Le Streghe di Croveo. Fatti e prospettive sulla Triora Antigorina e cenni sulle Valli dell'Ossola, Formazza e sul Novarese
“La verità va cercata, ma bisogna saperla riconoscere, e non solo supporre di possederla”. Don Tullio Bertamini, Luci su Croveo, p. 397, 2011
Introduzione
Sebbene il fenomeno della stregoneria sia stato presente,
parallelamente al resto della Europa, tra il XV e il XVI secolo ed è a partire
dal dodicesimo secolo che venne istituito un vero e proprio Tribunale
d'Inquisizione, è in epoca ben più antica che la connotazione negativa di tale,
presunta, travisata arte strionica(1) si è consolidata, soprattutto nella
Valle Antigorio e nella Valle Formazza, ovvero il suo naturale prolungamento, in particolare nelle zone di Premia, Baceno e Croveo considerate la “Triora
Antigorina”(2) dove ancora oggi gli abitanti sono chiamati “Striogn” e le loro
streghe rifondatrici sono le “Strii at Crof”, da un progetto nato nel 2012
grazie ad Anna Proietti, volto a commemorare le gesta delle donne del passato affinché
non fossero dimenticate(3).
Fino agli anni Novanta il fenomeno stregonico nel
Novarese veniva negato dal mondo accademico finché i pionieri della ricerca
nell'ambito, il prof. Thomas Deutscher dell'Università Cattolica d'America, il
prof. Don Tullio Bertamini, il rosminiano fondatore della rivista storica
Oscellana e il membro della redazione di Nouarien, prestigiosa rivista di
storia della Chiesa Novarese, non hanno fatto luce con le loro ricerche (2).
Le
valli alpine e rurali sono state fra le più colpite, ma anche il Lago d'Orta e
il Borgomanerese non vennero risparmiati(2) ai padri Domenicani della
Inquisizione papale-romana; in parte, per via della credulità della gente, che
nei paesi era meno istruita, altresì perché, forse, veri superstiti della
stregheria(4) ovvero della cosiddetta Vecchia Religione potevano continuare a
praticare – non visti – la loro religiosità originaria solo al limitare dei
centri abitati, dove l’occhio pernicioso della inquisizione forse sarebbe
arrivato più tardi...
Ormai è evidente (o perlomeno questo è il sentire della realtà qui presente) che la stregoneria (anche se è un termine complesso e in parte
misogino su cui bisognerà tornare a riflettere) altro non è che ciò che era ed
è rimasto dei culti pagani più antichi – conservati segretamente nelle
stregherie italiane più radicate e originarie, soprattutto nelle Alpi della
nostra penisola e sugli appennini – volti alla gioia naturale, ove la natura
era un tempo considerata divina e sacra come una Madre.
Questa è la narrazione
che ne fece l'antropologa Margaret Murray nel suo saggio Le Streghe nell'Europa
Occidentale ed è ciò che spinge da alcuni anni anche il mio (e il nostro)
sentire. D'altro canto, è sufficiente andare alla ricerca delle pitture
rupestri locali, in Valle Antigorio come altrove, od osservare come alcune
rocce erratiche coppellate, risalenti alle ultime glaciazioni, abbiano
conservato tracce di culti femminili preistorici, per comprendere quanto antico
sia il contatto tra l'essere umano e la natura sacralizzata.
Quale che sia la
verità, ovverosia se vi siano state, tra quelle donne e uomini, delle vere
streghe (a ogni modo ben lontane dal ritratto giunto dalle istigazioni e dalle torture dei
processi del tempo) o se il tutto fosse stato la semplice conseguenza della
isteria di un popolo ignorante e di una casta clericale propensa a sfruttare la
credulità della gente a fini economici e speculativi, non è dato saperlo, allorché qui non si parlerà solo della figura della strega – che
è comunque penetrabile nel saggio intitolato Streghe, Dee, Befane, Donne e
Valchirie: alle origini della stregoneria e la Vecchia Religione nell'Europa
Antica e Occidentale (4) – ma verranno riportati nello specifico i fatti comprovati e
ognuna e ognuno sarà libera o libero di credere o non credere quanto
condiviso, sulla base delle fonti accertate e nella chiave di lettura che Strega in Rosa propone, forse per aprire nuove porte o forse per rivendicarne di vecchie...
Una premessa, è importante fare: in nessun
caso, atti volti alla repressione dei diritti umani, sono da intendersi come
volontà di una divinità antica e di gioia (la sola che avrebbe mai potuto
ispirare, dall’Europa Antica ai giorni nostri, quella che si potrebbe definire
una “vera strega”).
Fermo restando che i documenti che sono rimasti, nondimeno
la testimonianza delle vere e proprie retate di, fra gli altri, Domenico Buelli
da Arona (1570-1602) sono solo una pallida testimonianza di ciò che, purtroppo,
soprattutto nel periodo della Rivoluzione francese e nel tempo napoleonico
andò distrutto o perduto sulle Streghe Antigorine, dell'Ossola e del Novarese
(16).
Ciò che sappiamo, sulle cose, è quasi sempre molto meno di quanto non sappiamo e forse dovremmo sapere...
Magia scientifica e magia naturale, streghe possedute e streghe consapevoli
Nel secondo caso, ovvero se si erano considerate streghe
consapevoli; si macchiavano di reato di apostasia della fede (1) che però poteva essere presumibilmente perdonato tramite penitenze, imprecazioni, confessioni e umiliazioni varie. Ma andiamo con ordine...
La stregoneria risale
ad epoche preistoriche e, del resto, come disse James G. Frazer (5) “una età della
religione è sempre preceduta da una età “della magia”. Se è
vero che a guidare “i magi” fu una stella, nondimeno identificabile in quella
che viene chiamata Befana, la forma più antica di strega e custode del fuoco
celeste e terrestre, che giunge come brillante meteora(6); proprio come la
Madre Celeste dei Semiti Astarte che guidava alla rotta i marinai semiti e cananei, allora è nelle stelle,
forse, che andrebbe cercata la ispirazione, nondimeno quel “potere” che cela i
segreti insiti alla magia che il Bertamini, però, fatica ad attribuire
all’appannaggio di coloro che credono od hanno creduto di potervi accedere
mediante “conoscenze naturali”, ovverosia diverse da quelle della scienza che,
a detta sua, i Magi avrebbero potuto possedere, e così da lui stesso ammessa
come unica forma di conoscenza e quindi di “magia” ipotizzabile e ritenibile
concreta (1, p. 300).
La magia – dal greco «magikē», a sua volta connesso alla
parola mantica – era in realtà a principio una arte che veniva tramandata alla
stregua delle altre, come la lavorazione dei metalli e del legno o la cura del
bestiame ed aveva a principio lo scopo della sopravvivenza (4), almeno fino al
neolitico dove i nuclei familiari sedentari hanno incominciato a concepirla
come un legame con il focolare (6), sviluppando altresì la credenza in entità (che divennero stanziali come i clan), di protezione e veglia del fuoco.
Tralasciando peraltro il fallace quanto
vetusto concetto di dualità magica, ovvero l’idea retrograda di una magia
bianca – buona – e una nera – maligna – citata dal Bertamini come una delle
fondamentali distinzioni che avrebbe portato a giustificare, in qualche modo,
il delirio della gente nei confronti di quelle e quelli che presumibilmente, secondo la mentalità del tempo avrebbero praticato la
seconda; si consideri, semai, nera, quella magia che riguarda “l’altro lato
della luna” ovvero la magia che agisce in ombra – in quanto dentro – non
dissimile dal concetto stesso di segreto, arcano che, forse, alcune vere
streghe praticarono, non viste, né mai scoperte od accusate, nella loro
intimità, dove il volo con Erodiade, Diana o Minerva (nondimeno un volto della
suddetta Befana) le trasportava al centro di sé stesse, ove forse avviene l’unico
Sabba possibile, delineandosi nel gioco della solenne scoperta della
interiorità luminosa di cui certo i pudibondi del tempo non potevano neppure
sospettare l'esistenza...
In quella che fu la escalation della Caccia alle Streghe, inizialmente, tale volo veniva riconosciuto
come fantasioso; sarà solo nel ‘400, quando il Canon Episcopi sarebbe stato
a poco a poco abbandonato, che le riunioni dei benandanti (1) sarebbero state assunte come “vere”, ossia il loro cursus – il volo – e il Sabba – il loro gioco, dal
verbo «s'esbattre» (giocare) – sarebbero stati considerati reali a causa della
diffusione dei molti trattati di demonologia che avrebbero soppiantato i
contenuti più razionali del primo. Fu a causa di queste nuove convinzioni che
le campagne di ricerca incominciarono a perseguitare migliaia di donne e uomini
in tutto il mondo (1, p. 302), portando a un vero e proprio delirio collettivo.
Divenne allora manuale di demonologia il Malleus
Maleficarum di Heinrich Institories e Jacob Sprenger, due frati domenicani,
professori di teologia, a cui Papa Innocenzo VIII, con la bolla del 5 Dicembre
1484, dava l’incarico di inquisire sul fenomeno della stregoneria divenuto, a
detta dei dottori della chiesa, “vasto e preoccupante”.
Nei trattati a seguire,
ispirati al primo, si credeva persino possibile che la unione tra una strega e
il famigerato “demonio” potesse dare vita a creature dal segno diabolico: nel
Vangelo delle Streghe di Charles Gottfried Leland, del resto, Aradia è
vendicatrice delle streghe, nata dalla presunta unione tra Diana e Lucifero, al
fine di rivendicare le povere e le innocenti...
Moventi
Si riteneva che queste donne cursorie portassero male,
ovverosia che causassero danni a bambini, animali e coltivazioni.
L’eresia –
dal greco haìresis, ovvero scelta (4)
– nonché la eretica pravità, intesa come scelta maligna, che allontanava
dai dogmi della chiesa, era, fra l’altro, considerata alla stregua di una
“infezione”(1) da debellare.
Nello specifico, già nella prima ondata di accuse e interrogatori tra il 1519 e
il 1520 nelle Valli Antigorio e dell'Ossola le donne e uomini coinvolte nelle
indagini erano considerate/i “infette/i”: provate a immaginare un delirio simile a quello che ci ha spinti a chiuderci in casa per anni terrorizzati da una influenza, nondimeno l'infezione da Coronavirus, ora considerate il panico che avrebbe potuto causare in quel tempo di offuscamento e ignoranza la diffusione di una idea del genere.
Probabilmente le donne e gli uomini affetti dal Covid sarebbero stati considerati alla stregua di streghe infette e il tempo attuale ci insegna che molte e molti non si cono comportati/e in modo molto diverso dalla gente del tempo, di fronte all'emergenza...
Svolgimento delle indagini
Si procedeva allora con interrogatori e processi che per
molti aspetti erano “di gruppo” (1).
I processi non furono dissimili da quelli
che, parallelamente, si stavano tenendo nel resto del clima europeo tra XV-XVII
secolo, solo che, nelle valli qui analizzate, i documenti e le conseguenti
certezze sono pochi, e più difficile ricostruirne il volto.
Confessioni e tipi di torture
Il problema era che le illazioni raccontate da chiunque e
per qualunque presumibile ragione erano ritenute valide, le dicerie della
gente erano considerate alla stregua di prove.
Fu già il Giovanni Battista
Della Porta nel ‘500 ad affermare (invano) che non bisognava dare peso ad avvenimenti
non provati e irriducibili, cioè non ripetibili nella realtà, altrimenti non
sono prove ma vaneggiamenti (1).
Spesso, poi, degli avvocati delle streghe ree
confesse si teneva ben poco conto e l’uso della tortura aveva con tutta
probabilità lo scopo di dimostrare l’evidenza di ciò che si voleva fosse vero
(1, p. 307).
