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La Fata Bianca o La Fantasma, Leggenda di Domodossola

Reportage - di Claudia Simone

Da tempi immemorabili una delle più banali occupazioni delle donne era filare. La stessa matrona saggia dei Libri Sapienziali viene elogiata perché sapeva con le proprie mani maneggiare la rocca e il fuso. Tutte le famiglie avevano quindi in casa dell’ottima tela. Verso la metà del secolo scorso erano state introdotte, con grande risparmio di tempo, speciali macchine che fecero cadere in disuso la rocca e il fuso. Ma ben presto anche questi apparecchi furono soppiantati dai grandi stabilimenti industriali di filatura e di tessitura. Secondo l’universale antica consuetudine, nei tempi andati anche le agiate borghesi di Domodossola, come le contadine dei dintorni, filavano lunghe ore con la rocca e il fuso. Ciò spiega la leggenda della Fata Bianca o Fantasma. Una donna di altissima statura, forse due metri e più, tutta bianco vestita, compariva ora in questa, ora in quella contrada del borgo; ore nel vicolo Rubini, e talvolta si lasciava pur vedere nelle strade carrali che mettevano a Domo, e sempre filava con la rocca e il fuso. La sua comparsa, tuttavia, non accadeva in ogni tempo, soltanto nei periodi di luna piena, cioè quando in cielo perfettamente sereno e stellato, la luna si trovava nella fase massima della sua luce. Molte persone, specialmente donne, asserivano nel modo più sicuro di averla veduta coi propri occhi. Chi la scorgeva per un istante davanti a sé e chi dietro le spalle voltandosi, e subito scompariva come il lampo, ovvero ricompariva lontano in fondo alla strada. Non faceva del male a nessuno; ma tutti vedendola si sentivano più o meno correre i brividi nella vita e formarsi la pelle d’oca sulla persona. Ora avvenne che una notte certa donna della Motta, che soleva recarsi di buon mattino in giornata presso un fattore in fondo all’attuale via Galletti, per sbaglio si levasse dal letto all’una dopo la mezzanotte, credendo che già spuntasse l’aurora, tratta in inganno dalla bella luce della luna piena. Arrivata presso la casa del fattore, d’improvviso le comparve davanti la Fantasma che filava, della quale aveva tante volte sentito parlare. Fu tale la paura che l’invase, che si mise a gridare aiuto a squarciagola. Svegliato il fattore dalle grida, spalancò la finestra della stanza dove dormiva per vedere chi fosse e che volesse. Come riconobbe la sua giornaliera, corse ad aprire il portone della casa e vi fece entrare la donna poco meno che svenuta per lo spavento. Con corroboranti la fece rinvenire e seppe da lei la comparsa della Fantasma. Ora che non si fila più, anche la Fantasma non si lascia più vedere!

