Basilica di San Michele Maggiore, Pavia(PV), Lombardia
La basilica di San Michele Maggiore, lampante espressione di natura pagana evocativa di un profondo equilibrio
tra eros e thanatos; risale al VII secolo e venne edificata in epoca longobarda.
Il primo edificio fu distrutto da un
incendio nel 1004 e la costruzione della nuova chiesa, ossia dell'attuale
basilica, iniziò verso la fine dell'XI secolo ad opera di Federico Barbarossa –
a questo periodo risalgono cripta, coro
e transetti – e fu sicuramente completata entro l'anno 1130 con una
interruzione dovuta al grande terremoto del 3 gennaio 1117.
Della chiesa
precedente è rimasto solo il campanile, risalente al secolo decimo. Fu proprio a Pavia ad essere coniata la prima moneta
longobarda, sulla quale era raffigurata la chiesa di San Michele. Durante
alcuni lavori eseguiti nella basilica nel 1968 furono rinvenuti al di sotto di
una tomba alla cappuccina, ovvero una sepoltura tipicamente etrusco-romana; datata tra l'XI e il XII secolo, preziosi manufatti
argentei di fattura ostrogota, ora conservati presso i Musei Civici di Pavia. Si tratta di oggetti tra cui piatti, un cucchiaio e un frammento di coppa, non
liturgici e nascosti, con tutta probabilità, prima del X secolo, ed erano forse parte
del tesoro originario del sito. La caratteristica principale dell’edificio,
ovvero ciò che ne fa un raro gioiello fra gli altri; è la fragile pietra
arenaria color ocra con cui è stato eretto; anziché il cotto riconoscibile in
altre chiese simili; nonché la peculiare pianta architettonica a croce
latina, che si distribuisce nell’edificio di forma rettangolare con tre
ingressi, tra cui una porta speciosa.
Questi erano importanti al fine della incoronazione dei Re d’Italia
che qui hanno acquisito la corona tra i primi del 900 fino alla metà del XIII
secolo: si apprende, girovagando nel web; che i periodi migliori
per gustare gli effetti di luce delle incoronazioni sono la metà di maggio e la
metà di settembre.
La facciata è adorna di una scenografia di sculture
sacre che richiamano in tutta certezza l’anima pagana che abitava il luogo di culto prima
che fosse titolato all’angelo. Purtroppo alcune figure sono andate
deteriorandosi, nonostante le numerose iniziative di restauro conservativo
avviate negli anni.
Ciò che colpisce la mia ricerca è per
ovvie ragioni “la sirena” e la Madonna del Latte dal seno prospero lei connessa; ovvero le numerose sirene incontrate in loco; sia
sui capitelli del portale principale, sulla facciata esterna con in rilievo San
Michele arcangelo, sia sui capitelli delle navate interne che nella cripta (la quale risale con tutta probabilità all’edificio originario).
Questa si trova sotto il
presbiterio ed è divisa in tre piccole navate da due file di sei colonne. I
capitelli risalgono per la maggior parte al XII secolo e alcuni di essi
rappresentano creature ctonie ed alate quali i draghi. A fianco dell'altare
della cripta si trova il tesoro di tale “Brizio”, un gruppo di suppellettili
liturgiche del XII secolo poi titolate al misterioso uomo come santo. D'interesse anche il crocefisso d’argento della badessa Raingarda, una opera di
orificeria del X secolo e il mosaico presente sull'altare con il ciclo dei
mesi e il Re-Anno dell’XII secolo, riprodotto anche su arazzo, che ho fotografato e potete ammirare negli album allegati.
Ciò che fa del sito di culto una speciosa
gemma è senz’altro l’alchimia che abita la controversa, (nonché mercuriale) figura di San Michele Arcangelo; verso il
quale ho sempre provato una attrazione profonda; poiché parte di una tradizione
popolare che mi era stata insegnata e che, a livello esoterico ed evocativo; funzionava
per me.