Il tipo di tortura attestata nei processi in Valle Antigorio, erano i
cosiddetti tratti di corda (de curlo (1)).
Dopo le torture, molte e molti
venivano trattenuti in carcere “a disposizione del giudice” per poi perire senza dignità, in
attesa di una sentenza finale che non arrivava mai.
I poteri della Santa Inquisizione, i Tribunali e il Braccio Secolare
Fino agli Novanta gli studi accademici negavano persino la
esistenza dei tribunali di Inquisizione in tutta l'area del novarese, finché
non è emerso che ve ne fossero addirittura due, quello papale-romano, gestito
dai Domenicani, più sadico e venale e quello curiale del vescovo, gestito dai
suoi vicari generali, più mite e garantista, che poté subentrare a ogni modo
solo dopo il 1590 con il vescovato del Bascapè (2).
A ogni modo, solo
l’autorità ecclesiastica, ovvero duplice insieme al braccio secolare, poteva
stabilire se si trattasse davvero di stregoneria o se le accusate fossero da
assolvere ed esorcizzare come possedute/i.
Ma, rammenta il Bertamini, che la chiesa
non ha mai stabilito la pena di morte per alcun delitto e nemmeno per quelli
delle streghe e stregoni (1).
Non esiste infatti nel Vangelo e nei canoni
ecclesiastici legge che imponga la pena di morte per qualunque delitto commesso
da chiunque.
La scelta finale era di assoluto diritto della giustizia dello Stato: erano
le leggi imperiali a prevederla ed applicarla (1, p. 304).
A ogni modo il
tribunale della Santa Inquisizione era decisivo su quello civile: per streghe,
stregoni e simili le leggi imperiali stabilivano la pena del rogo (1, p.302).
Bolle, Editti, Leggi che hanno influenzato La Caccia alle Streghe nelle Valli Piemontesi
Consilium di Bartolo da Sassoferrato 1340: l'informazione si
ritrova nel testo di Laura Rangoni, Vivere Wicca (7), dove figura come il più
antico documento giuridico redatto nei confronti di una strega.
Era il
Consilium che Bartolo da Sassoferrato inviò, intorno al 1340, al vescovo di
Novara Giovanni de Plotis, inquisitore della città.
Perplessi sulla pena da
infliggere a una donna di Orta (la quale, sarebbe stata sollevata da pena di
morte certa solo se avesse ammesso la sua colpa e si fosse pentita).
Viene qui
riportata, inoltre, una testimonianza scritta, che dice “ho sentito dire da
alcuni sacri teologi, che queste donne, che vengono chiamate anche lamie o
streghe, possono nuocere mortalmente col tatto o con lo sguardo, ammaliando
adulti, bambini e animali, poiché hanno infette le anime che consacrano al
demonio”.
Nel testo citato, approssimativo poiché la bibliografia della Rangoni
è purtroppo imprecisa e non chiara, non si viene a prescindere a capo della
sorte della donna, come in alcuna altra fonte a mia portata.
In Massimo
Centini, Streghe in Piemonte (8), si evince che i documenti schedati in
Piemonte sulla Caccia alle Streghe risalgano a un periodo intercorso tra il
1292 e il 1740 e che su tale Consilium vi siano peraltro dei seri dubbi, ovvero
la possibilità che sia un falso...
All'interno del documento Bartolo da
Sassoferrato chiederebbe consiglio al Vescovo di Novara sulla pena da
infliggere alla donna (la fonte dell'incriminazione, in Centini, è indicata
così: J.L.J. van de Kamp, 1935).
Sarà a ogni modo San Bernardino (1380-1444), in
P. Bargellini 1936, p.607, ad offrire testimonianze importanti – e precise –
sulla diffusione della stregoneria nel Piemonte, portando prove del fatto che,
questa, non era solo una credenza popolare, ma un fenomeno che coinvolse tutte
le fasce della popolazione, uomini di chiesa e laici che sostennero la grande
caccia alle cosiddette donne di Satana, che lasciò tracce e ferite profonde nella storia
della nostra regione e paese.
Così “le donne degli inciarmi”, termine ripreso anche da Carlo Emanuele II con l'Editto del 2 Luglio 1673 che
designava gli incantesimi e le stregherie, trovato nei documenti piemontesi, vennero in Piemonte ripetutamente percosse, per un olocaustico periodo lungo 448 anni.
Canon Episcopi: Il Canon Episcopi fu una istruzione ai
vescovi sull'atteggiamento da assumere nei riguardi della stregoneria. Durante
il Medioevo il documento fu attribuito al Concilio di Ancira del 314, in realtà
si tratta di un testo più tardo, comparso nell'opera del benedettino tedesco
Regino di Prüm, ovvero il De synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis,
risalente al 906 (9).
Nel XII secolo tale Canon Episcopi creò non pochi
problemi ai demonologi, per via delle sue interne contraddizioni: a partire da
queste deduzioni, infatti, risultava semplice affermare che tutti gli eretici e
le streghe (fisicamente o con l'immaginazione) avessero stretto un patto con il
diavolo (9).
Inoltre, non era possibile difendersi da eventuali accuse, poiché
nessuno poteva verosimilmente dimostrare cosa avesse immaginato o meno: se c'è un luogo dove alcuno può entrare a parte noi, è la propria mente!
Una
differente lettura del Canon episcopi, avvallata dal Bertamini, ne fa un
documento di moderazione, che riduce la stregoneria a pura vanità, esecrabile
ma punibile con provvedimenti disciplinari come l'allontanamento dalla comunità
dei credenti.
Questa intuizione, che di fatto guidava gli interventi dei
vescovi, non venne più seguita dalla fine del Quattrocento: verso la metà del
XV secolo la maggioranza degli inquisitori e dei demonologi cominciò a
trascurare tale lettura razionale del documento (1)(9) a motivo della sua
problematicità e preferì utilizzare nuovi e più efficienti manuali
inquisitoriali, tra cui il più diffuso fu il Malleus Maleficarum suddetto,
ovvero Il Martello delle streghe.
Bolla Coeli et terrae creator Deus del 5 gennaio 1585:
Papa Sisto V (1) elencava e condannava numerosissime, specificate e aberranti
forme di magia e proclamava solennemente che l'uomo non può presumere di
elevarsi alla conoscenza degli eventi futuri, riservata esclusivamente a Dio.
In questo modo la Bolla metteva al bando ogni genere di divinazione e lasciava
all'astrologia il dubbio onore di aprire l'elenco delle dottrine illecite e
superstiziose, di cui tracciava un quadro pittoresco e impressionante.
Posta sullo stesso piano del lancio delle sorti o delle evocazioni del demonio negli
specchi e nelle caraffe piene d'acqua, l'astrologia venne condannata come uno
dei prodotti più deleteri della superbia dell'uomo (10).
Le Ondate Inquisitorie in Valle Antigorio
Prima ondata sotto il dominio francese, 1519-1520
La prima ondata inquisitoria ha riguardato la Valle
Antigorio e altri paesi dell’Ossola nel XV, di cui mancano i documenti, ma che
riguardano l’arco di tempo tra 1519-1520 e sono stati dedotti dalle confessioni
delle presunte streghe, di cui alcune inquisite andarono – per certo – al
braccio secolare con la conseguenza del rogo (1, p. 309).
Nella Ossola
superiore, era l’avvento della dominazione francese nel ducato di Milano
(1515-1525) ove il governo coinvolto era stato in gran parte assunto dal
capitano Paolo della Silva di Crevola d’Ossola e dai suoi aderenti
filofrancesi.
Il tribunale locale di Crodo era allora affidato al giureconsulto
Francesco Marini che era anche il defensor fidei, ovverosia aveva la competenza
di “difensore della fede”.
Le accuse di stregoneria erano inviate a lui ma
dovevano essere portate anzitutto davanti al Vescovo di Novara che poi le
passava all’inquisitore, incaricato di procedere alla “identificazione” degli
accusati e delle loro attività.
Allorché, la campagna inquisitoria era
preceduta da un “bando pubblico” proclamato nelle chiese della valle, che
prevedeva un periodo “di grazia” per confessare, pentirsi, e riconsegnarsi alla
chiesa e a Dio.
Tale bando risale al 1518 e venne preumibilmente pubblicato nel mese di dicembre
nella chiesa parrocchiale di San Gaudenzio di Baceno e in quella di San
Michele di Premia, firmato dall’inquisitore di Novara, il maestro Domenico
Visconti.
Beninteso che, però, se qualche strega ebbe modo di “scusarsi” ed
usufruire di questo tempo di grazia, non se ne sa il nome! (1, p. 310).
Quando
l'inquisita Margherita Turchelli, ad esempio, venne interrogata se fosse stata
a conoscenza del periodo di grazia, lei rispose che era stato il suo amante nonché
demone Andriolo ad impedirle di confessare (1, p. 323). A questo punto, verrebbe da chiedersi chi fosse veramente, questo “Andriolo”, un demone o un manipolatore che l'aveva torturata?
Nel frattempo, nella
chiesa di Baceno si continuava ad assistere a esorcismi e a presiedere al
tribunale della Inquisizione; in Valle Antigorio fu inviato il maestro Domenico
Visconti, ovverosia confratello di dottor frate Alberto Bossi dei Predicatori
di Novara.
Chiuso il periodo di grazia – presunto e solo simbolico o reso impossibile ad accedervi nel concreto, viene da pensare – il
tribunale fu allora spostato nella frazione di Rozzaro, a Premia, presieduto da
frati, pretori e molte personalità rigorosamente maschili della nobiltà della Valle
Antigorio.
Le prime streghe ad essere inquisite furono quelle inserite
nell’elenco del pretore di Crodo...
Calendario dei processi nella Prima Ondata
Si presume che i processi incominciarono dalla Quaresima del
1519 (1).
Gli unici documenti a cui si ha potuto risalire, riporta Tullio
Bertamini, sono quelli depositati in parte nell’Archivio Vescovile di Novara,
nella sezione degli Atti di Curia (Actorum Curiae) di quel tempo e pare
che il primo ad essere inquisito fu un uomo, tale Antonio Franzi di Premia che
venne sottoposto a 4 giornate di interrogatorio tra l’aprile e il maggio di
quell'anno.
Donne processate e torturate nella Prima Ondata
Decisiva è la testimonianza di Margherita Turchelli, vedova
di Jorio di Premia esaminata il 27 Aprile 1519 per crimine di apostasia delle
streghe e malefiche, sospetta di pravità ereticale, diffamata per informazioni
e indizi “che ne precedevano la fama”.
Il processo fu istituito e attuato dal
rev. Sig. dottore frate Alberto Bossi di Novara dell'Ordine dei Predicatori.
Nel corpo ufficiale dell'accusa, fra le altre, quella di seguire dolosamente,
per vie traverse e meditate, la “setta degli eretici”. Margherita avrebbe inoltre
provocato tempeste e grandini, al fine di distruggere i frutti della terra e avrebbe aggiunto mali ai mali conducendo altre persone sulla via eretica, oltre
ad aver praticato lo sputo dell'ostia e aver fatto con il sacramento
dell'altare discorsi osceni e ladreschi.
Margherita non approfittò del presunto
tempo di grazia, che anzi affrontò con “animo indurito” incorrendo consapevolmente nella
sentenza di scomunica e di anatema (1), dando manifesto di non volersi pentire.
Davanti al prefato Signor Alberto, durante il primo interrogatorio dei tre ai
quali venne sottoposta, negò tutto. Allora si decise di procedere alla tortura,
dopo la quale giunse la prima confessione di essere stata iniziata alla
stregoneria quarantacinque anni prima, ovvero nel 1464, da Maddalena Perini di
Cristo e ciò venne confermato in un quarto interrogatorio.
