Uno studio sincretico su Halloween: origini, fiabe e rotte mitiche per l'Aldilà e Misteri dal mondo Artico, Norreno, Celtico, Greco fino all'Egitto
Origini e rotte della zucca
La parola zucca è un allotropo di “cocuzza” o “cucuzza”, in
latino “cocutia” che significa “testa”, ovverosia attraverso un processo di
metatesi, nella trasposizione dei fonemi all’interno della parola si è
arrivati al termine oggi più in auge: zucca.
Il termine “cucurbĭta”, invece, che
designa il genere delle piante a cui la zucca appartiene è di derivazione
sanscrita, da cui espressioni come “c’arbata” ossia “curvata”.
In
effetti, le prime zucche potrebbero risalire all’Asia meridionale, più
precisamente all’India. Questo ci
suggerisce che la zucca presente nelle fiabe e nelle leggende Europee,
potrebbe non essere la tipica zucca tondeggiante e arancione sulla quale siamo
abituati a fantasticare nel periodo che precede Halloween, in tal caso la
“Cucurbita maxima”, originaria dell’America Settentrionale.
Con tutta
probabilità i latini nei racconti locali si riferivano alla “Lagenaria siceraria”, invero
la “zucca a fiasco”, appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee insieme a
cetrioli e angurie o cocomeri ed era l'unica zucca presente in Europa prima
della “scoperta” dell'America e le successive importazioni dalle colonie
spagnole dell’America meridionale.
La stessa “zucca a fiasco”, pare sia stata
importata in Italia dai Fenici, i quali cominciarono a coltivarla lungo le foci
dei fiumi italiani. La coltura venne poi continuata dagli Etruschi e in seguito
dai Romani.
Sia Plinio che Dioscoride diedero alla zucca l’epiteto di “balsamo
dei guai” e i romani erano rapiti e affascinati dal gusto e dal profumo del
frutto.
Secondo una suggestione puramente personale e intuitiva, l’usanza di
travestirsi, svuotando la zucca per riporla come maschera sul volto, potrebbe
collegarsi proprio alla particolare etimologia latina di cui si è detto sopra,
“cocutia” o “testa”.
Spostandoci in Irlanda, scopriamo altresì che le prime lanterne
intagliate in ortaggi, niente meno le prime zucche di Halloween, sono chiamate “Jack o’ lantern” per via del tale
Stingy Jack a cui si rifà la leggenda secondo cui quell'uomo avaro, avendo tratto in inganno persino il diavolo, alla sua morte non meritò né il Paradiso né l'Inferno. Il diavolo lo condannò a vagare sulla terra in eterno, donandogli solamente un tizzone ardente, che Jack mise in una rapa intagliata per farsi luce sulla via, alla ricerca
di un agognato riposo che mai sarebbe giunto. La leggenda, rintracciabile nel libro delle rime dell' irlandese Ellis Hercules, è un racconto popolare di cui sono state narrate molte versioni; a ogni modo, si racconta che ogni vigilia di Ognissanti egli si farebbe vivo...
Samhain e mitologia comparata dell'Aldilà tra suggestioni celtiche, finniche, artiche, asiatiche e norrene
Le origini di
Halloween si ritengono essere anglosassoni, dove il nome completo
della ricorrenza è “All Hallowed Eve” o “All Hallows Eve” che significa
“vigilia di tutti i santi” e pare siano stati gli immigrati irlandesi a
portare l’usanza in America – oggi sensazionalizzata e paradossalmente ritenuta
di matrice americana – dell’intaglio degli ortaggi come lanterne in questo
periodo dell’anno.
Ma le radici ancor più antiche di tale ricorrenza sono da
ricercarsi tra i Celti britannici, tra cui le ricorrenze ciclicamente celebrate
erano l’assemblea di Samhain, Imbolc, Beltane e l’assemblea di Lughnasad,
almeno sono le uniche che emergono dalle leggende celtiche d’Irlanda e del
Galles, ovverosia i Mabinogi.
Secondo un altro testimonio, le più
importanti Feste del Fuoco sopravvissute nell'Europa moderna – forse per
influenza dei popoli artici, dove secondo l'astronomo Bailey il culto della luce sarebbe nato, per ovvie necessità geografiche... – che sancivano il passaggio
tra “l’anno d’ombra” e “l’anno della luce” erano due: i fuochi di Beltane o 1°
Maggio, e la festa di Ognissanti del 1 Novembre. D'altra parte testimonia Beda il Venerabile che in origine gli gli anglosassoni dividevano l’anno intero in due stagioni, estate e inverno, assegnando i sei mesi in cui i giorni sono più lunghi delle notti all’estate, e gli altri sei all’inverno.
J.G. Frazer, studioso delle
religioni del mondo antico, ipotizzò che anche i Celti
della Gallia celebrassero i loro principali riti del fuoco – compreso il
sacrifico di uomini e animali – al principio di maggio e al principio di novembre.
