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Sogno Antico e La Stella della Epifania

La scorsa alba sono venute a trovarmi in sogno alcune donne e dee. 
Alcune conosciute, donne reali, scrittrici e ricercatrici di profonda stima e riguardo, mi sorridevano e donavano forza e conforto; altre – una, nella fattispecie, colei che muove il filo, la adorata Berchta – sono giunte al mio capezzale con doni prosperi. 
— Una «apparizione» — ha suggerito il mio compagno, quando ancora rigirandomi nel letto, tra l’onirico e la veglia, ho sussurrato quanto di meraviglioso mi era appena accaduto. 
— Non credo di essere così speciale, dopotutto, da meritare una sua visita. Sarà stato solo un sogno — ho ribattuto. 
— Non è mai «solo un sogno» con te — ha elargito lui.
Epifania, dal latino Epiphanía, dal greco Epifhàneia significa proprio “apparizione”, ed è – secondo il Vocabolario Etimologico Ottorino Pianigiani, p. 470 – “la festa cardinale in cui la chiesa cristiana commemora la apparizione dell’astro” – «la stella» – che dall’Oriente guidò alla culla di Gesù i Re Magi, invero “i Sapienti”.
Ciò che da quelle mani calde, imbrunite dalla fuliggine e segnate da crepe di conoscenza mi è stato donato, vorrei restasse segreto: — Lo tengo per me — mi sono detta — lo custodisco, come forse poche e pochi sono ancora in grado di fare —. 
Sento però la necessità di riflettere, alla luce di questa visita crepuscolare più che mai; su quanto appreso nel corso delle mie ricerche dell’ ultimo anno sulle antiche «dee stellari e sireniche» di reminiscenza asiatica, e sulla Stella Maris, la Iside allattante e al contempo “Sopdet”, stella guida dei marinai egizi assimilabile alla madre celeste dei Semiti Astarte che, nella notte di Natale che si perde nel tempo antico, «appariva, in forma di stella, a risvegliare il suo amato Adone (in un secondo momento assimilato a Gesù) dal suo sonno sotto la terra». 
— La comparsa epifanica del 6 gennaio è dunque la manifestazione della stella guida? — ho intuito.