“Vista l'ostinazione sua, poco dopo la fece sollevare da terra ed in tal posizione la tenne per lo spazio di circa un'ora al fine che confessi la verità. E pur rimanendo a lungo nella sua pertinacia, tuttavia, disse di voler confessare la verità se venisse deposta” (1, p. 318).
Da quella confessione, sorsero la maggior parte dei presunti
elementi del Sabba, tra cui iniziazione, affidamento al demonio, volo al gioco
diabolico, descrizione dello svolgimento, elenco degli altri partecipanti,
elementi dell'arte strionica riguardanti tempeste, una bussola d'unguento
portentoso, la dipendenza dal demonio (nonché amante di ogni strega novella) e
descrizione della sua compagna e i nomi di altre ed altri coinvolti
contro cui Margherita testimoniò.
In seguito, destinata alla curia secolare; a Margherita venne affidato un avvocato difensore ovvero il giureconsulto Antonio Bernardo
di Campieno e la strega venne richiamata a giudizio finale nel tribunale di
Rozzaro (Premia).
Con tutta probabilità venne tenuta a disposizione dei
processi per il riconoscimento degli altri partecipanti alle riunioni; finché non si seppe più nulla di lei, ma secondo il Bertamini è probabile che perì il
rogo.
Della inefficacia e barbarie della tortura
Chiaro è che, tutto sommato, la tortura non faceva dire loro
la verità, anzi, fece accrescere il delirio: le accuse nel 1519 si moltiplicarono soprattutto da parte
delle donne che accusavano le altre. Ciò si evinse dai resoconti dei processi,
ove quello di Margherita è l'esemplare più completo, raro, e sicuramente
descrittivo dei tipici svolgimenti inquisitori del tempo (1, pp. 313-325). Gli
atti vennero inviati anche a Novara e il Vicario Generale Donato di Vimercate
dovette decidere al riguardo (1, p.347). I processi erano stati interrotti dopo
la metà di maggio e le scelte rimandate a giugno del 1519. In generale anche i
giurisperiti consultati erano d'accordo sul fatto che, probabilmente, quelle
donne e uomini avrebbero potuto essere resi demenziali da qualche droga o dalla
denutrizione, e c'erano (per fortuna) seri dubbi sulla veridicità dei racconti. Si credeva
che, dopotutto, nessuno sarebbe potuto andare al rogo del braccio secolare per
delle fantasie che, nel frattempo, culminavano similmente in Europa,
in Svizzera e nel resto dell'Ossola. Alcuni, a ogni modo, a preludio della degenerazione che sarebbe giunta con le ondate di processi future, erano convinti che quelle confessioni
fossero reali (1, p.347). Spesso era la voce del popolo stesso a chiedere le
condanne e pare che il Vicario Generale di Novara fosse prudente e restio ad
avvallare giudizi della idiozia di massa così come dei giudizi dei giudici
dell'inquisizione, come nel caso delle presunte streghe di Ameno...
Le Streghe Malefiche di Ameno e l'Editto a tutela delle innocenti
Il 5 luglio 1519 (1, p. 348) venne emanato un editto da
Giovanni Donato di Vimercate J.U.D., protonotario apostolico canonico novarese,
contro il popolo contrario alle norme stabilite e che minacciava di procedere
al rogo di proprio pugno se la inquisizione non fosse intervenuta contro le
malefiche.
Questo editto, che vietò qualsiasi atto a danno di persone
presumibilmente innocenti, mise in luce una situazione che stava accadendo
anche più in là, nel resto dell'Ossola (1, p.348).
Nel 1519 infatti alcuni
giudicavano ancora incredule le realtà accusate, riferendosi proprio al già
citato Canon Episcopi e negando ragionevolmente la tortura come metodo d'indagine avvalorabile.
Personalità di spicco a sfavore della tortura e reclamanti i diritti umani
Scrisse l'allora giurisperito novarese Ardicino dei Capitani (ASDN: Actorium Curiae) (1), nondimeno secondo il Bertamini una sorta di predecessore, di secoli, del filosofo politico Cesare Beccaria, “che il metodo della tortura come mezzo per estorcere la verità si sarebbe potuto trasformare in una fonte di ingiustizia contro la persona umana e che si sarebbe dovuto procedere con la massima diligenza in cause di questo genere che riguardano il pericolo della vita”. Del resto, aggiungeva, “la (cattiva) fama di una donna non può essere considerata valida come capo di accusa”. Anche Agostino Barbosa, teologo e canonista portoghese citato dal Bertamini (1, p. 351), espresse il pensiero secondo cui anche il giorno e il mese preciso a cui le accuse si riferivano erano da tenere presenti, nondimeno sosteneva che i processi dovevano essere svolti razionalmente, collocando gli elementi nella pertinenza temporale e spaziale.
Naturalmente sarebbero passati ben due secoli, prima che tali principi sarebbero passati dalla idealizzazione alla realtà: fu così che la tortura nell'Ossola avrebbe
continuato a mietere vittime, pure se dalle testimonianze pervenute sarebbe
stata applicata “poche volte” (1, p.352). A noi, per essere indignate, ne sarebbe bastata una soltanto!
Anche le consegne al braccio secolare
furono presumibilmente poche, benché la maggior parte delle interrogate morissero con tutta
probabilità in modi anche più penosi, ad esempio nelle carceri vescovili, dove era l'assenza dei diritti umani
primari quali una giusta nutrizione; lì, erano le condizioni precarie a
ucciderle. Spesso, poi, le presunte streghe, pure se scagionate dovevano portare
delle insegne diffamanti per essere vergognate pubblicamente, oppure venivano
esiliate fuori dall'Ossola. Vite rovinate, spesso per sempre.
Il 17 agosto 1593, anche Carlo Bascapè, che poi
sarebbe diventato vescovo di Novara e protagonista indiscusso dell'epilogo
secentesco del Maxiprocesso di Croveo di Baceno, si espresse a proposito
dell'uso della tortura.
In una lettera al sig. Orazio Besozzi affermava,
riferendosi ai padri di San Domenico, nondimeno al Padre Inquisitore Domenico
Buelli e il suo Vicario, parlando di loro come inquisitori senza scrupoli: “se
ne dicono di cose brutte in materia di tirar danari, sotto pretesto del Santo
Officio, specialmente in Ossola, il quale paese chiamano le Indie di questi
padri(...). Ivi processò già alcune streghe, e le tormentò così stranamente che
si dovevano dare parecchie al braccio secolare(...). Mi pare che non vorrebbero
questi padri, che si guardasse loro alle mani, ma lasciargli fare il fatto suo,
e tormentare, e fare processi e dare sentenze senza cercare tante cose” (1, p.
386. ASDN: Epistolario di mons. C. Bascapè). Secondo il Bascapè, il territorio
montano dell’Ossola era alla stregua delle Indie per i padri Domenicani,
nondimeno una occasione che avevano trovato per arricchirsi, strumentalizzando
il fenomeno stregonico a loro vantaggio così da approfittare dei beni
sequestrati a coloro che andavano al braccio secolare. Nessun diavolo, nessuna stregoneria, dunque? Ma la ennesima sete di potere e possesso patriarcale.
Dagli interrogatori della Margherita Turchelli emersero i nomi degli altri e delle altre partecipanti “al gioco diabolico”: la Maddalena di Cristo sua maestra, Gaudenzia Morandoni, Caterina Minola, Antonio Bozio, Antonio Comino, Francesco di Giovanni Magoni, Domenica di Canza, Caterina Franci Pariani, Giacomo Micheli, Gaudenzia Valci, Giovanna Pariani, Francesco Mozio, Antonio Viscardi, Giacomo Toniotti, Caterina Xotti, Giacomo Perini di Oltosio, Antonio Francio (1, p. 321).
Le streghe consegnate al braccio secolare nella prima ondata
furono in tutto quattro: Margherita Turchelli, Gaudenzia Morandoni e Giovannina
Rolfeti, tutte di Premia, e Marca di Togofaldo della Val Formazza.
Gli altri
vennero penitenziati ed alcuni assolti.
Francesco Virgino di Croveo, invece,
subì sentenza e fece abiura nel 9 giugno 1519. Non venne bandito ma solo
penitenziato.
Anche Domenica moglie del signor Ricardino di Osso ha spontaneamente
confessato l'eresia. Così Giacomo Fenaia detto Picco di Croveo venne assolto,
dopo le accuse che pervennero dal processo inquisitorio ai danni di Taddeo
Rossetti di Croveo, Zanognino e Antonio Gabiolli di Baceno, i quali dissero che
il Picco era uno stregone (1, p.372).
L'11 Giugno 1519 avvennero altre tre
abiure ed assoluzioni di donne di Premia accusate di stregoneria:
“Io Margherita Lorenzi di Gaudenzio Rosso di Oltogio, io
Domenica di Leonardo Perini di Cristo, io Giovanna di Nicola di Oltogio, abbiam
abiurato su ordine del soprascritto maestro Alberto Bossi che se Dio non
permetta, fossimo mai trovate a non adempiere o di essere contravvenute al
soprascritto, allora saremo punite con le pene dovute per diritto ai ricaduti
dell’eresia che, come fortemente sospette della detta eresia delle streghe
abbiamo abiurato.” (1, p. 370)
Va detto che i processi erano a carico degli inquisiti, alcuni di coloro
che vennero esiliati fuori dall'Ossola vennero reintegrati, specie se avevano
pagato tutte le spese del loro processo... Ma gli uffici dell'Inquisizione e il
pretore di Crodo si rivalevano su coloro che non avevano saldato, anche se molti dei
fideiussori che decisero di farsene carico si rifiutarono di pagare e alcuni
vennero minacciati di essere scomunicati.
Allora, a capo del tribunale civile,
affianco a quello della Inquisizione che considerava questi soggetti ufficiali
debitori, era il giureconsulto Antonio Marini, procuratore della fede, sempre
instante et requirente (1, p. 373), luogotenente di Paolo della Silva che era
titolare della podestà di Crodo.
Il debito ammontava a 53 scudi (pari a 318
lire imperiali) una somma assai rilevante per quel tempo (1, p. 373).
Il
Bertamini presume che alla fine avessero tutti adempiuto ai loro doveri civili,
sebbene nel mentre il clima di paura, esorcismo e scomuniche pubbliche crebbe e
gravissime erano le pene anche per coloro che erano anche solo coinvolti nelle
azioni di uno scomunicato, pur non essendo streghe loro stessi.
Seconda Ondata sotto il Dominio Spagnolo, 1571-1586
In Ossola alla metà del secolo XVI si era instaurato il
dominio spagnolo, ma le procedure contro le streghe erano le stesse di mezzo
secolo prima, quando vigeva la dominazione francese.
Si ebbero delle segnalazioni
al Vicario Generale del Vescovo di Novara e da queste si avviò il processo
contro alcune donne della Valle Antigorio e in particolare di Croveo, dove la
stregoneria manteneva presumibilmente una radice assai forte e profonda (1).
Le
accuse, questa volta, cadevano su donne e uomini che, fino a prova contraria,
secondo i documenti erano anche convinte o convinti di essere delle vere
streghe. Il tutto si deduce dai pochi documenti rimasti conservati
nell'archivio Vescovile di Novara.
Streghe, Lamie, Empuse e Masche. I Processi della Seconda Ondata
“Primo Pedro fiolo del quondam Guglielmo Pirono de Galletto
della villa de oresco (Uresso) de la comune di Baceno” (1) affermò (e ciò che
perviene da un documento in spagnolo) che nel mese di maggio del 1570 “sula montagna de Degoro”, ovvero il Devero, vide giungere per la strada una donna di nome Giovanna, ovvero moglie de
Giovane Zelmo de Fiora de Croveo della villa di Valza che lo persuase con
strane orazioni eretiche e dopodiché giunta alla casa di un tale Gioane Jacopo
de Cuxino nel luogo conosciuto come Forcla, fece una croce in terra e si
sedette sopra a mo' di scimmia con grande disprezzo così egli fuggì, dato che
non avrebbe mai disprezzato la santa croce.
