asinello trainando un carretto con all'interno doni per i bambini buoni e gettando la cenere negli occhi dei disobbedienti, accecandoli.
Così come si sa che la Befana (i Krampus sono una manifestazione della dea della Natura e delle bestie selvatiche che sta alla genesi di questa figura folcloristica) porti il carbone, che oltre ad esprimere una energia latente, in passato era considerato un amuleto, un vero e proprio dono fatato che aiutava a cacciare malanni e disgrazie (23). Cenere e carbone, fanno di Lucia una figura molto più complessa e antica, legata alla grande antenata neolitica (23), custode del fuoco celeste e della fiamma del caminetto i cui tratti sono dispensati anche nella fiaba di Cenerentola, la fanciulla della cenere per eccellenza dei nostri classici: — Cenerentola, alzati e facci luce! le dicono le sorellastre al ritorno dal ballo, nella versione dei fratelli Grimm (25).
 
Le Lunghe Notti delle Madri d'Inverno.

La luna piena “di Lucia” caratterizza “le notti più lunghe e fredde dell'anno”, per questo viene chiamata Luna delle Lunghe Notti o Luna del Ghiaccio (2). Si tratta della seconda luna piena a partire dall'inizio dell'anno pagano antico, e cade lungo il Solstizio d'Inverno, dove le giornate incominciano ad allungarsi, facendo posto alla rinascita della luce.
In effetti, le tradizionali Dodici Notti che scandiscono il periodo tra il Natale e l'Epifania, sono sotto la medesima egida, per questo ho scelto di chiamarla “Luna delle Madri”, poiché queste notti sono attraversate dal loro passaggio: sono le dodici notti consecutive alla Notte delle Madri, probabilmente in virtù del fatto che questi sono i giorni della natività della “Stella Sole”, che noi conosciamo come Natale.
La Mōdraniht notte delle madri – è una festività di origine anglosassone i cui riferimenti si trovano soprattutto negli scritti di Beda Il Venerabile nella sua “De temporum ratione” rispettivamente del VIII secolo. Quella stessa notte, ritenuta tanto sacra, gli anglosassoni usavano chiamarla con la parola pagana “Modranecht”, cioè “notte delle madri”, a causa – così sospetta Beda il Venerabile – delle cerimonie che compivano in quella notte (26)…
Nel “Dizionario di Mitologia Norrena” di Rudolf Simek compare invece in quanto festività germanica legata al sacrificio, in relazione al culto della Madre/Matrona (27). Qui la ricorrenza viene accostata anche ad altre tradizioni della Scandinavia medievale quale il Dísablót, da Dísir, che al singolare (Dís) in antico norreno significa dea, sorella o donna di nobile rango (15) e “blot”, che significa sangue, con tutta probabilità legato al sangue delle Madri, al lignaggio, invero alle antenate della stirpeGianna Chiesa Isnardi riferisce che in una fonte si allude al fatto che i riti in loro onore avevano luogo nelle notti d'inverno, “vetrnaetr”, e avevano lo scopo di proteggere la stirpe (15 Cfr: 28).
Secondo questa tradizione femminile antica la notte tra il 24 e il 25 dicembre è la Notte delle Madri: In Boemia, la notte Santa, si chiama “Mutternacht” (1), e le dodici notti seguenti tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, si chiamano Unternächte (1), che sono cioè le notti (Nächte) “sotto”(unter in tedesco) l'egida delle madri. Sotto, è anche un attributo legato al regno di sotto in quanto luogo tellurico dove il seme cresce nel grembo della terra. Perciò queste notti saranno anche le notti che ospitano entità ed energie “che vivono sotto”, oltre, nel regno intangibile di tutto ciò che è radice e spirito.
Dodici sono quindi le notti, come sono dodici le candele sul capo di Lucia, come dodici i mesi dell'anno, di cui le Dodici Notti rappresentavano una sorta di “presagio”, su come le Calende si sarebbero svolte, portando fortuna o sfortuna a seconda dell'andamento di queste notti (e giorni) preliminari all’anno venturo dove il grande capodanno (23) , fin dal neolitico, era segnato con grandi fuochi in onore della madre o nonna fuoco che veniva “scacciata” (rimandata nel suo regno celeste, infatti la Befana giunge tradizionalmente insieme alla stella cometa, retaggio semitico della dea Astarte che appare come stella che salva lo sposo dormiente Adone) per accogliere la fiamma del nuovo anno.

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Volti e nomi della Dama Bianca in fiabe e leggende: Saliga e le streghe.

La Dama Bianca nella zona delle Alpi veniva chiamata Saliga (1), dal latino salix, salice, poiché si presume assumesse la forma di questo albero per nascondersi... Ai tempi della caccia alle streghe, tra la fine del quattrocento e la prima metà del seicento, nell'Europa germanica pare che le stesse streghe si nascondessero sotto i salici poiché era l'albero magico da cui forgiavano le loro scope e ogni donna che si aggirava di notte intorno a questa pianta era considerata sospetta (5).
La Dama Bianca possiede infatti un duplice aspetto e una doppia funzione. È in parte una portatrice di luce, ma al contempo una temibile strega, “la luminosa che porta la morte” (1), infatti governa con la sua presenza anche la prima lunazione dell'anno delle streghe (1), rispettivamente la Luna di Sangue (2).
Il 31 ottobre è in effetti la notte dell'anno dove per eccellenza il portale che separa vivi e morti si apre, lasciando rovesciare la dimensione degli spiriti e dei fantasmi in quella terrena, proprio come accade nelle Dodici Notti (sono due tempi liminari molto simili tra loro, entrambi le appartengono) che in tutta Europa sono un periodo di fantasmi, di demoni femminili ma soprattutto sono legate all'archetipo delle filatrici (4). 

Le Dame Bianche nelle Dodici Notti assumono forme di animali con cui vengono in processione tra le case disordinando l'equilibrio delle cose...” (1).

Perchta, Frau Holle, Hagazussa, Befana e Fata Piumetta.
Studio etimologico di una antica dea dell'Occidente.

La Perchta è una antica dea dell’Occidente appartenente in prevalenza alle Alpi e all’area linguistica bavarese. Il più gettonato significato attribuitole è “la splendente, o la brillante”, con tutta probabilità dall'alto tedesco peraht o dal protogermanico *brehtaz ossia “brillante” e significherebbe “il brillante, il luminoso, l'eminente (30)”; altri, come Jacob Grimm (30 Cfr: 1 p.18), danno al termine una origine celtica. Il nome Brigit ha il medesimo significato nelle lingue celtiche, compreso il gallico (30).  Eugen Mogk suggerisce antico pergan, che in alto tedesco significa “nascosto, coperto, velato (7 p. 198 Cfr: 30)”, ma un'altra ipotesi vede Berchta come “luminosa, risplendente” dal sanscrito bhraj, lat. “fulgeo”, personaggio del tutto affine alla Befana e alle figure di Epifania (23 p. 36). Nell'alto tedesco, la ricorrenza si chiamava giperahta naht “notte splendente”, da cui perhtennaht  (la notte di Perhte) e perhtentag (il giorno di Perhte), da cui il senso personale di perhte, immaginata come una santa del calendario, in modo analogo alla Befana (31). Hugo Elard Meyer menziona la germanizzazione del tempo di processione di questa entità, attrverso la giperchta Nacht, “la notte splendente”, sottolineando che la sua presenza è ben più antica del tempo in cui è stata attribuita all'Epifania (7 p. 197); il ché rivela ancora la natura rifulgente della sua apparizione. Dopotutto, Epifania proviene dal lat. tardo epiphanīa, gr. ἐπιϕάνεια, in origine “festa dell’apparizione” e quindi “manifestazione (della divinità)”, da ἐπιϕανής “visibile”, der. di ἐπιϕαίνομαι “apparire” (33).
Affianco a queste interpretazioni, una fonte sconosciuta (7 p. 193) supporrebbe una connessione con la parola inglese birth“nascita” in inglese, forse in relazione all'antico carattere di questa figura che la collega alle stagioni, alle calende.
Nella Mitologia Teutonica di Jacob Grimm (32) emerge che nelle aree germaniche superiori quali Svevia, Alsazia, Svizzera, Baviera e Austria, venisse chiamata “Frau Berchte”, nell'antico alto germanico “Perahta”, la brillante, la luminosa, la gloriosa, così come Holda produce infatti la neve brillante (7 p.193)  ma, in verità, gli epiteti si riferiscono più alla sua natura benevola di luce, nel tempo, purtroppo, dimenticata e sostituita solo dalla sua natura orrorifica, che bene si identifica nel Krampus, nondimeno nel monstrum natalizio.
Perchta è infatti anche la signora delle bestie. Il suo nome è anche “Holle” o “Frau Holle”, dal tedesco, Signora Holle (Hölle, in tedesco designa il regno infero). Il nome di questa leggendaria figura si basa sull'aggettivo hold, medio alto tedesco holt, antico alto tedesco hold, “benefico, vantaggioso, misericordioso, compassionevole, devoto o dedito, servile, leale o fedele”. Antico alto tedesco “holda” e medio alto tedesco “holde” denotano uno spirito femminile buono, visto l’antico alto tedesco holdo, “spirito”, il medio alto tedesco guoten ossia “spirito familiare” benefico e il medio alto tedesco “holde”, che designa l’aiutante femminile domestica (34). Un’altra chiave di lettura vuole Holle da Huld, hold – loyal, comparabile con il tedesco hold, olandese hou e trou. Come nome biblico, in ebraico con tutta probabilità significa weasel, una profetessa del periodo di Giona (2 Re 22:14) (35).
L'aspetto e operato di Perchta e Holle è simile nelle leggende e nelle fiabe che riguardano la Dama Bianca, anche conosciuta come “Fata della Neve”.
Il carattere che tipicamente incarna nei periodi liminari (quali la Notte di Ognissanti e le Dodici Notti di Natale) è quello della strega tessitrice e filatrice, nel medioevo chiamata anche “Hagse” o “Hagazussa” (1) che probabilmente deriva dall'inglese antico hægteshægtesse ossia strega, maga o incantatrice”che i linguisti hanno ricostruito a partire dal protogermanico *hagatusjon, di origine sconosciuta ma il primo elemento del termine (hag/haga) è affine, con tutta probabilità, all'inglese antico haga che delinea il  “recinto”, porzione di bosco delimitata per il taglio, da confrontare con Hedge (36); è colei che controlla il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, poiché entrambi i mondi li abita: è l’antica strega che vive ancora nel profondo di alcune donne.
La si può accostare alla Befana, nome generato dalla aferesi del latino epiphanīa, che dapprima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine “Befana” (22); tentativo evidente di cristianizzare la figura di una antica Madre Selvatica le cui tracce sono antecedenti al Neolitico, oggetto di una plasmazione culturale plurisecolare (23) della figura folcloristica della donna a cavallo della scopa – che la Befana cavalcherebbe al contrario (22) – che porta doni o ammonimenti a seconda dell’operato di chi ne riceve la visita, in quanto incarna la fortuna e il fato, essendo anche la forma più antica di Fata Madrina.
Tracce italiche della credenza in questa figura risalgono al mitraismo dell'Impero Romano – di origine, però, persiana – al culto di origine celtica (4) e finanche al neolitico, che vede usanze (nell’area della attuale Puglia, ad esempio a Molfetta) legate alla custode del fuoco e antenata della casa che si credeva entrasse dal caminetto nei giorni che precedevano il Capodanno che avveniva a gennaio (23).
I romani credevano che nelle dodici notti conseguenti al Sol Invictus, ci fossero delle figure volanti che aleggiavano sui campi coltivati, tra le quali Erodiade/Diana, portando fortuna al raccolto (4).
In ognuno di questi retaggi v’era una femmina sovrannaturale a cavallo di una scopa che aveva una importantissima funzione.
Nella fiaba di Madama Holle dei fratelli Grimm (6), questo duplice aspetto di dono/punizione è lampante: Madre Holle dona oro, fortuna e ricchezza alle fanciulle volenterose e di buon cuore, mentre cosparge di pece – nera come il tradizionale carbone della befana – le fanciulle pigre, cattive e bugiarde.