Con la ricerca, però, a volte il canto spontaneo dell’anima e della ispirata pratica magica; coglie
consensi nella realtà mentre, altre volte, si disillude e perde voce. Tutt'altro che santo, Michele è infatti per antonomasia colui che schiaccia il drago – che qui
accostiamo alla sirena, dato che la sua natura ctonia è portavoce delle dee sireniche
dell’abisso che sgorga dalle profondità della terra; emanazione di una corrente
segreta, di natura femminina; su cui la nuova religione ha costruito il proprio
culto patriarcale e prevaricante; derubando la vecchia religione e la sua anima primigenia della “voce”.
È pur
vero che San Michele, che con tutta probabilità è una forma cristianizzata di
Ermete Trismegisto, nondimeno il dio egizio Thot (considerato il vero fondatore
della alchimia ripresa nel Medioevo) ma anche assimilabile per certi versi al celtico
Lugh, era colui che scortava in cielo i defunti: come le sirene, alle quali, guarda caso,
è stato “sincreticamente” fuso o accostato; aveva/ha una natura psicopompa; ovvero ha una
funzione di connessione tra il mondo terreno e il luogo-altro che vive tra le stelle.
Le Sirene e le correnti del potere, Excursus
Come le sirene, San Michele –
che però il suo piede schiaccia, anziché accogliere – abita due nature.
Si muove – argento vivo –
tra questo e «quel regno»; incarnando una natura acquatica e insieme di
fuoco.
Del resto le sirene, nelle quali secondo le mie approfondite ricerche vive il vagito della Grande Signora
mesopotamica degli animali, sono state assimilate anche ad angeli: nei
testi apocrifi le sirene appaiono nel Libro di Enoch, dove sono le creature
nate dall'accoppiamento di donne e “angeli scacciati”.
Nella Apocalisse Siriaca
di Baruch sono chiamate al cospetto della Lilith, di demoni e di draghi delle
selve a orchestrare il lamento del profeta coi suoi strazianti vaticini.
Les Sirènese, le Sirene. Il tedesco Sirene,
l'inglese siren, lo spagnolo sirena, il portoghese sereia. Sono diverse le
ipotesi formulate su quale sia la più autentica provenienza del termine o, per
meglio dire, tutte le etimologie possibili, che sembrano in qualche modo
contaminarsi fra loro.
Esichio di Alessandria menziona un tipo di gufo detto
sirena e, in effetti; Sirena potrebbe anche derivare dal greco syrizo, che
significa zufolare, fischiare, o dal sostantivo seira, che significa corda,
laccio, il ché non sembra casuale, poiché la sirena è anche colei che avvince,
lega.
Robert Graves le
chiama «coloro che prendono al laccio». Kurt Latte, filologo
tedesco, cita l'aggettivo seirios, che significa letteralmente incandescente,
evocando probabilmente il meriggio.
Tale incandescenza evoca una citazione sita
in Aurora Consurgens, pt.2, in Artis auriferae, vol.1, p.212 che
recita — Ignis noster est Aqua — ovvero — La nostra acqua è fuoco— ,
in riferimento agli elementi alchemici necessari alla forgiatura della pietra
filosofale, da intendersi come arte interiore.
Nelle sirene si evince in effetti una natura duale, una
di fuoco – poiché associate dai greci al sole del mezzogiorno, ora in cui
intonavano il loro canto – e una acquatica, poiché abitatrici delle isole o
delle acque (e delle profondità sotterranee).
Ecco quindi un incontro fra forze, un come sopra così sotto che
vede, nella Sirena, la perfetta coninunctio oppositorum a cui molti
alchimisti ed esoteristi hanno anelato, tutt'oggi molto frainteso da coloro che millantano capacità magiche...
Secondo Paracelso (ciò affermava già nel cinquecento) “le
Melusine” ovvero le sirene alchemiche; sarebbero per metà donne e per metà serpente e vivrebbero nel sangue;
ovvero l’anima del mercurio di cui ognuna e ognuno possiede dono: i seni della sirena, come quelli delle Madonne del
Latte con le quali condivide la eredità delle prime madri nutrici uccello della
preistoria; zampillerebbero sangue e latte che mediante la cottura (che, citando C.G. Jung; intendiamo come processo di individuazione del sé); si
trasformerebbero in argento e oro.
L'etimologia più condivisa per “sirena”
sembra essere a ogni modo il radicale semitico “sir”, nonché la parola “sirein”,
che letteralmente si traduce con «magico canto» o incantamento. In-canto, è in
effetti il canto che giunge dall'interno, da una profondità insondata: “un canto segreto, che apriva con ogni parola un abisso, e invitava con forza a sparirvi dentro”. (Maurice Blanchot, Le Livre à Venir, 1959).