Anche un certo Jacobo de Tadeo
Scaciga di Croveo disse di aver visto, sulla medesima montagna, la soprascritta
Giovanna et Caterina moglie di Antonio del Longo et Maria de Mauilino “dita per
soprannome la Camossa” (1, p. 379), tutte di Croveo, “quale tute tre batevano
con certe bacchette a modo che fano quando se intendono provocar tempesta”(1,
p. 379) – cosa che anche nei processi del passato era emersa – ma non
appena lui le vide, le tre streghe sarebbero sparite per incanto, davanti ai
suoi occhi.
Antonio Tarobio di Osso e Joane detto Rigario, ancora, disse della
Camossa che era capace di fare delle pratiche particolari sui cibi, in
parole povere di mal-trattarli, nondimeno avvelenarli. Alcuni bambini sarebbero
dunque morti dopo aver mangiato delle castagne da lei donate e ancora Antonia
figlia di Marco Tarobio denunciò di essere stata maltrattata e soggetta a
malignità varie che la strega Camossa le avrebbe indirizzato: in ciò furono
in molte e molti a sostenerla “con ragione” (1, p. 379).
A seguito, una certa
Margarita figlia di Gioane Rostizana di Baceno, “che era appena stata liberata
da cinque spiriti con esorcismo presso la Chiesa di San Gaudenzio di Baceno”, disse che dopo aver mangiato certe erbe in casa della detta Dominica alias
moglie di Domenico Francino del Paù, detto Bruzolo e la presunta strega
Bruzola, non stette più bene per via del maleficio che la presunta strega aveva
usato su quelle erbe e probabilmente era a causa delle sue erbe indemoniate, che quegli spiriti maligni erano penetrati in lei (1, p.379).
Dopodiché espose un
altro tale di Premia, denunciando di essere stato “mleficiato” da Domenica
moglie de Augustino de Bratini.
Anche una certa Jana de la villa de Oresso de
Baceno, venne accusata di aver messo la mano su una delle bestie di un tale
Antonio figlio di Bartolomeo di Scaciga di Baceno, mentre veniva giù dalla
montagna del Devero; tale bestia avrebbe incominciato a camminare parendo
morta a causa della sua malignità e del suo maleficio (1. p. 380; ASDN:
Actorium Curiae).
Caterina moglie di Antonio Longo di Croveo
Maria de Maulino di Croveo detta la Camossa
Domenica moglie di di Domenico Francino de la Paù detta Bruzola
Dei loro processi resta ben poco, mancano i resoconti del
notaio della Inquisizione.
Sono incominciati probabilmente nel 1571 o nel 1572,
condotti per un certo periodo di tempo dall'inquisitore Bossi e ripresi in
seguito da Domenico Buelli, nondimeno il padre del primo.
Il Bossi mantenne i
criteri di cinquant'anni prima ma venne (così è riferito) giudicato giudice comprensivo ed onesto
dagli stessi indiziati ed indiziate: il Buelli fu invece più rigoroso e
spietato (1, p. 380). Era allora vescovo di Novara Giovanni Antonio Serbelloni
(1560 - 1574) (1, p. 381), il quale fece un primo tentativo per introdurre
nella diocesi la Riforma Tridentina, che avrebbe quindi accresciuto il clima di
intolleranza nel XVI e parte del XVII secolo ove la chiesa si impegnava a
restaurare una più intensa, viva, sincera e disciplinata vita religiosa,
realizzando quella «riforma nel capo e nelle membra», già discussa nei concili
del XV sec. e resa ancor più urgente dal dilagare della Riforma protestante nel
XVI sec. (10); fu mons. Romolo Archinto, attivo nell'opera pastorale come
il primo, a prendere le decisioni finali, dove era in gioco la vita delle
persone umane, per questo venne istituita una commissione, nei primi mesi del
1575, di cui si ha a disposizione un documento del 31 maggio dello stesso anno,
intitolato “Dichiarazione della Congregazione contro le streghe della valle Antigorio”
riportato integralmente dal Bertamini (1, pp. 382 - 383).
Qui, alle suddette,
ci si riferiva anche come “Lamie” nondimeno conosciute come “Fantasme”, o
rapitrici di bambini della mitologia greca, che in realtà incarnano le donne di
una cultura preesistente, raccontate come misteriose semi-maghe, retrocesse a
spaventose abitanti delle grotte.
Le lamie hanno altresì origine della lingua e cultura
basca, nondimeno figlie di una cultura preindoeuropea tra le più antiche (11,
p. 158, p. 292) accostabili per corredi e connotati anche alle Sirene, assimilabili anche dalla dea basca Mari, poiché trascinano i viandanti in
un regno-altro, ovvero famigerata isola che è un luogo-non luogo dove avvengono
le iniziazioni ai misteri femminili.
Anche la Empusa richiama i connotati
della Lamia, nondimeno una delle tante epifanie di Ecate (6, p. 36), dea
ctonia, connessa a figure come Erodiade/Diana e la Befana assimilabili alla
prima antenata e strega del focolare neolitica con la scopa, custode del fuoco
celeste e terrestre (6).
Nella strega e relative accuse di stregoneria, si sono in effetti concentrate le
reminiscenze dei tratti della Grande Antenata, venerata nell'Europa neolitica
nella forma di Nonna-Fuoco, nondimeno ereditate dalla figura della Masca, che
deriva dal longobardo “maska” che significa anima di un morto oppure
dall'antico provenzale “mascar”, che significa borbottare incantesimi (12).
La
primitiva donatrice invisibile velata, incappucciata o mascherata, racchiusa
nella forma arborea, nondimeno in scope volanti, bastoni magici e bacchette
fatate che poi sono arrivati ad abitare fiabe e leggende nel modo in cui (spesso
approssimativamente) le conosciamo (6), è passata da abitare il mito e il folklore, poi degenerata fino a giungere al
volto di strega cursoria emerso durante gli anni della caccia.
Tale documento
sentenziò: che ambedue la Gaudenzia e la Giovanna come streghe e apostate
fossero da consegnare alla curia secolare «così che di esse si facesse
supplizio».
Il collegio di questi “dottori”, osserva il Bertamini (1, p. 383) considerò
vere tutte le fantasie riguardanti le streghe, credendo veri i loro incontri
con il demonio sul Monte Cervandone o sulla Rossa del Devero.
La Gaudenzia
Fogheta di Rivasco, la Guenza a cui accennò la Mandarina che sarà inquisita in
un successivo processo, nella terza ondata, e la Giovanna la Fiora, sono state, secondo il
Bertamini, le uniche donne che vennero allora consegnate al braccio secolare
per essere destinate al rogo (1, p. 383).
Sotto al breve episcopato di
Francesco Bossi (1579 - 1584), delle presunte streghe e stregoni delle valli
Antigorio e Formazza, dieci delle venti donne inquisite della Valle Antigorio
vennero penitenziate, sette vennero assolte, due trattenute in carcere per
ulteriori indagini ed una condannata al carcere perpetuo (1, p. 383; Cfr: Giambattista Beccaria & Don Tullio Bertamini, Le Streghe di Baceno (1609 - 1611), in Domina et Madonna, Antiquario
di Mergozzo, 1997, p. 150).
“Deus laudem meam ne tacueris” (Non tener celata, o Dio, la mia lode; perocché la bocca dell’iniquo e del traditore si è spalancata contro di me) è il verso uno del Salmo 108 della Bibbia, quello coinvolto negli esorcismi contro quello che era considerato,
in fin dei conti, il principale nemico della Chiesa: Satana (1).
Gli esorcismi
venivano tenuti soprattutto nella Chiesa Parrocchiale di San Gaudenzio sita in
Baceno, dove il Satana Apocalittico, di fronte alla crocifissione,
dominava la volta della cosiddetta cappella degli esorcismi.
L'affresco risale
al 1542 ad opera del pittore Antonio Zanetti chiamato il Bugnate.
Gli allora
parroci di Baceno, i preti Domenico della Palude e Antonio Cresta, si munirono
di tutti i libri in circolazione utili alla pratica di esorcismo, nonché ove
erano espressi i pensieri di tutti quei teologi che si stavano concentrando sul
fenomeno considerato dilagante della stregoneria, al fine di documentare
l'operato delle streghe e del demonio: dato che erano distinte coloro che erano
veramente streghe da coloro che operavano come vittime del diavolo.
Nel 1598; pertanto in quella che fu la terza ondata; Carlo Bascapè, durante una
visita pastorale a Baceno volle anche un elenco dei libri posseduti dai
parroci, tra cui il Flagellum demoniorum di Girolamo Menghi, l'Ars Esorcistica
di Bartolomeo Spina ed il Compendium Maleficarum di Francesco Maria Guaccio(1,
p. 376).
La Chiesa parrocchiale di San Gaudenzio di Baceno e la
Chiesa di San Michele di Rodis della Valle Antigorio: in entrambe sono state
lette e tradotte in lingua volgare le lettere monitorie e citatorie nei
confronti di Margherita Turchelli.
Durante il vescovato del Bascapè, ovvero nel
XVII secolo, dal 1593 al 1615; sembra che i processi, nondimeno le pratiche
atte a indagare streghe ed eretici; fossero stati spostati tutti a Novara e
svolti in santuari della diocesi, in particolare quello di San Giulio
dell'isola del Lago d'Orta; piuttosto che nella Chiesa di Baceno; così da
evitare che quelle donne e uomini fossero sottoposte a torture; dato che il
Bascapè aveva presumibilmente una certa sensibilità al tema (1, p. 387).
I
processi in questo modo si allungavano, forse per evitare il rogo, ma ciò non
toglie che persone innocenti erano tenute prigioniere in pessime condizioni,
spesso morendo in carcere.
Nuovo Decreto di Autorizzazione alla Campagna e Tortura contro le Streghe del 3 Novembre 1586
Durante il vescovato di Cesare Speciano (1584 - 1591) da
parte del Vicario Generale venne avviata una nuova campagna contro la presunta
stregoneria in Ossola, dove si sarebbe potuto procedere liberamente all'uso
della tortura, se e tutte le volte che sarebbe sembrato utile per la
“giustizia” (1, p. 384).
Tale sconcertante consegna venne pubblicata in un
decreto, fortunatamente pervenuto e attestato dal Bertamini, rispettivamente
del 3 novembre 1586.
L'esito di tale campagna non fu noto, se non grazie a un
dato fornito da Carlo Bascapè, successore del Ponzone; che era stato vescovo di
Novara solo per l'anno 1591.
Secondo il più clemente vescovo, i processi avrebbero
dovuto essere ripetuti tutti.
Sebbene le testimonianze non siano sufficienti,
ulteriori ricerche, che il Bertamini individua nel Beccaria; avrebbero
illuminato la dura storia di quelle donne e uomini (1, p. 384).
Seppure restio
alla tortura, il Bascapè era fra quelli che credevano vere le confessioni, i
voli notturni e diurni, e tutti gli altri elementi tipici dello svolgimento del
“gioco strionico”: dopo aver assistito alle torture ed ai roghi nel territorio
dei Grigioni aveva infatti fornito delle descrizioni raccapriccianti nel 1583,
che forse lo segnarono interiormente:
“In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle
malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone
sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco; e tanto ferveva
l’incendio, che in poco d’ora apparvero le membra consunte, le ossa
incenerite”.
Carlo Bascapè in Cesare Cantù, Gli Eretici d'Italia, vol.