D'oro, farina, neve, acqua e pietra. 
Gli attributi di Frau Holle nel folklore e parallelismo con le Matronae celtiche.

Un altro modo per chiamare la sua leggenda è infatti “Little Gold Daughter and Pitchy Mary” (7). L'oro è sempre presente nelle leggende che la riguardano, poiché uno dei suoi attributi principali è quello di trasformare la paglia o il legno in oro, così come il filato; ha inoltre la capacità di moltiplicare la farina (un aspetto che ricorda il legame tra le madri del Natale con le antiche madri di raccolto e fortuna, da Cerere/Demetra/Kore a Dana di Argo, a Iside; nondimeno alle Matronae celtiche che ne sono eredità, soprattutto nella Gallia cisalpina).
Frau Holle, nel folklore, era anche responsabile delle nevicate, che avvenivano quando le fanciulle, attirate al suo servizio di solito da un laghetto o da un pozzo che le scortava magicamente al limitare della sua dimora, sbattevano per bene il piumone (7).
In generale è sempre una fonte d'acqua o una pietra a condurre al suo regno incantato (si pensi alle fonti della Brigid celtica, guarda caso venerata nei luoghi di culto della Gallia Cisalpina attribuiti alle Matronae e alla Diana preromana, poi sostituite da Minerva e le sue acque per sincretismo). Anche il tema di Frau Holle – come le Matronae e Diana, che sono dee del boschetto e custodi delle partorienti e della natura – è infatti legato al ciclo delle stagioni, come le dodici candele sul capo di Lucia, come le dodici notti sotto l'egida dell'inverno, come i dodici mesi dell'anno.
“Nel Meißner, un comune tedesco situato nell’Assia, ci sono due blocchi di basalto su cui Frau Holle – nonché identificata anche nella più importante dea germanica della Terra Hretha, Frigg, Freya o Frijasiederebbe vestita di bianco per pasteggiare nei giorni d’estate. Queste rocce, sono chiamate “Frau Holle’s chair” (7, pp. 19-21), ovvero le sedie di Signora Holle, dove forse è ancora possibile incontrarla, e ricevere il dono della guarigione.
Negli studi su Frau Holle si scopre infatti che un suo epiteto ricorrente è “La Sempreverde” (7). La Dama Bianca è quindi responsabile del tempo atmosferico, in Italia, è conosciuta anche come Fata Piumetta poiché sbattendo il piumone e i cuscini fa scendere le piume che si trasformano in fiocchi di neve.
Nella Germania centrale, dove i Fratelli Grimm trovarono racconti più antichi su cui costruirono la loro versione della fiaba, nella regione che oggi conosciamo come Assia, quando nevica si dice ancora — Holle si sta rifacendo il letto! — (7). Alcune fonti narrano di lei anche come una Dea antichissima della rinascita e della primavera (7), così come del tempo atmosferico – d'altra parte in lei si cela la grande antenata neolitica di fulmini e tempesta (23).

Il giro magico della Berchta.
Alle origini della marcia selvaggia, le notti fumose e il rogo di Capodanno.

Il legame tra queste identità folclorike emerge più chiaramente (sebbene Jacob Grimm distingua i tratti di Holda da quelli di Berchta (7)) è nel fatto che fanno tutte il loro giro magico contemporaneamente, nei cosiddetti Dodici Giorni del Natale. Alla fine di quel periodo, però, a Berchta viene assegnato un giorno particolare, quello della Epifania, non menzionato invece nelle aree di competenza di Holda.
Berchta come Holda supervisiona le filatrici, qualunque filatura trovi incompiuta l'ultimo giorno dell'anno, la scompiglia. La sua festa deve essere celebrata con un certo cibo tradizionale, una zuppa di latte, cereali o patate, accompagnata dal pesce, e si arrabbia ogni volta che ciò viene omesso.
La vendetta presa dall'iraconda Berchta – quando le mancano il pesce e la sua zuppa – ha un suono bizzarro e primitivo: chiunque abbia mangiato altro cibo nel suo giorno, gli taglia il ventre, lo riempie di paglia tritata, e cuce lo squarcio con un vomere, ovvero un osso dello splancnocranio, come ago e una catena di ferro a mo' di filo (7).
Jacob Grimm rivelò inoltre altre tradizioni simili, provenienti da aree quali la Turingia, l'Alta Bavaria, e il Nord della Svizzera, dove nel XVI sec. c'era ancora l'usanza, a Zurigo, di acciuffarsi tra uomini per chi avrebbe preso il vino per primo. Questa tradizione era legata a “Berchtold”, ovvero una versione mascolina riferita a Wuotan/Odino, il ché avvalla l'ipotesi che ho proposto in questo portale da qualche tempo, secondo cui, quella che da principio fu una marcia di “demoni” e folletti femminili al seguito della Perchta (le Truden (1)), è stata in molti modi mascolinizzata ed attribuita a Odino solo in un secondo momento, e quindi un tempo avrebbe potuto svolgersi sotto la figura della Berchta, le cui origini, nonché delle Dee più antiche lei connesse sopra citate, si perdono nella nebbia fumosa – come quella delle sue notti d'inverno – di un passato più lontano...
Nelle montagne di Salisburgo il giorno dedicato alla temibile Perchta, chiamato “Perchtel” o “Perchta-running” (7 pp. 193 - 195) avveniva altresì durante le “Rauhnächte”, ovvero le Dodici Notti sopra menzionate. Il primo elemento è incerto: o deriva da rauh / rûch, medio alto tedesco rûch, “peloso”, riferito ai demoni coperti di pelliccia che secondo la tradizione vagano in queste notti, oppure da Rauch, “fumo”, in riferimento all’incensazione frequente nel periodo natalizio (37), riscontrabili anche nei  “Roghi della Vecia” di Gennaio, diffusi in tutta l'Europa contadina primitiva, che non volevano, ab origine, demonizzare la Vecchia, Befana o Strega che fosse, ma sancivano la fine di un ciclo e l'inizio di uno nuovo, come un grande Capodanno (23) . Mentre la Befana bruciava, si proclamava la fine del periodo di con-fusione incominciata con la ricorrenza di Ognissanti, dove la dimensione dei morti e quella dei vivi era venuta a mescolarsi, nelle Dodici Notti (23).
Il rogo avrebbe allontanato le disgrazie e portato fortuna, e consentito alla “giovinetta” della natura della primavera, rappresentata dai semi, di prendere il posto della Anziana, così da manifestare il “cosmo rinnovato” (22).
Fino a non molti secoli fa, il nuovo anno poteva incominciare sia a gennaio che a marzo, per questo il tempo per onorare l'usanza del rogo non è ben definito e molte dipende dalle caratteristiche dei luoghi e da come si comporta la natura in merito alla rifioritura.

La Magia del numero Dodici e altre apparizioni di Holle nelle fiabe.
(I Dodici Mesi dell'Anno, le Dodici Principesse Danzanti e La Piccola Fiammiferaia).

Lo spirito di Frau Holle vive in tutte le fiabe e le leggende che riguardano la magia delle stagioni e della neve e dove ci sia la ricorrenza del numero dodici, per esempio la leggenda cecoslovacca intitolata I Dodici Mesi dell'Anno. Probabilmente anche la fiaba dei Fratelli Grimm, Le Dodici Principesse Danzanti, potrebbe essere un arcano legato al significato delle dodici notti delle madri, che simbolicamente sono la rappresentazione dei dodici mesi che verranno. La Piccola Fiammiferaia di Andersen, che si svolge proprio nel periodo delle Dodici Notti ovvero a Capodanno, segue il tema della luce nell'inverno, e della bambina gentile e volenterosa, che viene salvata da una vita di stenti dalla epifania della nonnina defunta, che assomiglia proprio all'anziana Madama Holle di cui possiede gli attributi di luminosa che porta la morte. Nondimeno anche nella Cenerentola dei Grimm si recita che “tanto erano state veloci le colombelle ad aiutare Cenerentola a pulire le fave, che pareva un lavoro svolto da dodici mani”; nella versione di Perrault le due sorellastre “ruppero più di dodici lacci di busto a forza di stringersi per rendere più sottile il loro vitino”.
 