In
Giambattista Vico, precisamente nella Scienza Nuova, si fa riferimento alle
sirene in quanto Sir, citando la Ninfa Siringa di Ovidio, attribuendole la
stessa provenienza e collegandole entrambe ai versi con cui comunicavano Siri
e Assiri.
Non stupisce che sia proprio Syria la dea (per antonomasia, secondo i miei modesti studi) dal “corredo sirenico”.
In tedesco le si possono chiamare Meerfrauen, nonché signore del
mare.
I termini inglesi con cui peraltro si designano le creature dell'acqua
sono merfolk, mermaid e merman, che risalgono alla radice indoeuropea mori o
mari-, che significa mare.
Da questa antica radice il tedesco ha derivato
la parola Meer, mare; il latino mas, maris, l'inglese mere - lago, mare - e il
francese mer, mare.
Dette anche Maremaind in Danimarca, Meriminni in Germania,
mentre in Francia sono conosciute anche come morgans o morgens; del resto Morgen in
tedesco significa mattino e forse, vi è una relazione con Venere/Lucifero stella
del mattino, date le numerose allusioni mitologiche alle sirene in quanto
stelle portatrici di luce e al loro legame con Venere/Afrodite e con ciò che
risplende e getta verità....
Anche “Morgana”, figura magica di
rilievo nel ciclo arturiano, deriva dal gallese antico e significa “cerchio del
mare”. È composto infatti dalle parole mor, ovvero mare, e da cant, cerchio.
Nell'India sono conosciute come ma-tsyanaris, ninfe con coda
di pesce.
Un'altra curiosità vuole che “Mardoll” sia anche uno degli epiteti
della dea eddica Freya, così chiamata presso alcune tribù germaniche: Tacito nel suo libro
Germania ricorda come alcune tribù settentrionali, tra cui i
Longobardi – che guardacaso edificarono la basilica di San Michele maggiore – e gli Angli,
venerassero la madre-terra chiamata Nerthus; peraltro assimilabile a
Frigg/Freya; proveniente dalla Frigia.
La parola Frigia (si apprende nello splendido libro Oscure Madri Splendenti di Luciana Percovich) ha origine, probabilmente, nel termine sanscrito “prija”, che significa amore. Tacito riferisce che la tribù degli “Aestii” riveriva la dea Cibele come Madre di tutte le divinità. Questi ultimi erano gli Dei della lontana “As-gard”; da “As” o “Assua”, in latino Asia; che ab origine era l'Anatolia; plausibile matria di Freya come degli altri dei degli antichi germani, ossia l'attuale Turchia o antica Troia; portati lassù al Nord con le ondate di popoli indoeuropei, circolati dalle parti del Mar Nero, che hanno sfiorato questa famigerata “terra di mezzo” che altro non è che la regione anatolica a Nord della Mesopotamia (il luogo d'origine anche delle sirene!).
È del resto innegabile, il legame tra il pantheon dell'Edda e la penisola anatolica ed è forse da questa poco conosciuta uscita che deriva il fatto che Frigg e Freya fossero tutto sommato fuse in una stessa Dea, prima della spaccatura data dall'Edda di Snorri Sturluson.
Alcuni studiosi identificarono nei Vani i popoli autoctoni e pacifici preesistenti nell'area norrena e germanica nel Neolitico, e negli Asi un popolo indoeuropeo bellicoso; tuttavia secondo Dumézil e altri il pantheon germanico sarebbe da considerarsi un corpo unico che avrebbe radici indoeuropee...
Al di là di congetture e probabilità, su tale scissione dei due pantheon, sembra esserci ancora oscurità.
A ogni modo, accogliamo l'ipotesi che ab origine Frigg e Freya possano aver incarnato una triplice Dea dei Vani, insieme a Skadi; ricordando la trinità lunare preindoeuropea e pre-agricola che secondo la Murray sarebbe stata il perno delle origini e dell'avvicendarsi della Vecchia Religione e che solo in seguito Frigg e Freya si siano sviluppate come due entità separate, per poi tendere comunque a unirsi in un'unica Dea per la similitudine di funzioni ed attributi che emergono dai miti più puri.