2°. pp. 387-388; Cfr: Luci Su Croveo, Tullio Bertamini, p. 385, 2011
Queste scene e anche peggiori, sono state ripetute per quasi
cinque secoli in tutta l'Europa con molte migliaia di vittime (1 p. 385).
Spesso era proprio la gente a ricercarle, poiché se ne nutriva – come purtroppo
tutt'ora accade, nella ricerca dell'effimero godimento in cui indugiano coloro
che si dilettano nel vedere poste alla gogna pubblica e/o mediatica donne o
uomini famosi e di successo – e tutto, alla fine, veniva attribuito al
famigerato Satana, della cui presenza non vi era ormai dubbio da parte di alcuno.
Terza Ondata sotto al Vescovato di Carlo Bascapé, 1593-1615 e Le Vittime del Maxi Processo di Croveo del 1609-1611 svolto a Novara
I processi alle presunte streghe e stregoni non furono
interrotti in Ossola per tutto il secolo XVI e in Antigorio rinacque la
necessità di una nuova campagna contro le reiette all'inizio del secolo XVII.
Un “terzo tempo” – dove la tortura, nonostante i tentativi del Bascapè per
evitarla; venne inflitta a molte e molti – è infatti dedicato alle reggenze del
Bascapè tra il 1593 e il 1612 dove la caccia alle streghe “si attenuò” ma solo
alla apparenza, dato che sono proprio gli anni dal 1609 al 1611 a essere
ricordati come quelli del Maxiprocesso di Croveo di Baceno.
Durante questa
ondata, alcune furono le streghe che confessarono di esserlo, nondimeno la
maggior parte citavano i nomi delle altre e degli altri componenti.
Il
principale punto di riferimento di questa ultima “fase” era il Monte Cervandone
(1, p. 388) ma anche il Ghiacciaio della Rossa del Devero era ancora
“gettonato” come luogo della tregenda.
In quel tempo, aumentavano i fenomeni delle cosiddette “persone
spiritate” sia in Valle Antigorio che a Domodossola e si era sempre più
convinti che tali “infermità”, dalle quali derivavano le “pazzie”; fossero
risultato della diretta opera di influenze demoniache (1, p. 389; Cfr: G.
Capis, memorie della Corte di Mattarella, Milano, 1673, p. 117).
Fu così che
nel 1609 accuse e dicerie a carico di donne di Croveo e Baceno crebbero.
I
processi che ne conseguirono vennero svolti a Novara e se ne ha un resoconto
grazie alla pubblicazione del Bollettino Storico per la Provincia di Novara di
Mario Crenna del 1989, pp. 186-261 (Cfr:1 p. 389).
Tali documenti provengono
dall'Archivio Storico Diocesiano di Novara, nondimeno il Liber constitutorum
in causis fidei (1609 -1614) (Cfr: 1, p.389) dove figura l'elenco delle
deposizioni delle accusate.
Verità o leggenda sulle famigerate streghe, qui donne e uomini hanno perito
per davvero: il processo di Croveo è l'epilogo secentesco di una caccia alle
streghe nella Valle Antigorio iniziata durante il Cinquecento e si è svolto
nella Curia vescovile di Novara tra l'autunno del 1609 e l'inverno del 1611.
Il
processo, a carico delle prime tre indiziate – Elisabetta fu Antonio de Julio
da Baceno, Maria Gianola fu Zanolo di Croveo e Caterina moglie di Giovanotto
Bianco della Preia di Baceno – incominciò precisamente il 7 Novembre 1609 e
nelle sessioni seguenti del 8,9,10,12 novembre emersero anche gli altri nomi,
nondimeno i particolari del Sabba con dettagli sul volo, unguenti, e attributi
del demonio incontrato sul Cervandone, denunciati dalle stesse interrogate.
Elisabetta de Julio accusò Caterina di Guglielmo della Preia ovvero “la
Mandarina” dalla quale era stata allattata da bambina ed anche Maria Gianola di
Osso per essersi trasformata in volpe.
Le nominate furono poi la sorella della
Mandarina, Comina la Taramona, la Brenasca, Domenica di Musa, Margherita
Patuscione e il marito Giovanni Patuscione (di lui, accusato dalla Eisabetta de
Julio, si sa solo che la moglie morì in carcere il 19 novembre 1610) e Taddeo
del Luttaro tutti di Croveo (1, p. 389).
Caterina Del Franzino della Preia, detta La mandarina “che secondo il Bertamini strega non era”; fu confinata a Ghevio, catturata e portata a Novara. Non accusò mai nessuna e nessuno, sebbene le numerose accuse a suo carico, si ammalò e morì in carcere nonostante cure e le assistenze concessele. Massimo Centini, a ogni modo (6, p. 71) la colloca nell'elenco di coloro che invece avrebbero confessato di balli e incontri con il demonio sul Cervandone.
Domenica, detta la Galeazza, sorella di Caterina nega ogni accusa e viene rimandata in prigione dove muore il 14 giugno 1611.
Comina Zinetta, di Giovanni Taramone, detta La Taramona o La Zoppa si era presumibilmente trasformata in gatta insieme alla Catterina, dichiarò che Alberto Bossi, inquisitore quando fu bandita, era un galantuomo e venne liberata dall'esilio a Ronco nella Valle Levantina dall'inquisitore Domenico Buelli il 1 Maggio 1576. Nonostante le false imputazioni e l'essere stata scagionata, venne rimessa a confronto con la sua accusatrice Elisabetta de Julio nel 1609. Era una donna assai provata poichè anziana e fu trovata cadavere nelle carceri vescovili di Novara il 7 marzo 1610. Il Centini (8, p. 71) la cita con il nome di Domenica Comina Talaniono, ovverosia la zoppa, e la include, come le prime, nell'elenco delle streghe confesse dei balli e del Sabba sul Cervandone.
Maria Gianola, figlia del fu Zanolo di Ossigo, comune di Croveo. La Gianola svelò negli interrogatori molti segreti del presunto Sabba, nondimeno, di essersi procurata una ferita alla testa, che nell'interrogatorio mostra; che si sarebbe procurata cadendo dal volo.
Caterina Gattona, vedova di Domenico di Crodo insiste sulla sua innocenza negando ogni coinvolgimento. Il Bertamini riporta la data 14 dicembre 1609, non si comprende se si riferisca al processo od alla sua morte, di cui non si sa null'altro a quanto pare. Il Centini (8, p. 71) la include, invece, nell'elenco a mio avviso approssimativo delle streghe confesse delle riunioni al Cervandone.
Domenica (Vedova di Domenico della Beula di Baceno (1) detta La Branesca (riportata come Brenasca o Branesca indistintamente dal Bertamini, a seconda delle pagine del libro (1)) nega ogni cosa e muore in carcere il 20 Luglio 1611. Dei processi del 1609 non si sa nulla. Il Centini (8, p. 71) la include, come molte altre, nel suo elenco (approssimativo) delle streghe confesse della tregenda sul Cervandone.
Caterina, moglie di Nicola della Balmicia (La Balmiza 1, p.391) di Croveo viene confinata in carcere affinché non potesse comunicare con gli altri prigionieri nonostante avesse negato ogni accusa.
Giacomina, moglie di Giovanni Patuscione indagata e interrogata sotto le accuse della Gianola, si difende con intelligenza ma viene trattenuta in carcere per altri interrogatori di cui non si hanno resoconti, tranne che morì in carcere il 19 novembre 1611.
Taddeo del Luttaro fratello di Domenica del Frassetto, accusato dalla Gianola di stregoneria e malefici viene consegnato al carcere dove emerge una interessante confessione: “io come peccatore in altro sono obbligato domandare perdono da tutte le ore, ma per questo che si oppone, non si troverà mai che io sii in obbligo di dimandare perdono né a Dio né alla gente del mondo” (1, p. 394).
Giovanni figlio del fu Antonio del Zuscetto di Croveo di lui non emergono processi né deposizioni dalle fonti analizzate.
Margherita, vedova di Gio, Giacomo Del Rigo Giacomo era già morto nel vallese poiché accusato di stregoneria, si diceva; anche lei nega i giochi sul Cervandone ma morì in carcere a Novara il 14 ottobre del 1611.
Elisabetta Del Rigo, moglie di Guglielmo Buscetto di Croveo su di lei non ci sono deposizioni o sorti
Domenica, detta La Coscietta del fu Antonio Di Guenzo di Croveo muore in carcere il 18 agosto 1611 per malattia.
Maria, moglie di Giacomo Musa di Croveo nega tutto con fermezza dopo una formale citazione del 9 giugno 1610, nega tutto e viene consegnata al carcere.
Catterina, moglie di Giovannetto Bianchini (Bianchino (1)) della Prea di Baceno confessò il 27 Agosto 1610 di essersi tramutata in gatta con la compagna Taramona (1, p. 392). Morì in prigione riconciliata con la chiesa.
Giovanna, moglie di Giovanni Rigotto (Rigotti, 1 p. 395) della Prea di Baceno morì in prigione dopo aver negato, il 10 ottobre 1611.
Domenica, moglie di Domenico Girardo detta Di Gioia (La Gioia, 1 p. 395) della Prea di Baceno negò decisamente ma venne trattenuta fino ad ammalarsi e morire in prigione il 14 Ottobre 1611.
Domenica Padaglia(1) o Pedaglia, vedova di Domenico di Baceno
Caterina, vedova di Giacomo Augustinetto di Baceno tenuta a disposizione in prigione con processo a suo carico.
Domenica, vedova di Giovanni Ayramo di Baceno su di lei, non ci sono deposizioni.
Nota (Discrepanze nelle fonti)
L'elenco dei nomi è tratto da Streghe della Valle
Antigorio, percorso tra storia e credenze popolari a cura di Maria Giuliana Saletta
in collaborazione con Elena Beltrami, Marta Francioli, Barbara Feverini; ma si
specifica che Margherita Patuscione, Dominica di Osso del Luttaro, Caterina
Parona della Beula (citate in processo da Maria Gianola il 17 Novembre del
1609) e la sospetta e intercettata Domenica vedova di Bernardino Frassetti di
Croveo ( pocesso nel Giugno 1610) che nega viene ammonita e muore in carcere
l'8 Dicembre 1611, nondimeno Giovanna vedova di Giovanni Bianchino della Preia
di Baceno interrogata il 5 Settembre 1610 ove negò e venne tenuta a
disposizione; ed ancora Domenica vedova di Domenico Pedaglia di Baceno
dichiarata fervente cristiana che venne trattenuta in carcere; sono state
omesse dall'elenco fornito dalla associazione Streghe della Valle Antigorio, ma
incontrate in Luci su Croveo di Tullio Bertamini (pp. 391-395) e qui ho voluto
cercarle e riportarle tutte.
Si noti altresì che l'elenco fornito da Massimo
Centini in Streghe in Piemonte, non solo è impreciso (attribuisce confessioni a
donne che, invece, avevano negato tutto e si ritenevano ferventi cristiane) ma
cita come data delle morte in carcere delle stesse il 1612; quando sappiamo da
Don Tullio Bertamini in Luci su Croveo che nessuna morì oltre al 1611, data
della fine del maxiprocesso di Croveo.
La Prigione delle Streghe di Croveo
Su uno dei cartelloni esplicativi della vicenda delle Streghe
di Croveo; che sono stati installati un po' ovunque per le vie del paese e del
percorso ad anello che ripercorrere presumibilmente le loro gesta; si legge: “Narra la
leggenda che le donne accusate di stregoneria, prima di essere condotte a
Novara nelle carceri vescovili, venissero tenute prigioniere nelle cantine di
una delle case di Croveo. Non sappiamo se tutte siano passate da qui e nemmeno
se ci siano veramente state, ma sembra che tutt'ora ci sia una presenza, una
anima buona, come riferiscono gli attuali proprietari della casa, che si
diverte a far loro alcuni scherzi: accende e spegne la televisione, o nasconde
e sposta oggetti da una parte all'altra”.