La luce di Lucia, la serpe domestica e la Lutzl insanguinata.
Il parallelo luce, ombra e fortuna.

“Le Damine Bianche sono di fattezze graziose, con volti splendenti e abiti bianchi, visitano le case e, dove vengono presentati loro cibo e bevande, elargiscono benedizioni” (9).

Nel Nord Europa, come retaggio dell'antica celebrazione di Jól, la Festa di Santa Lucia è ancora sentita e praticata, soprattutto in Svezia, dove nella sua notte vengono offerti latte e biscotti.
I dolci tipici della tradizione scandinava per questa decorrenza si chiamano “Lussekatter”, noti anche come “gatti di Santa Lucia”.
Nell'arco alpino si dice che la Dama Bianca si nasconda tra le mura delle dimore assumendo sembianze di una piccola serpe domestica (1), che porta una coroncina scintillante sul suo capo – proprio come Lucia che è incoronata di candele – e attenda nella stalla che la serva le porti una ciotolina di latte (10). 
Nella Gallia e nell'Europa moderna, si dice infatti che le streghe assumessero forma di serpente (4), ma guai a far loro del male, o a non rispettare ciò che loro è sacro, poiché lo spirito della Dama Bianca può scatenare il proprio lato d'ombra su tutti coloro che non si comportano in modo retto nei confronti delle sue creature.
Laddove Lucia dona, vi è infatti un duplice aspetto che toglie, oppure causa maledizioni che per essere spezzate richiederanno anni e anni di riparazione, o semplicemente la damina domestica può allontanarsi smettendo di vegliare con la sua luce su quella casa e su quella stirpe, lasciandola in balìa del proprio destino, da quel momento senza fortuna e senza luce.  
Se Lucia è l'incarnazione della luce, dobbiamo sapere che è solo una delle manifestazioni della Dama Bianca, e che il suo aspetto oscuro e temibile, è evidente nella tradizione tanto quanto l'altro. La scissione e la demonizzazione del lato oscuro è senz'altro una conseguenza dell'affermarsi delle religioni patriarcali, che hanno rimosso dalla tradizione la veglia dell'ombra.
Nella foresta bavarese, per esempio, viveva la “Lutzl insanguinata” (1) – anche detta Lussi del folklore germanico – forse un retaggio del culto del sangue mestruale femminile, solo più tardi demonizzato e considerato maligno.
Un altro degli aspetti che fa di Lucia una dama dagli attributi mortiferi, è il tradizionale campanellino con cui veniva raffigurata: durante il periodo in cui si diffuse il colera la gente attaccava un campanellino alle tombe dei morti, affinché se si fossero risvegliati come vampiri, avrebbero potuto suonare il campanello e farsi disseppellire dai loro cari. 
Anche nelle storie di Perchta il sangue non manca: secondo una saga rincorrerebbe i bambini nascosta sotto un lenzuolo insanguinato (1). Tuttavia, io credo che l'interpretatio debba essere più sottile: l'aspetto tenebroso della Dama Bianca non è una banale estensione del rifiuto cattolico di legittimare vecchie dee e usanze. Già le religioni indoeuropee, infatti, prima ancora del cristianesimo, deturparono il volto primigenio della antica divinità della luce, demonizzandone l'aspetto macabro e creando il dualismo tra bene e male, mentre sarebbe semplicemente sano e giusto riconoscere nell'incarnazione femminile divina della Dama Bianca, un lato luminoso in equilibrio con quello tenebroso.
Questo è ciò che Carl Gustav Jung intendeva con “coniunctio oppositorum” (11), ossia la congiunzione degli opposti necessaria al processo di identificazione (11) della propria natura antica, profonda, intima e divina. Entrare in contatto con l'archetipo della Dama Bianca è il ponte perfetto per accedere a questo viaggio di unificazione delle due parti (spesso scisse) dentro di sé: per conoscere Lucia e la sua luce guaritrice è fondamentale attraversare il cammino oscuro tenendo la mano a Lutzl.
Ab origine luce e ombra erano parte integrante l'una dell'altra, sopra come sotto, dentro come fuori, elementi di una alchimia sana. 
La Dama Bianca è il doppio che caratterizzava le dee più antiche, coloro alle quali non era ancora stato chiesto di scegliere tra vita e morte, tra luce e ombra.
La Dama Bianca, è una grande madre della luce e dell'ombra, della primavera e dell'inverno, della morte e della rinascita. Una vera e propria Dea Madre onnicomprensiva di tutti gli aspetti, sia della natura manifesta che della natura interiore umana.

Le tre Dame Bianche, le Fate Madrine, Lucina e la dea Candelifera

Non è un caso che la Dama Bianca influenzi tre lunazioni, come abbiamo visto, le prime tre dell'anno pagano antico, poiché il numero tre è una ricorrenza di enorme potere: spesso si è narrato di tre damine bianche che viaggiano insieme (1), ciò è espressione di un legame profondo della Dama Bianca con l'archetipo universale della luna nelle sue tre fasi principali: crescente, piena e calante; come avviene per le tre Parche romane, le tre Moire greche e le tre Norne della tradizione norrena.
Anche le Fate Madrine (fatae) che compaiono nelle fiabe, che tradizionalmente si muovono in tre, possono essere considerate una presenza della Dama Bianca. Sappiamo infatti che alcune di loro possono elargire doni, ma possono anche esserci fate oscure, relative quindi alla fase calante della Luna, ed ammonire e bandire doni immeritati.
Come si è già visto, Santa Lucia è anche assimilabile alla Diana preromana che secondo alcune fonti incarna una dea solare ancora più antica (2). Alcune fonti fondamentali raccontano poi che in diverse zone d'Italia venivano titolati a Diana i focolari domestici (4), questo abito da “Vestale” della Dea Diana, ci fa pensare ancora al suo attributo della luce.
Siccome Diana proteggeva le partorienti ed è appurato un suo collegamento con Lucia, mi piacerebbe supporre che anche la dea romana Lucina (di dietrologie con tutta probabilità etrusche) – per ovvie somiglianze etimologiche, ma anche e soprattutto per essere la protettrice delle partorienti – potrebbe essere una manifestazione della Dama Bianca e quindi delle Madri d’Inverno, di luce e fortuna…
Non a caso la Vecchia Religione venne a configurarsi con il nome di Culto di Diana, o Erodiade/Diana. Lucina era infatti anche una Dea della luce della luna e delle stelle (fuoco celeste) e anticamente veniva celebrata e invocata nel periodo solstiziale per garantire la venuta del sole alla luce (13).
Fra l'altro, studi recenti la fanno derivare dal latino “lucus”, che significa bosco sacro. Questo è un altro attributo che ci ricorda la somiglianza tra Lucia, Diana, le Matronae e dunque con le Matres delle Dodici Notti che sono attribuibili alla Befana/Dama Bianca.
La dea Lucina era conosciuta nell'antica Roma anche come “Candelifera”, anche se pare che anche le sue origini più remote risalgano all'Europa del Nord (14). Fra l'altro non deve essere un caso che Lucina venga associata proprio a Diana, dato che la pista che fa di Lucia una emanazione di Diana luminosa, potrebbe basarsi sul fatto che le parole celtiche “dianna” o “diona” significhino divina, brillante (2), che è anche lo stesso significato di Perchta, come detto a principio di questa ricerca.
Entrambe sono alle origini del culto femminile alpino preromano, e addirittura antecedente a quello celtico, dato che Diana potrebbe coincidere con una Dea etrusca precedente all'occupazione celtica della pianura padana. Non a caso, in ogni luogo d'Europa, prima della cristianizzazione, ci fu un culto legato alla nascita del Sole d'inverno, che il patriarcato delle religioni indoeuropee ha trasformato in un dio maschio e guerriero, ma che, stando alle nostre fonti, originariamente, era caratteristico di una matrix femminile non duale.
 
Dee germaniche e slave connesse a Befana: Freya, Frigga, Hulda, Nerthus e Mokosh

Il nome Holla/Holle è utilizzato soprattutto nei Paesi Nordici, legato alle dee norrene Freya, Frigga e Hulda/Holda(1) mentre è nell'arco alpino che viene chiamata Perchta; anche se ricerche recenti hanno portato alla luce che la dea Holle sembrerebbe essere legata più che a qualsiasi altra divinità antica, alla dea germanica della terra Nerthus, o Hertha(7), con tutta probabilità legato al norreno “Njordr”, che significa forte, vigoroso e che potrebbe essere stata una mascolinizzazione della stessa antica madre, già venerata in alcune tribù germaniche pre-agricole, ovvero autoctone (venne citata da Tacito, storico romano del I secolo, nella sua opera De origine et situ Germanorum (3)).
Un'altra dea dei lavori domestici con attributi simili alla Dama Bianca è la dea della terra ucraina di nome Mokosh, che possiede il potere della morte e della rigenerazione, oltre che della divinazione.
 