Un'altra divinità germanica che trae forse le sue radici nelle dee assimilabili per ragioni già viste, alle sirene; è Ostara, a cui è titolata la festa della primavera – Pasqua in tedesco si dice “Ostern” e in inglese “Easter” – il cui nome assomiglierebbe, e si cita ancora la grande L. Percovich, p.191; presumibilmente a quello della accadica Ishtar e della fenicia Ashtart; a testimoniare forse (non una assimilazione delle due figure, si tenga presente) ma le conseguenze dei rapporti di scambio e transito tra estremo nord europeo e Asia Minore/Mesopotamia.
Astarte – assimilabile alla semita Asherah e alla sirio-palestinese Atargatis, una delle dee primitive da cui la figura della sirena si è originata – sopravvive nei panni di Afrodite che l’ha assorbita (pure se la sua origine è attribuita a Cipro) e le sue tracce sono diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo dato che fu portata ovunque andassero i fenici.
Del resto, anche Pavia ha la sua stella e sirena: si veda la
leggenda legata alla Madonna della Stella, venerata in Borgo Ticino(PV) che trovate nell'Antro al titolo La Madonna della Stella, nella sezione La Via Celeste.
La teoria più plausibile della etimologia
del nome della Madonna, Maria; è che sia di origine egizia, ossia da
“mry” o “mr” che significano “amata” e “amore”. Forse è alla dea egizia Iside, nel suo
carattere di protettrice e stella guida dei marinai, che la Vergine Maria deve
il suo bell’epiteto di «Stilla Maris».
Quando i latini scambiarono nelle
trascrizioni dall’ebraico molte “i“ con le “e”, l'espressione si tramutò in
“stella maris”, “stella del mare” «che resta una delle interpretazioni più
diffuse del nome ed è tuttora uno dei titoli della Madonna».
In effetti, si
legge in Frazer ne Il Ramo d’Oro, p.461: “nell’arte la figura di Iside con
bimbo Oro al seno somiglia talmente alla Madonna col Bambino che qualche volta
ha ricevuto l’adorazione di inconsapevoli cristiani”; così come Yemaya, la dea colomba “tutta bianca” del mare nella
religione yoruba africana è finita per essere scambiata con la Madonna.
Sono molte le iconografie medievali delle sirene che le
ritraggono nell'atto di allattare. Inoltre, le sirene sono a indicare le correnti
telluriche individuate dai nostri antenati pagani che hanno camminato la terra molto prima di noi; etruschi e celti fra gli altri.
Sui capitelli nelle pievi e
chiese di tutta Italia e Europa, le sirene e altre creature “mostruose” segnano dunque questi antichi luoghi di potere.
Secondo Douglas N. ne La Terra delle
Sirene, p.12; “le Madonne sono «tutte» antiche reincarnazioni di sirene, regine
del mare con le loro corone scintillanti in capo” e se si osserva nel retaggio
di Iside – egizia – lo strascico di “Sopdet”, la “stella guida” degli egiziani
associata a Sirio; in Frazer citata anche come «Sochit» o «Sochet» che vuol
dire campo di grano; identificata anche nella Dea stella Asherah dei marinai
cananei, la connessione tra la sirena e le madri celesti della Antica Europa è chiara.
Asherah era conosciuta e venerata
con molti nomi in tutta la culla mesopotamica e fu portata nel Mediterraneo per
via dei traffici di scambio.
Si osservi che le
dimore delle sirene, fra le altre, sono proprio «le stelle», le famigerate
Pleiadi da cui secondo Esiodo sarebbero giunte come figlie di Sterope o dove, al contrario, si sarebbero nascoste, secondo altre versioni di
un mito millenario che interessa non solo l’Europa ma anche quelli aborigeni
oltreoceano.