Per procedere con il tema delle
prigioni, non presunte ma vere; si rammenta che il trattamento nelle carceri
vescovili non era certo confortevole!
Persone anziane, mal nutrite e oppresse
dalla paura, potevano cedere facilmente non solo agli strapazzi della tortura,
ma anche alle tipiche malattie che venivano contratte in quelle condizioni (1,
p. 397).
Nel 1610 molte delle donne accusate come streghe, che avessero o meno
confessato, che lo fossero o non lo fossero davvero, morirono in prigione.
Uomini e donne
Più si arretra nel tempo, più il numero dei presunti
stregoni nelle Valli dell'Ossola sovrasta quello delle donne-streghe; solo tra
la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII, quando subentrò il tribunale più
garantista del vescovo; su quello dei Domenicani; si incrementò il numero delle
donne (16).
A ogni modo; furono per l'ottanta per cento le donne a perire i
sintomi e conseguenze della caccia alle streghe (13).
Contesto geografico e i Luoghi del Sabba: i Ghiacciai
“Le streghe di Croveo non sono una leggenda, ma sono
vissute tra il 1500 e il 1600 ed hanno percorso i vicoli di Croveo, abitato le
sue case, solcato i sentieri dei boschi intorno; e furono perseguitate dalla
inquisizione novarese. Nel loro incedere quotidiano, le streghe si muovevano
tra i sentieri, le mulattiere e i viottoli che, come una ragnatela, collegavano
le varie frazioni tra loro”.
Michele Romagnoli, Le Tracce Visibili del
Tempo delle Streghe, esplorando Croveo e dintorni, p. 56
La famigerata Croveo di Baceno, quella che, nel tempo, ha
mantenuto quasi intatto il volto delle sue streghe così come la loro fama; è un
borgo con un impianto tipicamente medievale, nato su una antica frana
staccatasi dopo l'ultima glaciazione e costruito tenendo conto della quantità
di pietre erratiche; situato in una posizione molto suggestiva, ai piedi delle
Alpi Pennine a poca distanza dall’Alpe Devero.
Sembra che i “sabba demoniaci”
avessero come luogo i ghiacciai della Valle Antigorio e Formazza, tra cui il
Vannino (Punta d’Arbola) in cui si riunivano le streghe di Premia che è il
sito emerso dagli interrogatori di Margherita Turchelli, mentre quelle di
Croveo e di Baceno si ritrovavano sul ghiacciaio della Rossa del Devero e
quelle della Valle Formazza sul ghiacciaio del Butermater.
Durante la terza
ondata, nondimeno sotto al vescovato del Bascapè; emerge invece dagli
interrogatori il Monte Cervandone e ancora, in Leggende delle Alpi di Paolo
Crosa Lenz, Grossi-Domodossola (pp. 183-184) vengono raccontate fantasie popolari
sulle famigerate Streghe del Monte Cistella.
La cartellonistica esposta lungo le vie
delle Streghe di Croveo, del resto, sembra propensa all'idea per cui le
confessioni abbiano riversato sul Monte Cervandone solo per “coprire” il vero luogo
di ritrovo delle “vere streghe”; nondimeno il Monte Cistella; vero sito di
svolgimento del Sabba, almeno secondo le attuali streghe locali.
Un altro ritrovo delle streghe, secondo le testimonianze popolari; potrebbe essere stato il Ponte di Osso che sorge sulle Marmitte di
Croveo, sulla Via Albrun; nondimeno conosciute come “Le Caldaie del Diavolo”;
una delle mete più suggestive comprese nell'itinerario escursionistico dei
giardini glaciali degli Orridi di Uriezzo; un complesso di gole in Valle
Antigorio della provincia del Verbano-Cusio-Ossola realizzatosi grazie all'azione
dei torrenti che un tempo scorrevano a valle del Ghiacciaio del Toce.
All'interno del portale, potete leggere i miei quattro “reportage” dove ho ripercorso le tracce fisiche coinvolte nella ricerca, seguendo tracce e luoghi qui citati, personalmente.
Per accedere al materiale di viaggio è sufficiente cliccare sulla sezione Diario di viaggio di una Strega (la trovate in home page) e cercare la sottosezione dedicata alle Streghe di Croveo.
I Soprannomi delle Streghe e Radici di un Culto Pagano
Interessante è notare come l’epiteto di molte delle donne e
uomini accusate e accusati di stregoneria nella Valle Antigorio; fosse in qualche modo descrittivo di
un aspetto della morfologia naturale locale a cui forse i personaggi erano attribuiti, definendosi tali forse anche tra di loro.
La Fiora, morta su rogo; richiamava
ad esempio all'universo floreale; La Balmiza
rievoca la balma; nondimeno una “roccia che sporge” e sappiamo che sia
a Croveo che Crodo sono state ritrovate delle rocce con pitture rupestri; ed
era proprio la roccia, ad essere citata come “stua del diavolo”; ad esempio nei documenti
delle confessioni citati dal Centini.
Così v'erano coloro che erano attribuiti a “la preia”; nonché la pietra; se non altro rievocano l'antico
legame tra la Dea Madre che, un tempo, designava i luoghi con i suoi molti
nomi; usanza ereditata soprattutto dal Mediterraneo.
Anche “Il Camoscetto” ha
senz'altro a che fare con una appartenenza selvatica dell'iniziato o presunto
stregone o strega.
Alcuni esempi di corrispondenze linguistiche tra le dee e i
luoghi naturali che erano loro titolati; presuppongono l'assimilazione della
divinità (nel nostro caso, presumibilmente, della strega) con la montagna sulla
quale è venerata e dove essa dimora.
Ciò aiuta a capire come mai grotte, rocce
e in generale le montagne (nel caso delle streghe di Antigorio i ghiacciai)
sono stati da sempre luoghi privilegiati per determinati culti e lo svolgimento
di determinati riti sia di fertilità che funerari.
Quando si ha
progressivamente abbandonato il culto dei defunti presso il focolare, ereditato
con tutta probabilità dalla Anatolia e già presente in tempi preistorici nel Sud della penisola Italica; ad esempio a causa dei Romani che hanno reputato poco
igienico tenere i defunti inumati sotto le abitazioni; il focolare, ossi anche il
luogo di potere di una famiglia o di un determinato clan; è stato spostato nei
luoghi dove sono stati spostati i propri morti, ovvero grotte, rocce,
sassi...(6, pp.65-74).
A questo punto, mi piace pensare ad alcune delle donne
accusate di stregoneria, come a delle vere streghe; ovverosia, per descriverle
con semplicità, coloro che, dato che sentivano un particolare legame con la
sacralità della natura, soprattutto in certi contesti, probabilmente vi si
riunivano per celebrare tale antico contatto di reminiscenza antica, che magari condividevano le une
con le altre e gli altri, segretamente.
Svolgimento ed Elementi del Sabba nella Valle Antigorio
“In cimma la montagna del Cervandone, un luogo largo come
una piazza, qual è coperto et vi suona et balla”.
“Col demonio sul
Cervandone havendomi prima onto le mani et piedi colla medicina et andando su
per il camino, et il diavolo mi portò a un luogo detto la Stua, non è già una
stua, ma è un sasso su nella montagna, vi è un piano che si dimanda la Stua,
ove erano huomini et donne che balavano”.
Qui le donne si ungevano con una
sostanza “negra” che pareva “buttiro”; nel “ghiacciaro” ove incontravano il diavolo,
“una cosa grande e nera, qual sta in piedi, con dei corni neri, una codazza
longa talmente che strusa per terra...”. Nel luogo dell'incontro si faceva “una
croce di bosco et gli donno sopra il culo”.
Streghe in Piemonte, Pagine
di Storia e di Mistero, Massimo Centini, Priuli e Verlucca Editore, pp. 71
- 72, 2018
Fin dal neolitico (di ciò si ha evidenza archeologica
dagli scavi emersi in Anatolia od attuale Turchia, nonché dalla Mesopotamia e
da altri luoghi della penisola italica come Molfetta e Matera; dove i defunti
venivano inumati sotto alle abitazioni (6, p. 69)) il luogo adibito al contatto
con il regno dell'oltretomba da cui gli spiriti degli antenati riemergevano
nelle feste del Capodanno; niente poco di meno che il momento di passaggio tra l'inverno
e la primavera; era la stufa, il focolare; il luogo ove il fuoco bruciava e
dalle cui ceneri apparivano figure come quella che, con il tempo, si è
delineata nella nostra Befana fuligginosa.
Probabilmente è per questo che luoghi come le
Marmitte di Croveo, ovvero le Caldaie del Diavolo; e altri luoghi del sabba,
nel caso della testimonianza suddetta il Cervandone; venivano connessi alle
stufe.
Forse si aveva e ancora si ha, reminiscenza del tempo in cui era sacra
la Grande Madre, e le antenate; poi degenerate negli spiriti maligni a causa
delle superstizioni; erano ancora venerate sia nel focolare che in templi
naturali come grandi rocce che ne rievocavano il significato.
A Croveo di
Baceno, presso La Balma del Capretto scoperta nel 2013; sono state rinvenute su
una parete di serizzo pitture rupestri di colore rosso, ormai sbiadite; che
tracciano l'antico contatto con un culto selvatico/primitivo locale; similmente
alla Balma dei Cervi di Crodo.
Iniziazione e segnature
“Se fai come faccio io, tu avrai sempre beni e mai ti
dolerai”.
Attribuito a Maddalena Perini di Cristo, confessione di
Margherita Turchelli dalla prima introdotta, presumibilmente, all'arte della
strega, nel 1464; confessione del 1519. Tratto da Luci su Croveo, Tullio
Bertamini, p. 319, 2011
Fece allora la Maddalena con le mani una croce in terra che
calpestò col piede sinistro e con il sedere e rinnegò Dio, la fede e il
battesimo; e così fece anche Margherita (1, p. 320).
Si noti che il
procedimento delle streghe per iniziare le altre, rimase presumibilmente lo
stesso anche nelle testimonianze della terza ondata; con l'aggiunta di un
dettaglio, emerso dagli interrogatori, ovvero la pratica del “padre nostro
nella cazzola: rinnego dio e la madonna” che compariva già nei processi del XVI
secolo (1, p. 388).
Identico era anche il rito della croce segnata a terra e
calpestata col piede sinistro e il sedere “alla maniera delle scimmie”, in un
cerchio, dove subito appariva un demonio che diventava signore ed amante
dell'iniziata.
Si noti, che nei viaggi che ho svolto a Croveo di Baceno, Crodo,
e nella frazione di Mozzio; ho trovato alcune architravi risalenti agli anni
della caccia alle streghe in Valle Antigorio, riportanti delle croci e date
connesse ai processi sopra incise: che avessero avuto un valore apotropaico è
plausibile, similmente all'usanza di appendere il vischio o piccole scopine
attestata in tutta l'Europa contadina primitiva; ma che vi possa essere un
legame con tali presunte croci disegnate dalle streghe allo scopo dell'iniziazione
resta, con tutta probabilità, solo una fantasia fugace; magari una “segnatura”,
dal latino medievale “signare”; ovvero “firmare”(9); che potrebbe altresì
essere stata utilizzata a scopi benefici oltre che banditori.
A ogni modo tutto è documentato nelle fotografie in calce alla ricerca.
Trasformazioni in animali
Da una lettera del 24 agosto 1611 da parte dell'allor
vescovo Carlo Bascapè al curato Palude di Baceno; emerge la sua preoccupazione,
nondimeno la richiesta di informazioni rispetto a una segnalazione su una donna
che si credeva avesse la capacità di trasformarsi in serpente (1, p. 386).
Altri animali citati negli interrogatori o attribuiti alle trasformazioni viste
od immaginate dalla gente erano civette, volpi, e gatti.