Disir e Valchirie, le Truden e le madri della filatura

Secondo una personalissima interpretazione affianco alle Dísir (già menzionate nella ricerca) anche le Valchirie possono essere considerate un aspetto di Dama Bianca.
In una antica fonte si allude al fatto che i riti in onore delle Dísir avvenivano nelle “Notti d'Inverno” (Vetrnaetr) (15), probabilmente in riferimento alle Dodici Notti di Natale.
Queste notti appartengono tradizionalmente alle filatrici e quindi alla Berchta: in effetti le Valchirie, oltre ad essere annoverate tra le cavalcatrici della marcia selvaggia (che abbiamo visto essere prerogativa delle dee di luce e fortuna delle Dodici Notti); tessono il filo del destino degli uomini (15), esattamente come le Parche, le Moire, le Nornir e le Fate Madrine.
L'annuale processione di Berchta verso le case starebbe allora a ricordare una cavalcata delle valchirie, nonché conserva gli elementi della famigerata marcia selvaggia: la Perchta scoperchia i tetti delle case e sovverte l'ordine delle cose, facendo la sua apparizione come strega madrina dell'inverno.
In generale appartengono a questo aspetto della Dama Bianca tutte le donne o dee che praticano la tessitura e che governano “il filato del fato”. Tutti questi sono, tra l’altro, i volti della triplice dea ereditata dall'Europa Neolitica (16).
Il fatto che le donne/streghe/filatrici siano state rese “alla stregua” di incubi per l’uomo (nel caso delle Truden (1), che sono i folletti al servizio di Perchta, scompigliatrici e abili tessitrici, non dovrebbe sorprendere: una fonte antica riporta che in molte parti d'Italia alle donne era proibito filare sulle strade maestre mentre camminavano, o di portare con sé i propri fusi.
Si riteneva che le filatrici – evidentemente considerate eredità delle dee e figure folcloriche intorno alle quali molte leggende sono state narrate – avessero la capacità di distruggere i raccolti torcendo le spighe di grano mentre torcevano il fuso ma, più profondamente, si aveva forse paura della capacità delle donne di interferire con la trama del fato in quanto creature legate alle abilità della fatae di torcere il filo del destino (4).
La Perchta possiede infatti l'arte di intessere, legare e slegare gli incantesimi.
Tutte le arti magiche che comprendono la formazione di un cerchio, l'annodare o sbrogliare (1), ma anche l'intessere cantilene con le parole (che possono essere il fuso più potente a disposizione di una donna) sono un dono della Dama Bianca. La Dama del filato. Colei che fila e intesse il destino e si occupa di verificare che anche noi stiamo effettivamente intessendo il nostro, facendo visita alle nostre case nelle notti in cui il velo si assottiglia.
Una particolare suggestione che ho individuato, attraverso i miei anni di studio indipendente, è che il nome di una delle valchirie proviene dal norreno ed è «Thrudhr» (15); mentre gli spiriti o folletti scompigliatori della «Strega Perchta» si dà il caso si chiamassero «Truden», che corrispondono alle paure segrete e inspiegabili, dette anche “angustie della Trud”.
Nel folklore tedesco anche l’Alp (al pluralre Alpe o Alpen) è un essere soprannaturale simile a un vampiro e che reca connotati simili all’incubos. “Trud” è semplicemente un altro modo di chiamarlo, ma la parola sopraddetta pare essere una forma distorta dell’inglese Elf.
Ciò potrebbe essere la prova di quanto qui sostenuto, ovvero che la Dama Bianca possa essere un residuo delle dee menzionate da Robert Graves ne “La Dea Bianca” – le madri dell’inverno preindoeuropee e le antiche madri del raccolto della Britannia e della Grecia primitive sarebbero dunque le stesse madri – infatti una leggenda conservata da Nennio racconta che l'originaria Britannia protostorica possa aver derivato il suo primo nome da “Albione”, con cui era nota a Plinio, da Albina “La Dea Bianca”, nonché maggiore delle sacerdotesse Danaidi. Pare che da questo legame derivino espressioni germaniche come “Elven” – donna elfo – “Alb” - elfo – e “Albdrücken” – incubo o demone dell'incubo e, in definitiva, pare fosse legato alla parola alphiton ossia “farina d'orzo”.
Incubi della Berchta, valchirie cavalcanti, filatrici del destino (Fatae/Nornir) e le antiche madri del raccolto che, dopotutto, sono reminiscenza del mito di Iside Sochet/Sochit (che in Frazer viene sottolineato come epiteto che significa “campo di grano”); nondimeno Matronae (che celano come visto la Diana preromana, Minerva e la Brigid/Belisama) e Dísir, custodi della stirpe; e le varie cristianizzazioni nelle Madonnine campestri di latte, neve e delle grazie; potrebbero essere “un unicum”, ovvero tutte emanazioni della stessa grande madre e antenata conosciuta fin dal neolitico e venerata nelle Notti d’Inverno presso il focolare.
Ha assunto molti nomi e molti volti, ma forse è sempre la stessa: la Madre, la Matrona

Aradia ed Ecate, altri  volti e significati della Perchta, Strega giustiziera degli indifesi e dea di randagi ed emarginati

Un altro aspetto che fa della Perchta una temibile strega è che fa giustizia di imbroglioni, assassini, stupratori, ubriaconi e violenti (1). Spodestata con l’opera missionaria alpina, venne sostituita da Maria, e con ciò perse purtroppo parte del suo potere, ma rimane tutt’oggi protettrice delle donne e dei bambini (1), e in definitiva dei più deboli, degli emarginati, di coloro che non hanno la forza di difendersi da sole/i e invocano il suo aiuto.
In un certo senso, secondo una personale visitazione delle fonti, la si potrebbe accostare ad Aradia – conosciuta nel Canon Episcopi come Erodiade/Diana(4) e personaggio di rilievo delle leggende toscane sedute su radici etrusche – sia perché è la figlia di Diana e “Lucifero” secondo il Vangelo Delle Streghe di Leland(17), ma anche per la sua funzione di donna/strega vendicatrice degli innocenti, inviata sulla terra per radunare i “reietti” abusati dalla chiesa durante la caccia alle streghe, per proteggerli e capitanarne la ribellione.
Del resto, Perchta è l’amica e protettrice di tutte le donne che hanno deciso di vivere libere e solitarie: a loro forza e protezione.
Perchta è anche colei che apre e chiude i cancelli che separano i mondi, responsabile di morte e rinascita, a lei ci si rivolge infine per comunicare con gli antenati.
La sua funzione è simile a quella di Frigg/Freya (la Madre dei Vanir che fila e possiede le chiavi) ma anche a quella di Ecate(1), che nella mitologia greca è la “dea dei crocicchi”, colei che vaga con i suoi cani (anche Perchta è guardiana delle bestie, dei lupi e dei randagi) e che tiene in mano il mazzo di chiavi che aprono i cancelli dell'oltretomba.
Perchta è infatti anch'ella una guardiana della soglia, intercede fra il mondo visibile e quello invisibile e potrebbe dare segnali della sua presenza prendendo le sembianze di un lupo o di un pipistrello, animali legati alla morte e all'oscurità. 
Non si disturbi una donna coi suoi cani ai piedi di un albero o alle soglie del bosco, o seduta sulla panchina di un parco, poiché la furia della sua protettrice potrebbe essere deleteria per chi la sfida!
Una volta all’anno si fa viva nel mondo umano spazzando via tetti e finestre, la si può riconoscere nelle folate di vento improvvise (1), negli incidenti, nelle situazioni che bruscamente vengono ribaltate od interrotte.

Cappuccetto Rosso e il Lupo
Una fiaba della Perchta/Befana

Anche Cappuccetto Rosso è una storia di Perchta(1): “Rotkäppchen” (in tedesco).
In Cappuccetto Rosso il lupo è una epifania della Perchta, responsabile del passaggio della giovane fanciulla alla maturità femminile di donna.
Questo richiama l’aspetto orrorifico di Dama Bianca, della Lutz insanguinata che è l'altro volto di Santa Lucia. Secondo una personalissima interpretazione, il tradizionale incontro sanguinoso tra il lupo e cappuccetto, potrebbe rappresentare anche l’arrivo del menarca, il punto di svolta in cui Cappuccetto viene iniziata ai Misteri della luminosa donna antica che vive nel bosco, la quale incarna lo spirito della cosiddetta lupa solitaria, la strega, l'adulta e anziana.
Persino le recenti serie tv stanno arrivando a comprendere molto bene queste lontane verità: nella serie Netflix “Once Upon a Time”, basata sulla vita sconosciuta dei personaggi delle fiabe; Cappuccetto è il lupo!. L'
unico mostro dal quale doversi difendere, talvolta, è il male assopito dentro di sé, ma non lo si può guardare negli occhi fintantoché si va cercando un lupo cattivo là fuori, non considerando che ombra e luce vivono dentro ognuna e ognuno e la fiabe hanno la speciale funzione di farci porgere l'occhio su questi personaggi interni, per poterli liberare e sfamare, affinché non nuociano a noi né ad altri o altre ma svolgano il loro originario ruolo trasformativo. 

Questo suggerisce ancora una volta che Perchta così come Lucia vivono dentro di noi, come aspetto di ombra e luce. Il Dentiero della Strega, che continua per tutta la vita, è anche quello di far sì che i due lati di questa antichissima entità si armonizzino e convivano tra loro.
La Perchta/lupo mangia la giovane fanciulla per resuscitarla a nuova vita con le qualità della donna adulta (1), (18), e ciò richiama il motivo del Rogo della Vecia di fine anno, dalle cui ceneri nascerebbe la fanciulla di luce, portatrice della nuova fiamma e della primavera.
Il tema della fanciulla che sosta nella casa nella foresta della Dama Bianca, per uscirne più forte, matura e trasformata, accomuna Frau Holle e Perchta.
In effetti anche Frau Holle (della quale la nostra Befana ha in effetti i tratti ferini); possiede delle lunghe zanne spaventose, ma proprio come il lupo di cappuccetto non è cattiva e le bambine volenterose, in grado di starle accanto e svolgere i compiti di casa al suo fianco senza lasciarsi intimorire dal suo aspetto, godranno dei suoi doni.
Forse è possibile trovare quella casa del bosco dentro di noi: si potrebbe sfruttare l'energia della stagione buia per andare a bussare alla porta della Dama Bianca, che accoglierà generosamente la nostra richiesta. Friedrich Nietzsche scrisse: — che cosa fai ancora qui? Vai nel bosco —.
E intendeva proprio questo: cercare dentro di sé il bosco delle fiabe ed entrare in contatto coi personaggi sottili che ci abitano, che sono gli unici a poterci aiutare nell'opera più importante alla quale tutti siamo inevitabilmente destinati: conoscere noi stesse e noi stessi.
La dimora trasformativa della Dama della soglia ci attende per svelarci i suoi segreti e “ripartorirci” – simbolicamente mangiate dalla lupa – rigenerate.
Prove le argomentazioni di Jung (11), nella fiaba di Pinocchio, Geppetto viene similmente mangiato dalla balena e poi espulso, con la stessa funzione trasformativa che si riscontra in Cappuccetto Rosso.