Riporto allora alcune riflessioni tratte dal mio breve saggio, intitolato Iside Stella Maris e Astarte, La Madonna della Stella e le origini delle dee celesti dei miracoli”, che a proposito voglio ricordare:
(...)
Iside è anzitutto una incarnazione della serenità e della calma spirituale, che reca una dolce promessa di immortalità, apparendo a molti come una stella in un cielo tempestoso e risvegliando nel loro petto un incontenibile rapimento di devozione non dissimile da quello offerto nel Medioevo alla Vergine Maria. Ed è forse a Lei, nel suo posteriore carattere di protettrice dei marinai, che la Vergine Maria deve il suo bell’epiteto di Stella Maris – ovverosia la Madonna della Stella che ho visitato a Pavia e che trovate nel mio diario di viaggio di Dicembre 2023. 
Questo è ciò che fa di Iside l’originaria antenata della Madonna della Stella – “Sopdet” o “Sopedet”, Iside-Sopdet; la divinità egizia associata alla stella Sirio. 
Ciò potrebbe avere origine nella prima storia israelita, dove i marinai cananei/fenici usavano sempre l'aspetto delle Pleiadi (identificate con le Sirene, mitiche sacerdotesse dell’Isola di un mitico Nord stellare dagli studiosi, tra gli altri Esiodo e Robert Graves) come orientamento per l'inizio dell'estate, nonché la stagione dei commerci nel Mediterraneo. 
Questa pratica venne in effetti continuata dai Greci, Romani e altri fino alla adozione del vapore, dove i motori hanno sostituito il vento come fonte primaria di energia. 
Se la fonte secondo cui la dea Asherah (una forma di Astarte/Afrodite) che la vorrebbe associata alle Pleiadi fosse certa; ella, così come la sirena, sarebbe una versione cananea di Sopdet, la stella egizia, dea associata a Sirio – anche aspetto di Iside Stilla Maris – la cui elevazione eliaca indicava l'inizio della stagione delle inondazioni ogni anno. 
Questa connessione tra Asherah e le Pleiadi converge saldamente Asherah all'ittita dea Ishara, che era la Madre dei Sebitti, delle “Seven Stars”, le sette stelle sorelle. 
Ishara era la parola semita per dire convento trattato, e come tale era la dea dei giuramenti. Il testo più antico sopravvissuto di lei proviene dalle rovine dell'era sumera dell'Elba nel nord–ovest della Siria, tuttavia fu successivamente adottato dagli Hurriti e poi dagli Ittiti come Ishara, dagli Accadi come Ashara e dagli Ugaritici cananei come Ushara.
Ora Astarte, la divina amante di Adone, era identificata col pianeta Venere. Ad Afaca, in Siria, presso un famoso tempio di Astarte, era “l’apparizione di una meteora” a dare il segnale per la celebrazione dei riti: cadeva, come una stella, dal Monte Libano nel fiume Adone. 
Si credeva che la meteora fosse “Astarte in persona” e il suo volo attraverso l’aria rappresentava la discesa della dea innamorata tra le braccia del suo amante. 
Se così era, possiamo immaginare che fosse “la stella mattutina” a guidare i Re Magi dall’oriente a Betlemme; invero, la Stella, e le dee di luce lei associate, sono la vera e più antica apparizione celeste femminile, la dietrologia pagana (non mascolinizzata) di quello spirito santo fecondatore della grotta/utero che, in un tempo che si perde nella notte dei tempi, giungeva a risvegliare la terra addormentata sotto la galaverna, dando vita alla natalità della creatura solare: il sole, che al girare della ruota rinasce sotto l'egida del solstizio, dopotutto, è una stella. La Stella Madre, che da alla luce la stella figlia.
Testimonianze di un culto legato alla natività del sole intorno al 25 Dicembre, provengono dall'oriente persiano del dio Mithra, originariamente molto simile al culto della Grande Madre; dalla Siria e dall'Egitto, dove si festeggiava la vergine partoriente, la Grande Dea Celeste dei Semiti, che era una forma di Astarte. 
Inizialmente la data adottata per la natività era in queste zone il 6 gennaio, furono i dottori della Chiesa che, volendo insabbiare le radici antiche del culto della «Stella Sole», decisero di concedere che la natività del Cristo venisse fissata il 25 dicembre, e l'Epifania il 6 gennaio. 
Fu un modo per inglobare le adorazioni pagane con quelle cristiane in unicum che potesse soddisfare la richiesta del popolo e soggiogarlo con mani invisibili alla nuova religione. 
È vero inoltre (e lo si apprende da una vecchia strega dei Grigioni citata ne Le Tredici Lune di Luisa Francia, e ciò è stato confermato anche dal II Volume del Taschenwörterbuch der Österreischischen Volkskunde), che il periodo di congiunzione dall'anno antico lunare con 354 notti, all'anno solare giuliano con 365 giorni si chiama “Dodicesimo”, e la Bercht, ovvero la Perchta, con il suo seguito di bestie selvagge, in queste notti andrebbe a cercare la gente a casa, trascinando nell'aria la corsa selvaggia. 
Le Dodici Notti alla fine delle quali la stella cometa appariva erano quindi in origine il tempo derivante dalla differenza tra l'antico anno lunare e quello solare.
Un tempo non – tempo; un luogo non – luogo; dove, solo per le più fortunate, certe apparizioni erano – e forse ancora oggi lo sono – straordinariamente possibili.
Il mio dono incorporeo, intangibile e luccicante, lo conservo per me ma, nel frattempo; accolgo il consiglio giunto sotto l’egida della Vecchia «apparsa in sogno», e mi dedico alla sacra espulsione di ciò e di chi non mi appartiene più, e forse non mi ha mai appartenuto.
“L’ultimo dei mistici Dodici Giorni è l’Epifania o Dodicesima Notte ed è stato scelto come il tempo più opportuno per l’espulsione delle potenze del male in varie parti d’Europa”. — Il ramo d’Oro, James G. Frazer, p. 656
A ciò si devono i numerosi “roghi della vecchia” che vengono svolti a Gennaio e che solo in un secondo momento, per i contadini primitivi Europei; hanno assunto il significato di bandire streghe e demoni femminili a cavallo della scopa. Il vero e autentico significato di tali roghi, potrebbe essere stato quello di celebrare la dipartita dell’anno passato, concedendo riposo alla anziana signora dell’Inverno; ingraziandosi così le sue cure e propiziando bellezza e armonia per il nuovo anno, ed accogliendo la giovane fiamma dell’anno venturo, in seno alla bambina che, sotto la galaverna, incomincia a muovere i suoi primi impercettibili passi.
Occorre riposare ancora un po’, e poi risvegliarsi, e comprendere, che la luce tanto cercata altrove, si era sempre trovata dentro sé stesse, e nelle dee che a noi direttamente si rivolgono –  sciogliendo dubbi e nodi – senza alcun bisogno di intermediari.


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Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti illustrazione: Tumbig, artista ignoto/a

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