Riflessioni, La Fata Bianca e Frau Berchte

Immergersi a piene mani – aperte – in una fiaba, un racconto, una leggenda od un mito antico; significa lasciarsi vivere dai volti che lo abitano, che sono anche i nostri volti, nascosti in un tempo–altro, che chiamano alla “riconciliazione” di quelle parti di noi che ci appartengono e che sono proprie a tutte le donne ed a tutti gli uomini, a seconda del proprio sentire. Nella fiaba, dalla quale emerge senza possibilità d’errore la “Frau Berchte”, la nostra Berchta, ovvero Holda, ove, nel racconto, si dà voce anche al suo aspetto arcaico e poco menzionato di “dea delle tempeste”; persistono elementi di quella che, per aferesi e sincretismo con la luce della stella di Epifania, è stata chiamata “Befana”; ovvero Perchta, Frau Holle, Hagazussa, Fata Piumetta. Berchta è una antica Dea dell’Occidente appartenente in prevalenza alle Alpi e all’area linguistica bavarese. Il più gettonato significato attribuitole è “la splendente, o la brillante”, per via del legame dell'alto tedesco “peraht”, “berht” o “brecht” con la parola inglese “bright”; ma un'altra ipotesi etimologica in accordo con le fonti la accosterebbe alla parola inglese “birth”, simile al suo nome originario, Bertha; ovvero indicativo del suo ruolo di antenata e mediatrice culturale. Nella Mitologia Teutonica di Jacob Grimm emerge che nelle aree germaniche superiori quali Svevia, Alsazia, Svizzera, Baviera e Austria; venisse chiamata “Frau Berchte”, nell'antico alto germanico “Perahta”, la brillante, la luminosa, la gloriosa, così come Holda produce infatti la «neve brillante» ma; in verità, gli epiteti si riferiscono più alla sua natura benevola di luce, nel tempo, purtroppo, dimenticata e sostituita solo dalla sua natura orrorifica, che bene si identifica nel Krampus. Perchta è infatti anche la «signora delle bestie». Il suo nome è anche “Holle” o “Frau Holle”, dal tedesco, Signora Holle. Il loro aspetto e operato è simile nelle leggende e nelle fiabe che riguardano la Dama Bianca. L’aspetto che tipicamente incarna nei periodi «liminari», quali la Notte di Ognissanti e le Dodici Notti, è quello della Strega tessitrice e filatrice, nel medioevo chiamata anche “Hagse” o “Hagazussa”; colei che controlla il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, poiché entrambi li abita: lei è l’antica strega che vive ancora nel profondo di alcune donne. La si può accostare alla Befana, nome generato dalla aferesi del latino epiphanīa, che dapprima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine Befana: tentativo evidente di cristianizzare la figura di una antica Madre Selvatica le cui tracce sono antecedenti al Neolitico, «oggetto di una plasmazione culturale plurisecolare» (22) della figura folcloristica della donna a cavallo della scopa – che cavalcherebbe al contrario, testimonia il Cattabiani – che porta doni o ammonimenti a seconda dell’operato di chi ne riceve la visita, in quanto incarna la fortuna e il fato, essendo anche la forma più antica di antenata e fata Madrina. Tracce italiche della credenza in questa figura risalgono al mitraismo dell'Impero Romano – di origine, però, persiana – ma anche al culto di origine celtica. I romani credevano che nelle dodici notti conseguenti al Sol Invictus, che nel calendario pagano coincideva con la Epifania, ovverosia con la nascita della stella sole bambina; ci fossero delle figure volanti che aleggiavano sui campi coltivati, tra le quali Erodiade/Diana; portando fortuna al raccolto. Dunque in ognuna di queste tradizioni v’era una femmina sovrannaturale a cavallo di una scopa che aveva una importantissima funzione, ovvero la rappresentazione più fedele di quel volto di Dea, strega e donna la cui genesi è da riconoscersi in quella Vecchia Religione, titolata alla trinità lunare che già le donne preistoriche consideravano come Grande Madre, e che le guidava attraverso la luce della luna e delle stelle. Questa Madre, attraverso le leggende locali, i racconti delle nonne, le pagine di storia e le testimonianze più infervoranti riguardo i processi alle streghe – nonché attraverso Sante e Madonne, che sono un altro suo volto – è rimasta tra noi, resistendo a secoli di oscurantismo e ignoranza. La Berchta, altro non è che il volto che questa Grande Madre ha assunto nelle località ove vive ancora il vagito del suo folklore. Oltre il suo volto, si celano le Valchirie con la loro cavalcata selvaggia, le marce di streghe capitanate da Aradia, la vendicatrice delle streghe dimenticate; le Dísir e le Nornir della tradizione germanica.

Note

(1) Il nome di una delle valchirie – ovvero coloro che scelgono i caduti, le masticatrici di cadaveri – proviene dal norreno ed è «Thrudhr»; mentre gli spiriti o folletti scompigliatori della «Strega Perchta» si dà il caso si chiamassero «Truden», che corrispondono alle paure segrete e inspiegabili, dette anche angustie della Trud. Tali spiriti e folletti della Perchta, pare che marciassero nelle «Dodici Notti» per mettere a soqquadro le case, a fare giustizia di violenti e ubriaconi che avessero importunato donne e bambini; e mettere in riga le fanciulle che non avessero svolto i compiti di casa e le faccende della filatura per bene. Tale «marcia degli spiriti», di probabile origine preindoeuropea e capitanata proprio dalla Strega Perchta; secondo le nostre intuizioni solo in un secondo momento, è stata assicurata al comando di Wotan/Odino, assumendo il famigerato epitteto di «caccia selvaggia». Nei trascorsi di tale caccia, ab origine marcia di spiriti, fate della sorte e folletti; antica quanto quel culto lunare/ctonio che Margaret Murray chiamò «culto di Diana», si delinea secondo noi anche la figura della stessa «Aradia»; rinvenuta nel Canon Episcopi come «Erodiade/Diana»; e personaggio di rilievo delle leggende toscane sedute su radici etrusche, che potrebbe essere Diana stessa od addirittura figlia di Diana e “Lucifero” secondo lo stravagante Vangelo Delle Streghe di Charles Godfrey Leland(1899). Lucifero, dal latino “lucifer”, composto di lux – luce – e ferre – portare – il famigerato angelo caduto che la mitologia cristiana ha associato a Satana; già divinità romana, nonché assimilabile al greco Eosforo, associato al pianeta Venere così come l’Adone semitico, dio delle cose, “ne sposava la stella”, ovvero la Madre Celeste dei Semiti nonché Astarte, dea di dietrologia sirenica; altri non potrebbe essere che la degenerazione del volto preindoeuropeo delle Dee di Luce sopraddette, la cui origine si perde nella notte dei tempi: Lucina candelifera, Lucia, il cui culto è ben precedente a quello attribuito dal sincretismo con la santa siracusana ed è, secondo i nostri studi, con tutta probabilità connesso alla figura della Erodiade/Diana, e protagonista del culto della luce e della gioiosa danza selvatica delle prime sacerdotesse della Europa Antica che veneravano la Grande Madre nella sua forma lunare triplice, ma anche nel suo aspetto solare – di cui Diana è portatrice, ed è per questo che nel mito illustrato nel Vangelo di Leland sarebbe sposa incestuosa di Lucifero, col quale darebbe alla luce la suddetta semidea medievale vendicatrice delle streghe – dato che la dicotomia e consecutiva scissione dei suoi aspetti in maschile e femminile è un retaggio delle mitologie indoeuropee, che hanno privato le dee – così le donne – dei loro attributi primigeni; spostando l’attenzione dal culto ciclico e pacifico della Grande Madre alle bellicose e prepotenti divinità solari ad appannaggio maschile: lo stesso Giano, è una mascolinizzazione di Diana. “Macrobio (390-430 circa) ci dice che Giano è anche detto Gemino, perché come il Sole esso sarebbe padrone “dell’una e dell’altra” parte del cielo: interessante che, la nostra Diana preindoeuropea, che peraltro potrebbe sussistere nel volto romanizzato delle Matres/Matronae di origine celtica, fosse proprio, fra le altre, una dea della luce e della vegetazione, legata quindi a un simbolismo solare. Inoltre, in latino, porta si dice “juana”, dal sanscrito “jana”, da cui Diana, Giana, “Domus de Janas”. “Juanua coeli” era infatti un epiteto delle dee, poi passato alle litanie della Madonna (Cfr.: Luisella Veroli, Dal Cosmo alla Cosmesi, La Divina Seduzione e l’Arte del Trucco dalla Preistoria al futuro p. 57). Ciò che è importante comprendere è che entrambe, Aradia, la figlia di Diana, e Perchta, guidano la processione dei rifiutati, spiriti e diavoli respinti dalla chiesa e mandati a morte. In loro, abitano le Dee di cui le donne hanno bisogno, per ricordare a loro stesse chi sono state, e per fare in modo che la storia non si ripeta. — Tratto da Streghe, Dee, Donne e Valchirie; Alle Origini della Stregoneria e della Vecchia Religione nell'Europa Antica e Occidentale, L’Antro di, saggio di Claudia Simone