La venerazione della luce e della stella sole dalle regioni artiche fino alla prima storia israelita
Astarte, la stella cometa di Natale

La venerazione della luce va ricercata in un periodo di molto anteriore al cristianesimo: le prime prove dell'origine delle feste legate al fuoco sono state trovate nell'Europa Settentrionale, risalenti ai primi tentativi cristiani di abolirle già nel VIII secolo.
Il culto della luce era già presente nelle usanze delle nostre antenate preindoeuropee di cui v'è reminiscenza nella famigerata “Vecchia Religione”.
Ogni luogo del mondo ha avuto una originaria religiosità legata alla magia della natura (4): il sole, ed il suo ciclo di morte e rinascita, sono stati deificati sin dall'origine. Ciò è comprensibile se si considera che i nostri antenati vivevano secondo il ritmo delle stagioni e la durata del ciclo e del giorno (13).
La loro sopravvivenza non solo spirituale ma soprattutto fisica dipendeva dal grande astro di fuoco. Testimonianze di un culto legato alla natività del sole intorno al 25 Dicembre, provengono dall'oriente persiano del dio Mithra – nonché dal mitraismo di appropriazione da parte dell'impero romano, originariamente molto simile al culto della Grande Madre – dalla Siria e dall'Egitto, dove si festeggiava la vergine partoriente, “la Grande Dea Celeste dei Semiti”, che era una forma di Astarte (4).
Inizialmente la data adottata per la natività era in queste zone il 6 gennaio, furono i dottori della Chiesa che, volendo insabbiare le radici antiche del culto del sole, decisero di concedere che la natività del Cristo venisse fissata il 25 dicembre, e l'Epifania il 6 gennaio. Fu un modo per inglobare le adorazioni pagane con quelle cristiane in unicum che potesse soddisfare la richiesta del popolo e soggiogarlo con mani invisibili alla nuova religione.
Il culto del sole nascituro, secondo la testimonianza dell'astronomo Bailly (citata nel Ramo d’Oro di Frazer), deriverebbe addirittura dalle regioni artiche (4), con protagonista Adone inteso come personificazione del sole. Effettivamente in luoghi dove per metà dell'anno il sole scompare del tutto, è possibile che l'esorcizzazione dell'inverno con riti propiziatori della luce possa essere stata predominante(4) e vissuta con maggiore timore che il sole potesse non tornare più; ma origini lampanti di tale culto, connesso alla Epifania, sono da identificarsi nella prima storia israelita:  ad Afaca, in Siria, presso un famoso tempio di Astarte, era “l’apparizione di una meteora” a dare il segnale per la celebrazione dei riti di Adone, poi identificato con Gesù. Cadeva, la Dea, come una stella, dal Monte Libano nel fiume Adone. Si credeva che la meteora fosse “Astarte in persona” e il suo volo attraverso l’aria rappresentava la discesa della dea innamorata tra le braccia del suo amante.
Ad Antiochia e altrove “l’apparire della stella mattutina” nel giorno della festa può, in egual modo, essere stata presa come l’arrivo della dea dell’amore per risvegliare il suo amante morto dal suo letto terrestre (2). Se così era, possiamo immaginare che fosse la stella mattutina a guidare i Re Magi dall’oriente a Betlemme(2); invero, la Stella e le dee di luce lei associate, custodi del fuoco celeste come la nostra Befana; tra cui Iside Sopdet, la Stella Maris; sono la vera e più antica apparizione celeste femminile, la dietrologia pagana, di quello spirito santo fecondatore della grotta/utero che, in un tempo che si perde nella notte dei tempi, giungeva a risvegliare la terra addormentata sotto la galaverna, dando vita alla natalità della creatura solare: il sole, che al girare della ruota rinasce sotto l'egida del solstizio, dopotutto, è una stella.
La Stella Madre, che dà alla luce la stella figlia.
In generale tutti i pagani dell'Europa Antica accesero fuochi per propiziare la rinascita del sole al Solstizio d'Inverno: in Italia, in Inghilterra, in Francia, tra gli Slavi Meridionali, In Germania, in Serbia, in Albania, nei Carpazi e persino i territori dell'antico culto ariano, sono solo alcuni dei luoghi dove ci sono tracce importanti dell'usanza di esorcizzare il buio accendendo fuochi nel periodo invernale.
L'inclusione dell'avvicendarsi ciclico del Re Quercia/Re Agrifoglio, per esempio, nella religione Wicca, è una realtà moderna (2) che affonda però le sue radici negli antichi riti – che non riguardano solo l'Europa – che venivano svolti nei villaggi per ingraziarsi il favore del Sole (4).
Vere e proprie pantomime venivano personificate dai nostri antenati in tutto il mondo per inscenare la battaglia tra l'ombra e la luce, tra l'inverno e l’estate.
All'estremità più settentrionale dell'Alaska e quasi dell'America, gli Eschimesi al momento del riapparire del sole dopo il lungo buio dell'inverno, praticavano un rito per scacciare gli spiriti malefici(4), in Australia sulle rive del fiume Barwan alcuni aborigeni si tingevano il corpo di bianco, la testa a strisce gialle e rosse, e inscenavano una guerriglia per scacciare i nemici invisibili(4): interessante notare che una fortuita coincidenza vuole che il bianco, l'oro e il rosso siano anche i colori tradizionali della veste di Santa Lucia, che è colei che porta luce nell'ombra nella tradizione autoctona.

Simboli e piante della Dama Bianca

Giunte fin qui, ci siamo accorte che i simboli della Dama Bianca sono quindi il fuso, il pozzo o la fonte d'acqua – che in alcune leggende su Frau Holle può essere anche un laghetto o una pietra(7) – e  la neve, il campanello, la chiave; poiché intercede tra il regno dei vivi e il regno dei morti e la scopa, attributo della strega per antonomasia ed essenziale per le pulizie che le fanciulle fanno al suo servizio, essendo sì una Dea delle stagioni e dell'inverno, una guardiana del regno di sotto e del mondo–altro, ma anche e soprattutto una dea dei lavori domestici, intimamente legati all'antico atto dei nostri antenati ed antenate di fumigare, pulire e purificare, tipico delle Dodici Notti, come visto.
Un altro simbolo della Dama Bianca è infatti la salvia, fumigata in queste notti di purificazione, nonché il vischio, che si credeva allontanasse i tuoni e la negatività nella Europa contadina sia centrale che slava, ed il sambuco, nonché “l'albero delle ave”, il salice e il limone dal profondo potere purificante.
 
La magia runica della Perchta

Ma un altro simbolo della Dama Bianca potrebbe essere secondo una personale interpretazione quello della runa Perth, un glifo facente parte dell'antico futhark (alfabeto) norreno, che rappresenta il sacro ciclo della vita:

“Cadi dentro te stesso
precipita nel gorgo oscuro
del pozzo dei tuoi pensieri
lì troverai la risposta
a ogni perché” (19).

Questo recita l'oracolo della runa Perth, dove il pozzo è un chiaro richiamo alla discesa nel mondo altro, ove la Dama Bianca presiede in quanto antica dea del ciclo di morte e rinascita.
Nelle leggende germaniche su Madre Hulda, in effetti, le bambine che vengono chiamate al suo servizio precipitano in un pozzo o in un laghetto, che istantaneamente le fa risvegliare nel suo regno segreto, metafora del risveglio interiore dopo essere precipitati nel buio dell'anima, il buio dell'inverno interiore; nonché passaggio dall'egida della Vecchia a quello della Giovane.
Questa runa è infatti legata ai misteri occulti, e simboleggia il seme nascente nascosto nella terra, è il mistero microcosmico della vita e della morte che vive dentro di noi, e che replica il mistero macrocosmico della notte dei tempi.
L'etimologia della runa Perth sembra derivare da Berchta (chiamata “dea della terra” nel famoso libro Runemal) che sappiamo essere la stessa Perchta: Perth/Perchta.
Perth rappresenta la grotta interiore in cui rinchiuderci durante il lungo letargo invernale – che le antiche fonti si riferissero proprio alle Dodici Notti, cui è attribuito anche il Dísablót discusso nei precedenti paragrafi? – ed assomiglia a una porta, a una grotta, e quindi rimanda al simbolo della chiave (19), la chiave con cui viene raffigurata la madre dei Vani Frigg, una delle dietrologie numinose di Dama Bianca e quindi di Perchta.
 