Cibi e bevande servite al Sabba
Le streghe ree confesse affermavano di aver mangiato bambini
che erano cotti su un grande fuoco che stava al centro, sul quale vi erano
caldaie e recipienti di bronzo e di aver bevuto da una grande brocca del vino
brusco, amaro e freddo.
La strega Margherita di cui si ha documentato il processo; affermò, sotto tortura, di aver
mangiato di quelle carni innocenti. Inoltre, Margherita confessò di avere
ucciso dei bambini, e di aver commesso altri omicidi dei quali, però, “non
ricorderebbe nulla” (1, p. 322).
Orari e giornate della tregenda
Le riunioni delle streghe erano presumibilmente sia diurne che notturne e presumibilmente il giovedì notte (1) era appuntamento abitudinario di quel gioco e del coito con il demonio.
Demonio e piacere
La Margherita rispose e disse che in quel giuoco vi era un
demonio grande sopra agli altri demoni vestito di nero con grande pompa, con un
berretto nero in testa. Egli era il primo e veniva chiamato grande signore.
Sedeva su una cattedra e aveva in mano una bacchetta e un libro con la
copertina nera, che leggeva dando istruzioni alle streghe e agli stregoni perché
dovessero fare tutti i mali e commettere omicidi, procurare grandini e fare
tutti i mali.
Attorno al demonio e alla sua signora v'erano grandi torce che
illuminavano tutt'intorno. Il suddetto demonio rassicurava, inoltre, tutte le
presenti e i presenti, dicendo loro che i demoni avrebbero protetto tutte e tutti dalla Inquisizione.
La Margherita Turchelli aveva il coito con l'Andriolo
– demone e amante che le era comparso durante la iniziazione della Maddalena sopraddetta
– nella maniera sodomitica o naturale come voleva e non v'era settimana nella
quale tale gioco non avvenisse (1, p. 321).
Un'altra cosa che, presumibilmente
dalle confessioni di Margherita emerse, è che fingeva di assumere l'ostia per
sputarla e portarla “all'Andriolo suo” e insieme l'avrebbero calpestata in terra
mentre lui diceva “guarda come è povero e se questo è il gran Dio” (1, p.323).
Si noti, che l'aspetto del Demonio, sarebbe cambiato nel corso delle varie fasi
della Caccia alle Streghe: quello descritto nel 1519-1520, appariva come un giovane
attraente che subito diventava amante della strega; mentre nell'ultima campagna
in Antigorio era descritto come orribile e spaventoso, nudo e cornuto;
suscitante un sentimento di rifiuto da parte dell'iniziata piuttosto che il
desiderio sessuale (1, p. 389).
Probabilmente, spiega il Bertamini; a questa
immagine e quindi presumibilmente ad allontanare le donne e uomini dalla
tentazione della eresia; concorreva l'illustrazione che ne aveva dato Antonio
Zanetti ovvero Il Bugnate nel 1542; dipingendolo nella cappella degli
esorcismi, nella Chiesa di San Gaudenzio di Baceno ove si svolgevano i
processi (documentato nelle fotografie in calce).
La Compagna del demonio
Il detto grande demonio aveva con sé una grande signora
vestita di nero con un “bombasino” bianco sul capo. Non viene fatta menzione, in Antigorio; a
differenza di altre testimonianze nel resto dell'Europa, di una specifica dea
quale la Erodiade/Diana – la quale, ricordiamo, essere una dea preromana delle
fonti e della luce del sole del boschetto e, d'altra parte, di affondare forse
le sue radici nella cultura etrusca (4) – ma, presumibilmente, ci si è riferiti
a lei come famigerata compagna del demonio.
In altre aree Diana è anche conosciuta come regina delle
Fate (nondimeno le Matronae, le madri selvatiche).
Copertura della strega
La demonologia credeva che mentre la strega era in volo – e
ciò fu confessato dalla stessa Margherita Turchelli – un oggetto veniva
posizionato al suo posto per ingannare marito e familiari.
Nel caso di questa testimonianza si
trattava di un bastone che lasciava al posto di sé che assumeva la sua figura e
la sua voce e per opera del suo amante e demone Andriolo prendeva le sue
sembianze fino al suo ritorno (1, p. 321).
Questo è un aspetto che trova
reminiscenze nel culto della Nonna del focolare risalente al neolitico,
nondimeno quella che conosciamo come Befana; alla quale la tradizione di molti
popoli ha dato volto e nomi differenti; ma con simili corredi e dotazioni; tra
cui il fuoco, la cenere, la maschera utilizzata nel folklore per evocarla
(ovvero metafora della impossibilità di vederla e l'obbligo del sonno fintantoché
visitava le case) e il bastone o la scopa, successivamente diventati grazie
alle fiabe le famigerate bacchette magiche delle fate madrine, che altro non
sono che un volto della Strega/Befana stessa (6).
Gestualità del Sabba
Le streghe e gli stregoni, presumibilmente, facevano un inchino alla rovescia al cospetto della signora suddetta. Inoltre, si danzava tenendosi per mano con le mani sinistre rovesciate e muovendosi verso sinistra (1).
Il Volo
Dalle testimonianze emerse dagli interrogatori durante la
prima ondata del 1519, si evinse che il volo delle streghe si alzava al massimo
ad un metro da terra e non di più.
Molte sono le credenze, attestate da Frazer
tra i contadini primitivi dell'Europa sia Occidentale che dell'Est; nondimeno
in alcune aree balcaniche, dove a gennaio c'era l'usanza di scacciare le figure
volanti – oltre le quali c'è senz'altro la figura della Grande Antenata
neolitica, nondimeno la Befana – che avrebbero potuto danneggiare i raccolti.
Venivano curiosamente scacciate con le scope; quando sono proprio bastoni e
altri ricavati dallo spirito della antenata arborea, come visto, ad essere i
simboli di queste madri e tutrici del focolare e del raccolto; «figure
preesistenti», che prima della assimilazione e conseguente storpiature dei miti
e delle figure folcloriche ad opera della cultura indoeuropea, erano considerate benevole e di buon auspicio.
D'altra parte, il
tema del volo magico, fa notare Mircea Eliade in Lo Sciamanismo (op. cit. p.
511; Cfr.: 6 p. 46), ampiamente diffuso nei miti, fa parte della «ideologia della
magia universale» ed è caratteristica peculiare degli esseri d'oltretomba,
oppure di iniziati che compiono un viaggio estatico.
Dalla Siberia fino
all'antico Egitto esiste un interessante parallelo sulle rappresentazioni
dell'albero-madre; che nel caso degli Egizi era considerato una vera e propria
dimora della progenitrice (6, p. 41).
Gli sciamani siberiani, percorrendo
l'albero, credevano di incominciare un volo verso la volta celeste, ove le
antenate custodivano il fuoco sacro...
La Bussola d'Unguento Portentoso
Margherita ammise di essersi avvalsa della bussola
d'unguento di Caterina Minola e affermò che in tale bussola c'era un unguento
bianco fatto dalle midolla e carni dei bambini e creature e dell'ostia, ridotta
in polvere sull'unguento e con esso mescolato (1, p. 322).
Aggiunse, quando le
venne domandato; che un cristiano non avrebbe potuto utilizzare tale bussola
magica; ma solo una strega che aveva rinnegato formalmente e con il rito
sopraddetto avrebbe potuto usufruirne e farla funzionare, ma anche tutti gli
animali potevano volare. Secondo Raven Grimassi, noto per aver dato voce alle
radici della Stregheria Italiana in America (sulle tracce di Leo Martello e
basandosi proprio sui contenuti del Vangelo delle Streghe di Leland
sopraddetto) la prima parola per indicare una strega potrebbe avere radici nel
greco antico «pharmakis» che significa «erborista che prepara pozioni», oppure
nell'italiano «strigare» che significa «estrarre» (Cfr: 4).
Molte sono poi le
leggende ossolane riguardo al legame tra la strega e il burro, che il Centini
riferisce essere stato chiamato “buttiro” dalle streghe confesse di Croveo; e
sulla capacità di alcune donne di saper maneggiare gli ingredienti della natura
al fine di creare pomate e unguenti portentosi per la guarigione di alcune
malattie non v'è dubbio: probabilmente le carni dei bambini sono un ingrediente
inserito a nozze con il resto del delirio degli inquisitori, dei giureconsulti
e della gente credula e maligna e sotto tortura, si sa; chi non direbbe al
proprio carnefice ciò che vuole sentirsi dire solo nella speranza di poter
continuare a respirare?
La Pozione delle Streghe per Grandine e Tempeste
Durante gli interrogatori di Margherita Turchelli emerse che
lei e le sue compagne coglievano dei fiori e del frumento che portavano ognuna
con sé al gioco per darlo ai loro demoni e compagni, i quali lo riducevano in
polvere e di tali polveri davano una parte a ciascuna strega e queste gettavano
la mistura nelle acque e percuotevano tre volte con dei bastoni quelle acque
dalle quali emergeva allora una nuvola nera che, crescendo nell'aria saliva
portando la grandine e cose simili.
Solo dove il suono era interrotto dalle
campane, lì non poteva tempestare (1, pp. 321 - 322).
Si noti, che le tempeste
e le campane/sonagli; sono attribuiti fin dalla preistoria ai poteri di quella
antenata – nondimeno condensata nella figura della Befana (6) – che sin dalle
culture più antiche, era considerata come lo spirito del fuoco celeste
trattenuto dentro agli alberi; ovvero anche il fulmine era vista come una sua epifania (il fuoco celeste).
Il punto è che ab origine, ovvero pure nel neolitico; ai fenomeni suddetti,
quali le tempeste; era attribuito il sacro, il fuoco celeste della antenata che
irrompeva; simile alla suggestione secondo cui la quercia riparasse dal tuono.
In Boemia una scopa del tuono creata con il vischio proteggeva la casa dai
fulmini: il grano sarebbe cresciuto alto se si fossero gettate in alto delle
scope accese e appendere una scopina sulla porta, così come ciuffi di vischio avrebbe scacciato il male.
Il Vischio era anche conosciuto come la chiave
in grado di aprire tutte le porte, oltre che come un oggetto in grado di
rivelare i tesori, ciò non è un caso, se si ricorda che uno degli attributi della
Dama Bianca, nondimeno della Befana in quanto guardiana della soglia che
separa il mondo tangibile da quello invisibile dei defunti, potrebbe essere
proprio la chiave.
Sembra che i nostri antenati precristiani tentassero di
proteggersi dall'oscurità sugellando il male fuori dalle abitazioni proprio
ricorrendo a bastoni/scope e altre piante sacre e sembra che l'attribuzione,
in chiave negativa, di tali fenomeni naturali (un tempo sacri); alle cosiddette
streghe possa essere la ennesima degenerazione del volto di quella strega
primitiva – che ancora non era chiamata così, poiché è una attribuzione più
tarda – che aveva il potere di connettersi e armonizzarsi con i fenomeni della
natura, anche i più violenti e spaventosi; ai quali solo superstizioni tarde hanno dato
una connotazione maligna.