(2) Uno degli elementi tipici dei racconti su Berchta, Frau Holle, Madre Holda, Befana; nonché Dama Bianca – in questa particolare leggenda ossolana chiamata Fata Bianca, ricordando il suo attributo di Fata Madrina e filatrice – è la sua predisposizione a punire o celarsi a chi provi a guardarla. Come ricordano i fratelli Manciocco ne L’Incanto e L’Arcano, per una Antropologia della Befana; questa antica dea selvaggia, personificazione dello spirito delle antenate della stirpe, non vuole mai essere vista e cercare di scorgerla quando appare nelle notti d'inverno può probabilmente rivelarsi spiacevole o fatale. Ecco perché, la Fata Bianca, forse, ha smesso di mostrarsi a Domodossola, abbandonando le donne sciocche e frivole, ma, forse, continuando a guidare quelle che, silenziosamente, tessono ancora le sue trame in segreto…

(3)Uno degli aspetti che colpisce nella leggenda soprascritta, è l’epiteto di “Matrona Saggia” che viene attribuito alla Fata Bianca, ovvero Frau Berchte. Questo particolare elemento di connessione conferma il legame tra Berchta, Befana e le antenate. A tal proposito si ricorda che “la Mōdraniht è una festività di origine anglosassone i cui riferimenti si trovano soprattutto negli scritti di Beda Il Venerabile nella sua “De temporum ratione” rispettivamente del VIII secolo. Nel Dizionario di Mitologia Norrena di Rudolf Simek compare invece in quanto festività germanica legata al sacrificio, in relazione al culto della Madre/Matrona. Qui la ricorrenza viene accostata anche ad altre tradizioni della Scandinavia medievale quale il “Dísablót”; da Dísir, che al singolare, Dís, in antico norreno significa “Dea”, “sorella” o “donna di nobile rango”; e “blot”, che significa sangue; con tutta probabilità legato al “sangue delle Madri”, alla stirpe, al lignaggio, invero alle antenate. Secondo questa tradizione femminile antica la notte tra il 24 e il 25 Dicembre è la Notte della Madre”. — Tratto da La Dama Bianca, L'Antico Culto della Luce e Le Vere Origini del Natale e dell'Epifania, Lo Scrigno di Luce, saggio di Claudia Daisy Simone

(4) La più antica Dea alle spalle di Dama Bianca e alla quale sono assimilabili per attributi di filatrice e strega e aree di provenienza delle leggende sia Frigg/Freya che le sue ancelle, e ancora Dísir e Nornir (che secondo Marija Gimbutas sono i volti della triplice dea ereditata dall'Europa Antica); è la dea germanica Hertha/Nerthus, che ha radici con tutta probabilità nel proto-norreno «Njörðr», ovverosia forte e vigoroso/a, a seguito mascolinizzata in un dio maschio. — Tratto da La Dama Bianca, L'Antico Culto della Luce e Le Vere Origini del Natale e dell'Epifania, L’Antro di Claudia, saggio di Claudia Simone

Album fotografico
di Claudia Simone

La via delle apparizioni della fantasma


La leggenda è tratta da Leggende delle Alpi, Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Paolo Crosa Lenz, Grossi-Domodossola; La Fata Bianca – Leggenda ossolana in “Il Popolo dell’Ossola”, 1926, pp. 245 – 246

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Testo e fotografie di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.

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