Il ciocco di Natale, il vischio magico, la quercia e la scopa del tuono

L’usanza principale legata ai fuochi invernali è quella del ciocco di Natale (4).
L'erudito John Brand dimostrò che la sua origine in tutta Europa è totalmente precristiana e fino a metà del secolo scorso in Germania veniva ancora praticata. Altro non era che un ceppo in pesante legno di quercia che veniva fatto rosseggiare nel focolare per tutto il periodo dei Dodici Giorni.
In Vestfalia e in Albania, le ceneri del ceppo dell'anno passato venivano sparse nei campi per agevolare i raccolti, durante le dodici notti tra il Natale e l'Epifania.
In Francia veniva fatto ardere dalla notte di Natale fino all'Epifania. Simili usanze – legate alla cenere e dunque alla Befana, come visto la custode della fiamma, antenata neolitica cui il focolare era consacrato (23) – appartenevano anche all'Inghilterra e ai paesi Slavi Meridionali.
In Francia si credeva che il ceppo proteggesse dai fulmini (la Befana è la custode della fiamma celeste, responsabile delle tempeste) e dalle stregonerie.
In Inghilterra lo chiamavano “Yule-clog”(4), utilizzato per illuminare la casa insieme a grandi candele per trasformare la notte in giorno. Simile usanza era osservata dai Serbi, che utilizzavano allo stesso scopo anche la betulla o l’olivo (4).
Gli Huzul dei Carpazi accendevano un fuoco con attrito di legna nella Vigilia di Natale e lo tenevano acceso fino all'Epifania.
In quasi tutti i paesi coinvolti dall'usanza si credeva che le ceneri del ceppo avrebbero protetto tutto l'anno la casa dai fulmini, questo probabilmente deriva dall'antico culto ariano che identificava con la quercia il potere del dio del tuono, ma anche come reminiscenza della Befana, la antenata del fuoco celeste (23). Deriva probabilmente dalla stessa matrice cultuale la credenza delle virtù terapeutiche e fertilizzanti delle ceneri del ceppo.
Pare che agli antichi Ariani, la quercia, possa essere sembrata un “serbatoio del fuoco”, il cui estratto avrebbe nutrito il sole, e pare che l'intera tradizione del ceppo di quercia derivi proprio da qui (4).
Un'altra credenza era legata in tutta Europa al potere del vischio. Da tempi immemorabili il vischio è stato oggetto di una superstiziosa venerazione. Un famoso passo di Plinio ci dice che esso era adorato dai Druidi (4). Non v'era posto della Gallia – nonché luogo di culto delle Matres/Matronae, o madri – dove il vischio e la quercia non fossero inclusi in rituali di grande importanza.
Il Vischio fu anche l'arma con cui venne ucciso il dio norvegese Baldr, e questo suggerisce una profonda convinzione che i nostri antenati nutrivano in merito (a causa della dea Frigg, che risparmio la vita a questa piantina). Il vischio era considerato in Bretagna, in Irlanda, in Galles, in Scozia, in Francia, in Germania e in Olanda come una pianta capace di sanare da ogni male. Tale forza suggestiva veniva tratta probabilmente dalla sua efficacia nello spegnere gli incendi; credenza che gli svedesi hanno appreso dagli italici (4), e infatti appendono ancora ciuffi nelle case e sulle porte nel periodo natalizio; simile alla suggestione che la quercia riparasse dal tuono.
In Boemia una scopa del tuono creata con il vischio proteggeva la casa dai fulmini: il grano sarebbe cresciuto alto se si fossero gettate in alto delle scope accese, e appendere una scopina sulla porta, così come ciuffi di vischio, scaccerebbe via anche il male.
In Normandia alla Vigilia di Epifania si correva con torce accese fra i campi per cacciare via topi e talpe ma probabilmente anche spiriti maligni; in Austria si metteva un ramo di vischio sulla porta contro gli incubi.
In effetti, oltre al Sambuco, in inglese “The Elder-Tree” (1), l'albero delle ave, anche il vischio è una pianta sacra alla strega alpina Perchta. Il Vischio era anche conosciuto come la “chiave” in grado di aprire tutte le porte, oltre che come un oggetto in grado di rivelare i tesori (4), ciò non è un caso, se si ricorda che uno degli attributi della Dama Bianca e delle filatrici come Frigg (in quanto guardiana della soglia che separa il mondo tangibile da quello invisibile) potrebbe essere proprio la chiave.
Sembra che i nostri antenati precristiani tentassero di proteggersi dall'oscurità sugellando il male fuori dalle abitazioni proprio ricorrendo al vischio: e se invece il vischio fosse, in virtù di un sentire preindoeuropeo, proprio la chiave che permetterebbe alla Dama Bianca di penetrare nelle case nel periodo delle magiche notti, per portare il dono della consapevolezza dell'oscurità dalla quale sgorga la luce?
Del resto, anche la tradizionale scopina del tuono creata in Boemia, sembra ricordare un altro attributo della Strega Perchta, nonché Dama Bianca, o Frau Holle, dato che è la Madre delle faccende domestiche per eccellenza, e quindi tutrice dell'atto dello spazzare via la negatività accumulata nelle case e dentro di noi, accogliendo così la luce della rinascita.   
Nondimeno, la scopa o il bastone hanno un significato ancora più profondo, poiché rievocano il simbolo dell’albero cosmico – presente già nella cultura preindoeuropea – che connetteva la terra al cielo, ovvero le acque sotterranee al fuoco celeste. Ciò ha dato vita alla rabdomanzia dei nostri antenati etruschi e celti che rintracciavano le “leylines” (linee temporanee) ma anche alla convinzione nata su alcuni oggetti famigeratamente attribuiti a fate e maghi: bacchette magiche e bastoni, che rievocherebbero questo arcano. Altresì è proprio per inscenare tale linea di contatto tra la terra e il cielo che fin dal neolitico si ha immaginato che la Befana (antenata del fuoco celeste e custode del focolare) potesse attraversare il camino per fare la sua apparizione tra le ceneri del caminetto….
 
Il primo albero di Natale nell'Europa delle sacerdotesse

Come si è visto la dea Lucina, nella quale vive un aspetto di Lucia in quanto colei che porta alla luce, non solo possedeva il fuoco delle partorienti, e quindi delle Madri, che protegge e incoraggia, ma era anche considerata una dea delle Stelle e della Luna.
Non dovrebbe sorprendere che l'usanza di decorare le conifere nel periodo più freddo dell'anno arrivi proprio dall'Antica Europa, ossia dalla cultura preindoeuropea del nostro continente, dove vigeva un sistema matrifocale e probabilmente matrilineare, agricolo e sedentario, egualitario e pacifico (16) in cui le sacerdotesse devote alla Grande Madre creavano decorazioni naturali con le forme di stelle e lune (13). Sembra che la chiave di tutta la ricerca sia proprio qui: ci troviamo di fronte al vero volto del Natale primigenio, scoprendo la eco di una tradizione millenaria, antica come la terra stessa.
 
Yule, Jól; Jul

Yule, espressione proveniente dall'antico inglese, è la festa invernale precristiana, corrispondente ai Saturnalia romani (20).  Il termine anglosassone che indicava Yule è Geól cioè il Natale e la festa della Natività del Signore. Si trova ad esempio in espressioni come on geól, “a Natale”, oppure ðý twelftan dæge ofer geóhol, “il dodicesimo giorno dopo Natale, l’Epifania”. Un’altra occorrenza è feówertig daga ǽr eástran and feówertig daga ǽr Cristes acennisse ðæt is ǽr geólum, “quaranta giorni prima di Pasqua e quaranta giorni prima della nascita di Cristo, cioè prima di Natale”. La parola è collegata alle forme germaniche parallele: in danese juul, in svedese jul, in antico norreno jól, che significava sia la festa di Yule e del Natale sia, più in generale, qualunque festa o banchetto (21). L'etimologia è ancora avvolta dal mistero, ma si è quasi tutti d'accordo nell'attribuirle il significato simbolico di “ruota” poiché nel periodo solstiziale, intorno al 21 dicembre, questa tocca la sua estremità inferiore e inverte la rotta per vedere rinascere la stella sole.

Originariamente era considerato il momento in cui incominciava il nuovo anno del ciclo dei cacciatori-raccoglitori, il momento in cui le giornate tornavano a farsi più lunghe.
Per gli Anglosassoni e i Norreni, lo rimase anche dopo l'avvento dell'agricoltura, divenendo nota come Modranacht, la Notte delle Madri (Cfr. 22, p.170) di cui si ha parlato a principio di questa ricerca.
Sebbene sia opinione condivisa dai neopagani che questa sia la notte in cui la dea darebbe alla luce il Dio; è nella figura di Lucia Candelifera (un tempo anche detta Lucina delle partorienti), colei che dà alla luce e porta la luce; che si delinea la creatura bambina nascente. Lo stesso avvicendarsi ciclico del Re Quercia/Re Agrifoglio tipico della Wicca, e che ha origini nel mito celtico ma potrebbe addirittura aver rappresentato, semplicemente, una trasformazione economica dove i pastori achei che al loro arrivo nella Grecia settentrionale avevano assimilato il loro dio del cielo al locale eroe della quercia si erano imposti agli agricoltori pelasgici (cfr. 20, p.77);  ab origine si sarebbe potuto identificare nell'annuale morte e rinascita della natura, di cui erano protagoniste la Madre e la bambina: la Cailleach del gelo, sostituita dalla piccola Brighid dei tre fuochi all'inizio della primavera. La Cailleach era identificata anche come “Annis la Nera” come uno degli aspetti più antichi delle Isole Britanniche, in quanto sembiante lunare oscuro, ma anche legato alla mietitura del grano.
Non a caso, lo stesso ciclo è adempiuto nel mito primitivo greco, di dietrologia quasi sicuramente egizia, di Cerere/Demetra e Persefone, nel quale si delinea anche la stessa Iside regina, Stilla Maris o Sochit/Sochet, ovverosia la Madre del Grano ben nota come Dea Bianca, nella quale convergono sia le dee greche che britanniche delle origini, partecipi di una radice comune: “colei che è ammantata di bianco brillante, altrove gialla come il croco, altrove rosata, altrove rosso fiamma, avvolta da uno scuro, fosco, nero brillante” (Cfr. 20, p.83).
Yule è dunque da considerarsi più un periodo, che una ricorrenza, anche se si è soliti nelle religioni pagane e neopagane festeggiare questa tradizione il 21 dicembre, il giorno ufficialmente riconosciuto come Solstizio d'Inverno.
Secondo una vecchia strega dei Grigioni, le Dodici Notti che caratterizzano il periodo di Jul, ovvero tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, erano in origine il tempo derivante dalla differenza tra l'antico anno lunare e quello solare: ecco perché, si dice ad esempio Santa Lucia il giorno più corto che ci sia; in riferimento al 13 Dicembre, e questo è anche il motivo per cui l'arco di tempo tra il 13 Dicembre e il 6 Gennaio, sia da considerarsi una sorta di unicum, dove non è richiesto essere troppo rigide/i con le date ma, piuttosto, si colgano i messaggi sottili che sono sempre a disposizione, in questi giorni magici di nebbia, gelo, oracolo e fumigazione: “ecco la ragione” ‒ Frazer cita uno scrittore siriaco, cfr.4 p.431 ‒  “per la quale i Padri della Chiesa trasportarono la celebrazione pagana primitiva del 6 gennaio al 25 dicembre, perché si accorsero che i cristiani avevano una certa inclinazione ad accendere fuochi il 25 Dicembre, promuovendo la continuazione della antica celebrazione, così decisero che la vera natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la Festa dell'Epifania il 6 gennaio”.
Per questo motivo, l'usanza di questo costume, si è protratta nel tempo e ha riguardato, e riguarda, più di una singola giornata, ma un arco di tempo che, tutto insieme, può essere chiamato “Yuletide”, ovverosia, “la stagione di Natale”.