Se, per finire, si considera che oltre le Madonne della
campagna, quali del latte, della neve e delle grazie; v’è il volto della
nutrice greca primitiva per eccellenza, «Demetra», a sua volta con probabili
radici in Iside «del campo di grano», nondimeno «stella maris», da cui il mito
di Demetra pare essere stato raccolto, tutto assume un senso ancora più ampio: la sirena è stella, «stella guida»; ma è anche Madre; Principessa/Fanciulla/Regina/ «Vergine
del mare», lo abbiamo visto in Mer-maid ed è anche – come Iside, assimilata a
Cerere nel culto dei contadini primitivi di tutta l’Europa, e come
Demetra/Persefone – «madre dei campi» e del raccolto.
Ciò è provato sia dal
fatto che le sirene rapaci, con zampe d’uccello, nel mito greco e romano sono
accostate a Persefone/Proserpina – con la quale, negli scritti di Nicolas Flamel
condividerebbero la dimora del prato fiorito ai piedi del Monte Etna e che
aiutano a sfuggire le ire del dio Plutone/Ade – sia dalla eccezionale
congruenza tra l’ambiente della campagna e del raccolto.
La “sirena”; in un
mito slavo di reminiscenza primitiva, dove esistono tutt’oggi le leggende delle
“sirene dei campi”, le Vile; che sembrerebbero un incredibile ed esaustivo, quanto
inusuale, quadro definitivo dove Madre che allatta, Stella Guida/Iside/Cerere;
Demetra e la sirena «coesisterebbero in una unica incredibile Madre nutrice,
stella e sirena».
Si
cita, a completare l’excursus; l’articolo di Raffaella
Galli scritto nel 2015 per la pagina “I Volti della Dea”, qui
brevemente riadattato e arricchito ai fini della ricerca: “queste sirene, in
realtà, richiamano a culture precedenti, a tempi in cui il “femminile” era
considerato sacro e le donne garantivano il contatto con la dimensione divina. La
sirena si fa porta d’accesso agli inferi per scortare l’anima verso il mondo degli antenati, dei Lares. La
sirena è stata accostata anche ad Urcla o Voltumna, la versione etrusca della
dea della Terra nelle dodici regioni, emanazione della Madre Universale. Le sue
code serpentine indicano il collegamento con le energie del sottosuolo e la sua
natura ctonia. Il serpente, a cui sembra alludere nella sua doppia coda, nel suo
cambiare e rinnovare pelle, è simbolo di trasformazione e di immortalità. La
sua morfologia “pisciforme”, ne collega il culto all’acqua, sorgente di vita. Il
femminile cosmico sostiene l’anima e la accoglie nella sua catarsi e
trasformazione evolutiva. L’Italia è disseminata di queste sirene di varie
epoche e di diversi luoghi tra cui Sovana, Pienza, Lucca, Bomarzo, Cerveteri,
Pavia, in Piemonte…e chissà ancora!”.
Nel caso della basilica di San Michele Maggiore di Pavia, le sirene sono bifide, simili a quelle presenti nelle allegorie illustrative medievali, nonché nei bestiari, le sirene bicaudate potrebbero essere
l'apoteosi del tema alchemico junghiano della “unione degli inconciliabili”;
matrimonio di acqua e fuoco a incarnare la loro molteplicità.
Si iniziò ad avere un massiccio incremento di queste figure mitiche in vari tipi
di rappresentazioni soprattutto in epoca etrusca e romana, nonché rintracciabili nel Medioevo Romanico tra X e XIII sec., con doppia coda di
pesce o di altre creature ctonie, talvolta tenuta in alto tra le mani a formare
un arco, allegoria simbolica forse “di una porta” che attraversando il
femminile si apre; presente in rilievi su muri e pavimenti di chiese e pievi
cristiane.
Diffusa in Irlanda, dove
peraltro è – ipoteticamente – assimilabile alla Scheila-na-gig; in Francia –
dimora della principessa Melusina per eccellenza – in Spagna, Svizzera e non di
meno in Italia, come si evince dall’edificio cultuale di Pavia.
Nel V-IV sec.
a.C. in ambito etrusco la si trovava in palazzi nobiliari e stemmi.
Sebbene
siano assenti rilevanze mitologiche che
la contemplino a tutto tondo; si evince che le sirene, in particolare le
bicaudate; hanno una natura doppia: protagoniste del canto armonico, ad
esempio; non potrebbero emettere le loro armonizzazioni senza essere dotate di
una intrinseca pluralità – come si evince in Platone ove sono in otto a
intonare la sublime armonia celeste.