Il Demonio, una chiave di lettura
“Lucifero”, dal
latino lucifer, composto di lux – luce – e ferre – portare – il famigerato
angelo caduto che la mitologia cristiana ha associato a Satana; già divinità
romana, nonché assimilabile al greco Eosforo (associato al pianeta Venere così
come l’Adone semitico, dio delle cose, “sposava la meteora Astarte”, nondimeno La Epifania della Stella di Natale) altri non
potrebbe essere che la degenerazione del volto preindoeuropeo delle Dee di Luce
(e fuoco) sopraddette, la cui origine si perde nella notte dei tempi: Lucina
candelifera, Lucia, il cui culto è ben precedente a quello attribuito dal
sincretismo con la santa siracusana è con tutta
probabilità connesso alla figura della Erodiade/Diana e protagonista del culto della luce e della gioiosa danza
selvatica delle prime sacerdotesse della Europa Antica che veneravano la Grande
Madre nella sua forma lunare triplice, ma anche nel suo aspetto solare – di cui
Diana è portatrice, ed è per questo che nel mito illustrato nel Vangelo di
Leland sarebbe sposa incestuosa di Lucifero, col quale darebbe alla luce la
figlia Aradia, semidea medievale vendicatrice delle streghe – dato che la
dicotomia e consecutiva scissione dei suoi aspetti in maschile e femminile è un
retaggio delle mitologie indoeuropee, che hanno privato le dee – così le donne
– dei loro attributi primigeni; spostando l’attenzione dal culto ciclico e
pacifico della Grande Madre alle bellicose e prepotenti divinità ove il sole
era a solo appannaggio maschile: lo stesso Giano, è con tutta probabilità una
mascolinizzazione di Diana.
“Macrobio (390-430 circa) ci dice che Giano è anche
detto Gemino, perché come il Sole esso sarebbe padrone “dell’una e dell’altra”
parte del cielo: interessante che, la nostra Diana preindoeuropea, che peraltro
sussiste nel culto delle Matres/Matronae di origine celtica, fosse proprio, fra le altre, una dea della luce e della
vegetazione, legata quindi a un simbolismo solare. Inoltre, in latino, porta si
dice “juana”, dal sanscrito “jana”, da cui Diana, Giana, “Domus de Janas”.
“Juanua coeli” era infatti un epiteto delle dee, poi passato alle litanie della
Madonna (15, Cfr. p. 57).
A ogni modo
tale entità; daimon (4); o «demone», intesa come anima profonda e
determinazione della volontà interiore argomentata da Platone nel Mito di Er ne La Repubblica e ripresa dal famoso allievo di C. G. Jung, James Hillman ne Il Codice dell'Anima, non ha nulla a che fare con il satana
dei cattolici, del tutto lontani dalla «lucifera verità delle vere streghe»,
che il loro demone, e il suo aspetto sia d'ombra che luciferino, lo vivono e
lo amano dentro, senza recare danno a nessuna e nessuno.
Conclusione
Si rammenta che, soprattutto nel tempo del vescovato del Bascapè, la
maggior parte delle donne coinvolte erano e si definivano loro stesse delle
“normalissime cristiane”, donne semplici, di chiesa che non compresero nemmeno
il motivo delle accuse: probabilmente anche l'essere capaci di preparare un
decotto efficace contro il mal di pancia, era considerato sospetto; in un tempo
in cui se una donna si distingueva per particolare abilità erboristiche o
guaritrici, si credeva attingesse dal demonio.
Del resto, ricorda don Tullio Bertamini,
se anche le accuse fossero state vere, nondimeno fossero esistite delle vere
streghe (malefiche o no) nulla avevano a che fare con l'amore di Dio e con la
legge evangelica gli squallidi mezzi (1, p. 385) adoperati dalla Inquisizione e
dal braccio secolare per eliminarle; nemmeno la spettacolarizzazione del
dolore tanto anelata dalla gente che godeva alla vista della miseria del rogo aveva in sé il benché minimo spirito cristiano.
I super creduli, a ogni modo, sono una piaga ed esistevano allora come oggi.
L'unica differenza tra il
nostro tempo e il Cinquecento e Seicento è che sono scomparsi i roghi, secondo
il Bertamini; che scriveva nel 2011, ovvero poco prima di morire; “Che occorre
un cambio di mentalità, allora come oggi; difficile da realizzare, dato che
continuano a sussistere in varie forme maghi e fattucchiere di ogni genere che
estorcono denaro ogni giorno a coloro che vi si affidano: vendendo filtri e
magie, amuleti e pozioni miracolose che di autentico hanno solo l’imbroglio,
così come gli oroscopi pubblicati ogni giorno creando inutili se non dannose
profezie a cui la gente crede e si affida. La magia dilagante, la negromanzia,
la superstizione e religioni demenziali spesso collettive, suppliscono per
molte persone in gran parte alla ragione. C’è anche chi al nostro tempo adora
Satana e si mette al suo servizio e perpetra, in suo onore e culto, delitti
autentici, giustamente perseguibili”. Tenendo presente che il Bertamini era
un prete, nondimeno un uomo che visse nella fede cattolica, nella cultura e
nella carità; la mia opinione non è molto dissimile dalla sua; ovverosia, molto
degli ambienti religiosi neo-pagani nonché degli ambienti esoterici del tempo
attuale conservano spesso gli stessi mali dai quali, rinnegando le religioni
monoteiste occidentali di stampo patriarcale; speravano e credono ancora di discostarsi ma, la verità, si sa, è figlia del tempo e il nostro tempo non
sta causando meno danni alle “vere streghe”; di quanto i secoli bui abbiano
fatto.
Piccolo glossario
Strega Per lo studio della parola, dei suoi
significati antichi e moderni, nonché della connotazione negativa che ha
assunto nel corso dei secoli bui e, nondimeno; per scoprire i suoi attributi
più puri e la Weltanschauung di Strega in Rosa, si rimanda al preesistente saggio di
Claudia Simone intitolato Streghe, Dee, Befane, Donne e Valchirie: alle
origini della Stregoneria e la Vecchia Religione nell'Europa Antica e
Occidentale.
Comare combusta (1, p.309) Termine con cui si definiva,
nelle Valli dell'Ossola, Antigorio e Formazza; il rogo della “maestra” in
stregoneria, ovverosia colei che aveva iniziato le altre al sabba nel periodo
tra XV e XVII
Cursorie (1) Termine per definire le streghe volanti,
nondimeno capaci di volare
Apostasia della fede. L'apostasìa, dal greco ἀπό apò
«lontano da» e στάσις stàsis da ἵστημι ìstemi «stare, collocarsi» (9), è
l'abbandono formale e volontario della propria religione
Anatema (10) Dal latino tardo anathēma e anathĕma,
greco ἀνάϑημα «offerta votiva», poi ἀνάϑεμα «maledizione», der. di ἀνατίϑημι
«dedicare» presso i Greci era l'offerta deposta nel tempio di una divinità, e
costituita in origine da frutta o da animali, più tardi anche da armi, statue,
ecc., in ringraziamento per una vittoria o altro avvenimento favorevole. Nel
Cristianesimo, raggiunse il connotato di bando dalla Chiesa, scomunica,
soprattutto in quanto rivolta contro eretici e scismatici.
Abiura (1) Generalmente accettata come forma di
sottomissione totale alla autorità, che affiancava le penitenze; spesso
l’esilio in altri paesi e la reintroduzione solo dopo molti anni e dopo che
l’opinione comune era in generale cambiata su quel soggetto. Le sentenze
potevano infatti essere penitenziali o assolutorie.
Fama pubblica notoria et clamorosa (1) Ovvero
l’opinione negativa di coloro che, comunemente, accusavano una donna di essere
malefica, volante, sospetta. Erano i cosiddetti “gruppi di opinione”, che
purtroppo venivano considerati alla stregua di fonti di verità.
Defensor fidei (1) era il pretore locale, di solito, a
rivestire la carica di difensore della fede cattolica
*****
“Oh! Che lunga schiera ne vide egli venire!
E quante
donne sparirono allora da Baceno e da Croveo!...
Anche sua moglie era fra esse
e passando in forma di biscia per farsi riconoscere e ottenere forse
misericordia, lo percosse con la coda.
Egli, però, pieno di gioia attizzò
allora vieppiù il fuoco e così ebbe fine l’antica schiatta delle streghe.
Credono però molti che le nostre buone donne, benché non si mutino più in serpi
o in civette, abbiano tuttavia nelle vene assai di quel sangue”.
G.
Barbetta in “Il Popolo dell’Ossola” 31 dicembre 1909 (pubblicato in Us Sent – Racconti
intorno al fuoco, Supplemento a “ECO Risveglio Ossolano” n°27, 9 maggio
2000)
*****
Come si ha potuto finire così, ci si starà chiedendo.
Come è
potuto succedere e come è possibile che ingiustizie, olocausti e altre
brutture continuino a flagellare persone innocenti – ieri come oggi – si starà
pensando.
Forse perché, quando si va cercando il male nelle persone,
spesso riflesso di un male che si ha dentro o di qualcosa che non si riesce a
comprendere o spiegarsi altrimenti; si finisce sempre per trovarlo, diceva Abramo Lincoln.
Del resto, “La tortura è cosa fragile e pericolosa, e
capace di ingannare la verità” (1, p. 351).
“Raramente, poi, sono condotte con
buon esito, quelle cose che sono state incominciate malamente” (glossa; Cfr: 1, p.
351).
*****
Bibliografia e sitografia
(2) Streghe e stregoni sulle alte cime alpine dell'Ossola; articolo della redazione di Nouarien, Rivista di Storia della Chiesa Novarese, p. 12, Bio-Eco Rivista Indipendente Vivere Sostenibile, Mensile-Anno 1° luglio-agosto 2016- N° 05
(3) Strii at Crof, Le Streghe di Croveo, Speciale Streghe p. 9, Bio-Eco Rivista Indipendente Vivere Sostenibile, Mensile-Anno 1° luglio-agosto 2016- N° 05
(4) Streghe, Dee, Befane, Donne e Valchirie: alle origini della Stregoneria e la Vecchia Religione nell'Europa Antica e Occidentale
(5) Il Ramo d'Oro, studio sulla magia e la religione, James G. Frazer, Edizioni Bollati Boringhieri, 2012
(6) L'Incanto e L'Arcano, per una antropologia della Befana, Claudia Manciocco e Luigi Manciocco, Armando Editore, 2006
(7) Vivere Wicca, Laura Rangoni, Xenia Edizioni, 2004
(8) Streghe in Piemonte, pagine di storia e di mistero, Massimo Centini, Priuli e Verlucca Editore, 2018
(9) Wikipedia
(10) Treccani, Storia della Scienza, Astrologia
(11) Oscure Madri Splendenti, Le Radici del Sacro e delle Religioni; Le Civette di Venexia, Luciana Percovich, 2007
(12) Masche nel Biellese, Olimpia Medici, Speciale Streghe p. 9, Bio-Eco Rivista Indipendente Vivere Sostenibile, Mensile-Anno 1° luglio-agosto 2016- N° 05
(13) Di Streghe, Herbarie e altre Storie Sostenibili, Rossana Vanetta p. 1, Bio-Eco Rivista Indipendente Vivere Sostenibile, Mensile-Anno 1° luglio-agosto 2016- N° 05
(14) Sul Sentiero delle Streghe di Croveo Parti I, II, III, IV - Appunti di Viaggio, Diario di Bordo di Claudia Daisy
(15) Dal Cosmo alla Cosmesi, la divina seduzione e l'arte del trucco dalla preistoria al futuro, Luisella Veroli, prefazione di Silvia Vegetti Finzi, Iacobelli Editore, 2016
(16) Le Tracce Visibili del Tempo delle Streghe, esplorando Croveo e dintorni, di Michele Romagnoli, Domodossola, giugno 2023
(17) Le Streghe del Cistella in Leggende delle Alpi, Il Mondo Fantastico in Val d'Ossola, Paolo Crosa Lenz, Grossi-Domodossola, 2012, pp. 183 -184
(18) Le Streghe nell'Europa Occidentale, Margaret A. Murray, Edizioni della Terra di Mezzo, 2012
(19) Il Vangelo delle Streghe, Charles Godfrey Leland, Editore Il Cerchio della Luna, 2016
(20) La Balma del Capretto, www.balmadeicervi.com

.jpg)
.jpg)
Commenti
Posta un commento