Joulupukki e Santa Lucia, alle origini di Babbo Natale

Secondo le ricerche di questo portale, potrebbe esserci il volto della Dama Bianca alle spalle della leggenda di Joulupukki, il famigerato Babbo Natale finnico che, etimologicamente, significherebbe “capra dello Jól”, probabilmente dal norreno Hjól (cfr. 21); in riferimento alla ruota dell'anno antico e che incarnerebbe lo spirito delle due capre che trainavano la slitta del dio Thor nella mitologia scandinava. Interessante notare gli attributi di Lucia e della Diana preindoeuropea in questo: Joulupukki, nel tipico contesto “dicotomizzato” delle leggende natalizie/solstiziali europee, portava, sotto forma di capra, doni ai buoni e punizioni ai cattivi.
Tipico delle leggende che riguardano la Befana, nonché Dama Bianca, Lucia/Lussi; Strega Perchta, Frau Holle, Holda, Madre Hulda; inevitabilmente legata alla filatrice Frigg e alle sue ancelle e che ha radici con tutta probabilità nella Dea Germanica pre-agricola della terra Nerthus, o Hertha (7), ricondotta etimologicamente al norreno Njörðr, che significa forte, vigoroso, e che potrebbe essere stata una mascolinizzazione della stessa antica madre germanica (autoctona) portatrice di luce.
E se le capre, oltre il velo di Joulupukki, fossero proprio eredità del selvaggio corteo femminile con cui Berchta, anche chiamata “signora delle bestie selvagge”; sin dalla notte dei tempi, scende dalla sua dimora di neve dal freddo Nord, una notte all'anno – chissà, forse, la stessa nebbiosa landa femminile e dei morti di Pohjola, tipica del retaggio mitico baltofinnico – per camminare fra le case e scoperchiarne i tetti recando tempesta?
Del resto, il segreto contatto tra i Runot (canti) finlandesi e la mitologia scandinava, ovvero ancora con le tradizioni germaniche preindoeuropee, con elementi intrecciati tra loro in diverse saghe e leggende norrene, è stato dimostrato dagli studi kalevaliani, e non esclude la riflessione qui proposta; ovvero che alle origini della “marcia” di Joulupukki vi sia una grande antenata dei morti, madre dell’inverno, che conduce la slitta (il mezzo di locomozione della Befana è la scopa, ma l’importanza la riveste il legno, elemento comune alla scopa e al bastone magico già menzionato in questa ricerca).
Si vuole ripetere allora un concetto: i folletti al seguito di Perchta, e di quella che con tutta probabilità è stata la prima marcia selvaggia, (secondo me solo in un secondo momento attribuita a Wotan/Odino) sono infatti le Truden, dal tedesco Trud, che corrispondono alle paure segrete e inspiegabili, dette anche “angustie della Trud”: curioso che il nome di una delle valchirie sia Thrúdhr, che significa donna o forza (Cfr. 15, p.75); alla stregua di Njörðr, nondimeno la presunta divinità Vanir frutto di una mascolinizzazione della dea della terra Nerthus; indiscussa protagonista dello “strascico di dee” che, tutte insieme, animano la figura della Dama Bianca, la filatrice dell'inverno, la luminosa che porta la morte nelle Dodici Notti d’Inverno…
 
I luoghi della Dama Bianca e come invitarla

La Dama Bianca è la dea dell'Inverno, la madre del tempo freddo, la guardiana del tempo bianco, della nebbia e della neve ed è a lei titolata “la via bianca”.
Ogni forma di strega e di archetipo a cavallo tra luce e ombra in qualche modo le appartiene e accompagna nel tempo liminare delle Dodici Notti quanto nel resto dell'anno.
Se la si vuole attirare a sé è possibile utilizzare un fuoco creato con legno di quercia e faggio, recandosi ai piedi di un salice, oppure bruciando la salvia, che le piacerà poiché le è sacra, così come le sono sacri il sambuco (1), l'acero, il ginepro, e la pianta di limone (7).
Il confine tra l’aspetto luminoso della Dama Bianca e quello spaventoso è in generale molto sottile e dipende per lo più da noi.
In ogni momento con pensieri e azioni stiamo svolgendo un rituale che ci farà invitare nella nostra vita i doni di Lucia oppure gli ammonimenti della Lutztl.
I luoghi dove poterla incontrare – al di là del regno celeste che abita, in quanto custode del fuoco e del fulmine (23) – sono le Alpi, le Dolomiti, la Val Camonica, nelle Totes Gebirge, in Tirolo e nei monti bavaresi, dove ci sono testimonianze di pietre e laghetti dove la Dama Bianca fece la sua apparizione, poi mascherati in luoghi di pellegrinaggio di Maria dai cattolici.
Ma la sua presenza è ovunque, nel mondo, ci sia un retaggio di culto della luce nell'inverno.
Al di là dei molti nomi e dei molti aspetti che ogni cultura ha interpretato in base all'affinità con il proprio territorio e la propria lingua, la Dama Bianca conserva la medesima essenza e, non dimentichiamolo, ogni dea vive in primo luogo dentro di noi, nelle nostre scelte, e in ciò che decidiamo di credere e agire. 
Le parole chiave per riconoscerla nella natura e nelle storie che celano un suo residuo sono luce, morte e rinascita, donna, pietra e triplice.
Tutto ciò che è legato alle sorgenti, alle pietre titolate a Maria od alle tre fasi lunari, nonché all'aspetto di triplice Dea protagonista della Vecchia Religione di Diana e delle streghe, la riguarda profondamente.
Ci si rivolge alla Dama Bianca quando si vuole comunicare con le antenate, e quando si vuole accedere ai misteri della morte e della rinascita. La Dama Bianca è anche colei che accompagna le streghe a viaggiare nel regno oltre il velo delle cose materiali nella notte del Capodanno delle Streghe. La Dama Bianca intercede tra gli esseri umani e gli spiriti e può aprire i cancelli che separano queste due dimensioni.

Le pulizie di casa, la letterina di Natale e altri piccoli riti

Lucia viene invocata per chiedere la luce e la guarigione, proprio perché considerata a protettrice della vista, Lucia ci insegna a porre i nostri occhi su ciò che è necessario vedere: dovunque posiamo lo sguardo, quella cosa accrescerà in potere e in grandezza grazie alla nostra attenzione.
Il tema di Lucia è la luce: illuminare, fare luce.
Mentre L’aspetto su cui domina Perchta è quello dell’incantesimo: bandire, legare, slegare e creare il proprio cerchio magico di protezione sono tutti atti che la riguardano e che solo lei può insegnarci.
Anche lo spazzare è un atto che la riguarda: la befana ha infatti con sé la scopa, e Perchta in qualità di Befana viene a controllare che la casa sia pulita e purificata dalle tracce dell’anno passato.
Tutto ciò che riguarda l’intrecciare – lana, capelli o storie – è materia di Perchta, tutrice del destino e della sua trama, come le Matronae/Fate Madrine.
Come detto sopra, la Dama Bianca vive anzitutto dentro di noi.
Il suo lato di luce ed il suo lato di ombra necessitano di stare in equilibrio, ma si può scegliere di invocarne uno piuttosto che l'altro a seconda della necessità interiore. Si comunica con lei incominciando a rendersi più silenziose, accogliendo ed ascoltando i suoi messaggi, che non esiteranno a giungere dalle profondità di noi stesse quando avremo reso la mente calma e il cuore ricettivo.
La Dama Bianca è anzitutto uno stato dell'essere, che si esplica in una rinnovata percezione dei suoi doni, talvolta mascherati da malattie o eventi all'apparenza negativi, che una volta compresi come un suo regalo saranno leva di trasformazione per noi stesse o noi stessi. 
Anche solo accendere una candela bianca o dorata, oppure argentata, può aiutarci ad invitarla nella nostra casa e dentro di noi.
Ogni anno io scrivo una letterina a Lucia o a Perchta, a seconda del mio sentire, e la lascio bruciare nel calderone o nel caminetto durante la fase lunare affine, oppure nella notte di Santa Lucia, nella Notte del Solstizio, o nella notte dell'Epifania. Ognuna di queste opzioni è valida, purché sia efficace per noi, purché ci faccia sentire a nostro agio, creative/i e felici!
D’altra parte, quando si vuole ricevere la sua energia trasformativa si può pulire a fondo la casa, detergere il pavimento con letizia, sprigionando pensieri di rinnovamento, ed utilizzando oli essenziali purificanti a proprio piacimento.
Nulla renderà Perchta più felice, poi, che trovare un'offerta di biscottini speziati, al fianco di un cero bianco come la neve che brucia apposta per lei, in una casa pulita e radiosa, dove i suoi doni possono discendere con la stessa delicatezza con cui la neve si adagia sui tetti nelle notti d'inverno.
Se accetta i doni e le pietanze scompaiono dai vassoi, Perchta porterà fortuna alla casa e alla stirpe.
Questo semplice rito può essere praticato nella notte della vigilia di Ognissanti, nella notte di Santa Lucia, nella Notte delle Madri o alla Vigilia della Epifania.