Anche Omero concepì una sirena duale,
quasi che le sirene siano caratteristiche di una “forza-sirenica gemellare”; simile per la sua potenza alla “Vein Emonen” – forza acquatica femminile
primigenia – che emerge dai miei studi sulla mitologia baltofinnica, di
dietrologia senz’altro asiatica (come quasi tutto il mito artico9.
Secondo alcuni studiosi, dar loro due code, potrebbe anche essere stato
un modo per integrare le loro due nature, una ittiomorfa e l'altra ornitomorfa;
così da restituirle alla totalità che spetta loro.
In questo modo, sono stati
anche riprodotti i loro due arti inferiori originari della mitologia greca e la
doppiezza relativa alle loro ali, in quanto creature celesti/stellari nella storia semita e donne-uccello in quella greca.
Eliminare la doppiezza
inferiore, d'altra parte, ha significato eliminare anche il sacro femminino,
l’accattivante e il seducente insito al potere della vulva che, probabilmente,
con la presenza di due arti distinti ritrova spazio nella sirena, completandola
di un aspetto non da poco e restituendole l’atto sessuale, che è anche una forma di
canto.
Secondo gli studi di psicosomatica della mia ex insegnante di canto, Sonia
Spinello; le corde vocali, che hanno la forma della lettera V o di una
farfalla; sarebbero organo di corrispondenza dell'apparato riproduttivo femminile.
Una creatura
femminile privata della sua libertà e/o integrità sessuale; è una creatura che
perde al contempo anche la sua voce: voce e vulva sono intrinsecamente
legate.
Come avrebbe potuto, del resto,
la sirena, incarnare i tratti della meretrice descrittivi della concezione
patriarcale cristiana medievale; se non avesse avuto due arti e, quindi, una peculiare “apertura di potere”? (Metafora, ancora, della porta; dato che è guardiana di passaggi e aperture).
Sarà tra il X ed il XIII sec. che la Sirena avrà quasi
sempre doppia coda, a ogni modo; e la lettura del suo simbolismo verrà
approfondita sia da mistici che cristiani.
Anche Giano, tendenzialmente
bicefalo; che con le mani saldamente si tiene i piedi, ad esempio raffigurato
sull'ingresso del Duomo di Modena, potrebbe nascondere la dietrologia di una
sirena bicaudata: si rammenti che il dio fu già una
mascolinizzazione della dea Diana, peraltro di origini forse etrusche, dalla
dea Tana.
Quale Dio
degli ingressi e dei trapassi, richiamerebbe la natura di Diana in quanto uno
dei volti della preindoeuropea Dama Bianca rilevata in area
celto-germanica e nella quale si identificano anche Perchta/Befana/Santa Lucia
e Frigg/Freya che sono, tutte, legate alla soglia, «dee che possiedono le
chiavi» dell’altrove.
Il glifo della runa Perth che nel libro Runemal si lega etimologicamente a Perchta, la nostra strega alpina che ha legami con la Grande Madre protogermanica Nerthus/Hertha sopraddetta; è infatti una serratura, un portale che
separa i mondi; esattamente come la sirena, “aperta in due code”, lascia
intendere uno spazio arcano da attraversare percorrendo l'anima femminile.
Macrobio
(390-430 circa) ci dice che Giano è anche detto Gemino, perché come il Sole
esso sarebbe padrone “dell’una e dell’altra” parte del cielo: interessante che,
la Diana preromana, che peraltro potrebbe sussistere nel volto
romanizzato delle Matronae di origine celtica, insieme alle quali veniva venerata tra le nsotre campagne del Nord Italia, fosse proprio, fra le altre, una
dea della luce, della vegetazione e delle fonti, poi passate nella Gallia Cisalpina alla Brigid celtica e in un secondo momento assimilate dai romani sotto la egida di Minerva; dunque legata per stretta conseguenza a un
simbolismo solare oltre che il più conosciuto lunare, come le sirene.
Si apprende altresì dagli studi di Luisella Vèroli, nel libro Dal Cosmo alla Cosmesi (p.57); che, dato che in latino porta si dice “juana”, dal sanscrito jana, da cui Diana, Giana,
Domus de Janas; è a Diana che porte e serrature, che le sirene presiedono e controllano, erano titolate.