La Dama Bianca tra noi

In generale, la Befana che aspettiamo il 6 gennaio è forse la traccia più evidente che di questa antica dea dell'Occidente è rimasta. Nella notte dell'Epifania, infatti, la Dama Bianca potrebbe fare visita alle nostre case con il suo corteo di animali selvaggi (8), controllando che tutto sia in ordine e i lavori domestici siano stati fatti con cura, portando doni o punizioni a seconda dell’operato di chi ne riceve la visita. Forse potrebbe ancora essere, allora, che una anziana signora a cavallo di una scopa, si cali dal camino per controllare che la casa sia in ordine e che i compiti siano stati svolti nei tempi e con diligenza, nella notte dell'Epifania. Forse la Berchta potrebbe ancora punire le ragazze pigre, bugiarde e dal cuore cattivo, facendo loro annodare i capelli nel sonno dalle Truden, portando loro scompiglio con il suo corteo di demoni femminili.
E, forse, questo incontro con lei potrebbe rappresentare il resoconto di tutto l'anno passato, il punto di svolta, il regolamento dei conti al quale tutti prima o poi devono sottoporsi per evolvere e agire sulle abitudini tossiche che hanno bisogno di essere modificate.
“Anche ai nostri tempi può accadere che la Dama Bianca si sieda al tavolo in una baita nelle sembianze di un'alpinista e ci racconti storie insolite, oppure che aspetti un treno con noi sul binario, o che una donna particolare ci indichi la strada giusta se ci siamo smarrite/i” (1); è sufficiente tenere gli occhi aperti.
Non sempre il piano che la dea ha per noi, coincide col piano che noi abbiamo per noi stesse/i; pertanto, è bene restare aperte e aperti per riconoscere la presenza della Dama Bianca quando è fra noi.
Nonostante si dica che la Berchta giunga sulla terra una sola notte all'anno per fare il suo controllo, può addirittura capitare di innamorarsi di una Dama Bianca incarnata, o di averne una come madre o come lontana antenata.
Non importa in che forma ella scelga di camminare sulla terra e si conceda a noi, facendo dono prezioso della sua presenza, l'importante è accorgersene e riconoscere in tempo la fortuna che si ha avuto ad incrociarla, sovente per una prima ed ultima volta o, di rado, per tenerla al proprio fianco per tutta la vita...

Che la Dama Bianca sia con voi durante il tempo bianco, e possa donarvi ciò che meritate di sapere, di conoscere e di realizzare al fine del bene più grande. Claudia

*****

Vademecum: le lune della Dama Bianca

Prima Luna piena dopo il Capodanno delle Streghe del 31 Ottobre: Luna del Sangue

Seconda Lunazione dopo il Capodanno delle Streghe: Luna delle Madri, Luna delle Lunghe Notti, Luna del Ghiaccio

Terza Lunazione dopo il Capodanno delle Streghe: Luna della Neve, Luna del Riposo, Luna del Sogno

La lunazione completa incomincia intorno alla fine di ottobre e completa il suo corso intorno alla fine novembre.

Incomincia intorno alla fine di novembre e termina intorno alla data del Solstizio d’Inverno, 21 dicembre, o della Vigilia di Natale, 24 dicembre

Incomincia indicativamente intorno o dopo la Epifania e si conclude intorno alla fine di gennaio

Influenza la Festa degli Spiriti e dei Morti del 31 ottobre / 1 novembre

La festività sulla quale fa Luce è Santa Lucia, tra il 12 e il 13 dicembre.

Durante il suo influsso cadono le Dodici Notti delle Madri.

La “Mutternacht” è la notte tra il 25 e il 26 dicembre, l’ultima cade nella notte tra il 5 ed il 6 Gennaio, con la Epifania della Berchta.

Un antico detto lombardo recita “sotto la neve c’è il pane”. Ovverosia, il riposo è l’anticamera del lavoro che verrà, il solo luogo possibile ove la creatività può risorgere. Questo è un periodo di riposo, che prolunga l’effetto magico delle Dodici Notti che sono tradizionalmente sotto l’egida della Perchta, la Dama Bianca che visita le case per verificare il filato delle fanciulle e condurre loro la sorte che si sono meritate.


Note, bibliografia e sitografia

(1) Francia, Luisa. Le Tredici Lune. Case Editrice Le Civette di Venexia, 2011. Collana Le Civette – I Saggi, a cura di Luciana Percovich. Capitoli 1–3.
(2) Farrar, Janet, e Gavin Bone. The Inner Mysteries: Stregoneria Progressiva e Connessione con il Divino. Prefazione di Phyllis Currot, Brigantia Editrice, marzo 2013.
(3) “Santa Lucia.” Wikipedia: L'enciclopedia libera, Wikimedia Foundation.
(4) Frazer, James G. Il Ramo D’Oro: Studio sulla Magia e la Religione. Edizioni Bollati Boringhieri, 2016.
(5) “Blätter von Bäumen.” Raccolta tratta da Le Tredici Lune (vedi voce 1).
(6) Grimm, Jacob, e Wilhelm Grimm. Tutte le Fiabe. A cura di Camilla Miglio, Donzelli Editore, 2018. Prima edizione integrale 1812–1815.
(7) Garden Stone. Goddess Holle: In Search of a Germanic Goddess. Traduzione di Michelle Lina Marie Hitchcock.
(8) “Perchta”. In Handwörterbuch des Deutschen Aberglaubens. Cit. in voce 1.
(9) Wörterbuch der Deutschen Volkskunde. Kroner. Cit. in voce 1.
(10) Haiding, Karl. Österreicher Sagenschatz. Cit. in voce 1
(11) Jung, Carl Gustav. Psicologia e Alchimia. Edizioni Bollati Boringhieri, 2006.
(12) Gimbutas, Marija. Le Dee e gli Dei dell’Antica Europa: Miti e Immagini del Culto. Traduzione di Mariagrazia Pelaia, Stampa Alternativa/Banda Aperta s.r.l., 2016.
(13) Sperandio, Eric Pier. Il Grande Libro della Magia Bianca. Editrice Armenia s.r.l., 2016.
(14) “Divinità Romane dell’Infanzia: La Dea Lucina e la Dea Candelifera.” Romanoimpero.com.
(15) Le Divinità Femminili del Pantheon Nordico, Claudia Emanuele, Edizioni La Zisa - Palermo, 2015.
(16) Gimbutas, Marija. Le Dee Viventi. A cura di M. Robbins Dexter, traduzione di M. Doni, Medusa Edizioni, 2005. Cit. p. 262.
(17) Leland, Charles G. Aradia: Il Vangelo delle Streghe. A cura di Lorenza Menegoni, Olschki Editore, 2017.
(18) Mittwintersagen aus Franken. Cit. in voce 1.
(19) Carmignani, Umberto, e Giovanna Bellini. Runemal: Il Grande Libro delle Rune – Origine, Storia, Interpretazione. Edizioni L’Età dell’Acquario, 2016.
(20) Graves, Robert. La Dea Bianca. Gli Adelphi. pp. 77, 83.
(21) Old English Dictionary: Dizionario Anglo-Sassone di Bosworth & Toller. Online.
(22) Cattabiani, Alfredo. Calendario: Le Feste, i Miti, le Leggende e i Riti dell’Anno. Oscar Saggi Mondadori, pp. 102–109.
(23) Manciocco, Claudia, e Luigi Manciocco. L’Incanto e l’Arcano: Per un’Antropologia della Befana. Armando Editore.
(24) Vademecum creato rispettando il ciclo annuale delle Tredici Lune di Luisa Francia. (Voce descrittiva, non un’opera editoriale autonoma).
(25) Grimm, Jacob, e Wilhelm Grimm. Tutte le Fiabe. A cura di Camilla Miglio, Prima edizione integrale 1812–1815, Donzelli Editore, 2015.
(26) Beda Venerabilis. De Temporum RationePatrologia Latina, vol. 90, col. 293–578D, edited by J.-P. Migne, 1862. Documenta Catholica Omnia, p. 356, cap. XV “De mensibus Anglorum”.
(27) Simek Rudolf, Dictionary of northern mythology, D.S. Brewer, 1996.
(28) Isnardi Chiesa Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano 2011.
(29) “Perchta”. Wikipedia, The Free Encyclopedia, Wikimedia Foundation.
(31) “Berchta”. Enciclopedia Italiana, Treccani.
(32) Grimm, Jacob: Teutonic Mythology translated by James Steven Stallybrass, London, George Bell and Sons, 4th ed., 1882. Cit. in voce 7 p. 193.
(33) “Epifania.” Vocabolario Treccani online, Treccani.
(34) Drosdowski, Günther (Hrsg.). Duden. Etymologie. Herkunftswörterbuch der deutschen Sprache. 2. Auflage, Bibliographisches Institut, Mannheim 1989. Cit. in voce 7 p. 167.
(35) De Vries, Jan, and F. de Tollenaere. Van Dale’s Etymologisch Woordenboek. Van Dale Lexicografie, 1997. Cit. in voce 7 p. 167
(36) “Hag”. Etymonlinewww.etymonline.com
(37) “Raunacht”. DWDS – Digitales Wörterbuch der deutschen Sprache, Berlin-Brandenburgische Akademie der Wissenschaften.

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Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti Illustrazione: Mary MacHartur.

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