“Juanua coeli” era infatti un epiteto delle dee, poi passato
alle litanie della Madonna.
A ogni modo è di doppiezza che si
parla, legata a una natura primigenia femminile non scissa, ma completa di
tutti gli elementi dello spettro della materia, che peraltro trascende.
Un'altra iconografia
femminile alla quale la sirena bicaudata è “somigliante” è presente nel tempio
di Chakray Amman, una dea dell'amore indigena citata nel libro suddetto della Vèroli; il cui idolo in pietra nera
rappresenta una donna nuda con le gambe divaricate e un fior di loto al posto
della testa, sita in Tamil Nadu.
Lì, tutt'oggi, è celebrata durante il festival
in onore di Amma Vasai (madre luna nera) che si celebra in maggio.
Chakray
Amman è nel mito l'unica delle quattro sorelle sorprese nude a fare il bagno
che non si piega alla volontà di Khrisna – incarnazione di Visnu – che vorrebbe
proibirglielo ed è per questo che ritrae la testa trasformandola in fior di
loto.
Persino Visnu stesso si scuserà con lei, nel luogo dove ora sorge il suo
tempio, simbolo del matriarcato e dell'incorrotto potere femminile proprio
alle sirene, che non si divaricano in base al desiderio maschile ma seguendo,
di volta in volta, la loro volontà inattaccabile.
Non di meno, nella leggenda della
principessa medievale Melusina; è presente il
tema del bagno del sabato , proibito allo
sguardo maschile al quale è precluso di vederla nella sua mutazione, perlopiù raffigurata con coda di serpente.
Il simbolismo duale
della melusina e della sirena bicaudata si riferisce anche alla capacità della
donna di collegare mondi tra loro differenti: ad esempio, portando la vita
dall'interno del suo corpo al mondo esterno; unendo l'ambiente acquatico
uterino a quello terreno, materiale. Nel mito di Melusine si scorge il processo
di integrazione di tutte le parti, imprescindibile all'individuazione del sé e
alla maturità ove la scissione si dissipa e il tutt'uno ama e trascende. Un'altra
immagine che richiama l'atto delle braccia alzate a tenere le due code – che,
in questo caso, sono accompagnate da ali e da arti che terminano in zampe
d'uccello – è quella di Inanna, dea alchemica per eccellenza; che nel
mondo patriarcale non si comporta da brava moglie, madre asessuata, figlia ubbidiente,
ma è ancora una iniziatrice con il potere – da sirena – di attraversare
entrambi i mondi – rappresentati dalla sua natura ornitomorfa che le permette “il
volo” – senza scindersi tra quello solare e quello lunare.
Inanna è in continuo
movimento, viaggia, come l'anima mercurii nell’alchimia (anche chiamata “Iside”
dagli alchimisti) come la sirena bicaudata a cavallo tra più nature.
Ella ha conquistato i sette “me” nel regno delle acque e del suo
custode, Me.
Inanna ha inoltre sette teste – è curioso che vi sia un
rilievo sulla Basilica di San Michele Maggiore con una creatura femminile a più
teste – quindi rappresentativa di una “natura plurale”, come le sirene.
Inanna
è assimilata alla luna – che guida le maree come la Cometa, Madre celeste dei
Semiti Astarte e come Iside stella madre – e a Venere/Afrodite – dee di origine
asiatica che condividono le madri preistoriche di eredità delle sirene.
I suoi
miti e riti, sumeri, hanno origine nei racconti orali della Mesopotamia, con
insediamenti più antichi relativi al 5000 a.C. e quindi sono antecedenti le
città-stato tipiche del patriarcato.
Attraverso la dominanza
babilonese, tale Inanna sumera e prima ancora mesopotamica, venne però
assorbita a Ishtar, con accento sulla prerogativa ispiratrice bellicosa, dove i
tratti originari della dea – in cui dominava l'amore tra gli opposti – verranno
banditi.
Anche a Lucca, sulla facciata della Chiesa di San Michele, in foro,
sull'architrave del portone principale, sotto San Michele che trafigge il
drago, figura una sirena bicaudata, che indica una forza duplice, dovuta a un
incrocio di acqua sotterranea, nonché un punto a forte impatto geomagnetico.
Ciò non sorprende, se si considera San Michele (così come San Giulio dell'Isola dei Serpenti di Orta) simbolo
per eccellenza dell'eliminazione ed esorcizzazione del segreto femminile,
considerato demoniaco; sin dalle origini attribuito a creature ctonie quali
serpenti, lucertole, e rapaci notturni; demonizzati dalle religioni
giudaico-cristiane.
Sempre a Lucca, su una colonnina,
fra l'altro, figura una piccola sirena bicaudata con aureola e ali, che reca il
messaggio spirituale che l'energia, in quel punto, è particolarmente solenne.
La
presenza di corsi d’acqua sotterranea era infatti rappresentata nei capitelli dei
luoghi sacri rispettivamente dalle sirene e dai draghi. Non è difficile, in
effetti, immaginare che le sirene siano connesse alla rabdomanzia, l'abilità di cogliere le linee d'acqua insite nelle profondità del suolo,
simili alle linee di energia chiamate “leyline”, utili anche a informare l'acqua di specifici messaggi e incanti.
Tali linee sono
tradizionalmente punti di potere elevatissimo, su cui, non a caso, i nostri
antenati erigevano i loro templi – poi sottratti e fatti propri dalle
confessioni religiose venute dopo – per caricarli di una energia segreta.
Tornando a Pavia, il contrasto tra l'anima pagana antica e quella cristiana è talmente forte, che sembra di camminare in due luoghi diversi contemporaneamente: il furto è palpabile!
All'interno di queste linee vi scorre ancora, del resto, l'energia tellurica della Madre-terra, ma
si dice che vi sia canalizzata anche l'armonia celeste, ossia punti energetici
di incontro tra gli assi dell'universo che si trovano nella maggior parte delle
cosmogonie delle origini – alberi cosmici – quanto nell'alchimia; da cui il
famoso motto, attribuito ad Ermete Trismegisto del — Come
sopra così sotto —.
La maggior parte degli edifici sacri della cristianità,
sono stati costruiti per assorbire quella energia sprizzante, attribuita al
culto della Madonna Nera o della Stella ma che, in realtà, incarnerebbe la madre oscura e
sotterranea delle origini, rappresentata da un serpente che scorre tra gli
anfratti della terra.
La “ Wouivre” o “Woëvre” è lo specifico nome che
questo serpente, nonché la sorgente guizzante, aveva tra i Galli.
Ora chiamate correnti
telluriche, possono essere punti di comunicazione tra correnti di suoli di
nature diverse, oppure provenire come “vene” dal profondo cuore
terrestre.
Probabilmente nei territori delle Gallie i Celti si radunavano in
questi luoghi e ci vivevano in prossimità per assorbire la benevolenza
sprigionata dalla terra e assicurarsi buoni raccolti. Infatti tali faide
sorgive venivano segnate con pietre particolari.
I menhir, dal bretone men e
hir (pietra lunga); avevano, ad esempio, lo scopo di attrarre
magneticamente a quelle vene le energie celesti, anche dette “correnti del
drago”, per via della loro estrema potenza nell'incedere fra terra e cielo
sull' axis mundi che, come approfondito dagli studi passati sulla mitologia
baltofinnica dell'Antro di Claudia; era percorsa dagli sciamani artici nella
loro tenda, che la risalivano come una scala per portare messaggi divini,
ricevuti in connessione con tale asse, durante i loro riti, canti e pratiche.
Tutt'oggi, in Europa, frequentemente nel Nord così come in Italia, sono proprio serpenti, uccelli, centauri,
tritoni barbuti o sirene bicaudate (altri esempi si trovano a Como, nella Tuscia, a Bari e a Lucca, risalenti al medioevo romanico quanto agli etruschi) a svolgere su
angoli, mura o capitelli, la funzione di quei menhir.
La Sirena è, allora, la creatura che, per eccellenza,
incarna l'armonia della doppiezza, nonché colei che ha in sé l'argento della
“aqua mercurialis” e al contempo la scintilla d'oro delle stelle e del sole;
che ogni elemento ha integrato e pertanto connette e al contempo trascende: un monito per tutte e tutti coloro che aspirano alla conoscenza e all'equilibrio tra la materia e lo spirito.
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