Le streghe britanniche di
reminiscenza celtica che tutt’oggi ricalcano la tradizione, secondo un'altra
testimonianza, non concepivano le quattro stagioni come facciamo oggi e i
celti non avrebbero festeggiato solstizi o equinozi bensì l’anno era suddiviso in
due: l’anno d’ombra e l’anno della luce.
Tale concezione temporale, certificata anche da Janet Farrar e Gavin Bone durante i loro viaggi tra le streghe di alcuni
paesi dell’Irlanda, ancora non molto tempo fa, proviene da un mito ricorrente
che compare nel folclore irlandese e che sembra essersi originato sulle isole
scozzesi di lingua gaelica, che vuole che La Cailleach, dalla omonima parola irlandese
che significa “velata” (perciò la velata era la vecchia trivalente della
mitologia celtica, responsabile del tempo atmosferico e portatrice delle nevi) venisse sostituita ogni anno dall'arrivo della giovane Brigid, trasformandosi
in pietra per riposare ogni trenta d'aprile, per poi rinascere ogni 31 ottobre.
Naturalmente questo è lo stesso motivo che anima il mito di Demetra e
Persefone, di dietrologia egizia, che vede in Iside “Sochit” (che significa
campo di grano) la Grande Madre del grano e dei raccolti.
“Cailleach” in
gaelico significa anche “saggia donna anziana”, legato alla figura della
vecchia strega d'inverno che popola tutta la mitologia europea, come la Strega
Perchta tipica del folclore alpino e Brigid è la bambina solare
nutrita dal bianco latte di mucca che rinasce dalle sue ceneri per portare i
primi timidi germogli a Imbolc.
Mentre Brigid è associata al latte, al candore,
alla luce e alla purezza – infatti è una incarnazione della Dea Dana, la Dea
Bianca, protagonista della celebre ricostruzione del culto celtico e greco
primitivo tessuto da Robert Graves nell’omonimo libro – la Cailleach in alcune
versioni del mito scozzese aveva il leggendario
epiteto di “Annis la Nera”, uno degli aspetti più antichi della Dea delle
Isole Britanniche.
Al di là delle feste europee “moderne” del fuoco e
inoltrandosi fra le nebbie perdute del passato britannico, la viglia di
Ognissanti avrebbe radici nella festa irlandese di “Samhain” o
“Samain”, ricordata secondo Frazer il primo di novembre.
Si tratta della festa più importante del calendario
irlandese e rappresenta il cosiddetto “periodo chiuso”, fuori da ogni tempo, unico momento nel quale uomini e donne possono entrare in contatto con l’Altro
mondo. Il termine significa, infatti, “riunione” o assemblea.
Ne “Le Nebbie di Avalon” della Bradley M.Z., viene donata una
immagine di quel “mondo altro”, la isola o reame di armonia ove
abitano esseri divini e semidivini, nonché famigerata “Tir-na-moe”, un altro
nome del “Sidhe”, che significa “pace”, o anche “Tir-na-mban”, la “terra delle
donne” in lingua celtica che è stata chiamata con molti nomi e alla quale
sono stati attribuiti molti epiteti, tra cui l'isola dei potenti “Tuatha dé
Danaan”, gli eroi evemerizzati dei miti dei Celti che vi abiterebbero da quando
sarebbero stati cacciati dagli ultimi invasori d'Irlanda, i Milesi.
Tale reame di foschia e mistero d'oltremondo,
a ogni modo, non è a solo ad appannaggio celtico!
Anche la mitologia artica,
ugrofinnica e baltofinnica – le cui cosmogonie hanno una quasi certa sede
originaria nell’India vedica, e quindi un cuore asiatico – ne presenta marcati
aspetti, nondimeno con influenze e scambi anche con la cultura norrena dove si
narra della medesima isola in alcune saghe.
In effetti, studiosi del mondo
sciamanico artico come Pentikäinen J., si sono domandati se i viaggi di re, dei
ed eroi nelle mitiche terre boreali (tipici dell’epica vichinga) non fossero proprio
viaggi verso l’Isola “immersa nella nebbia” dei miti finnici, ove appare una
landa mitica delle donne dimenticata e celata da una foschia invalicabile.
Secondo Bremensis A. nella “terra feminarum” il dio cristiano è sconosciuto e al suo
posto erano venerati dalle donne “solo serpenti e uccelli”.
Sembra poi che sia
l’Edda che il Kalevala contengano miti arcaici provenienti dal medesimo tempo
comune alle aree artiche e subartiche, che a loro volta lo avrebbero assimilato
o comunque fuso, a causa degli scambi della Via della Seta, con l'Asia, e che i
viaggi di Odinn e quelli degli eroi kalevaliani siano stati presumibilmente gli stessi: così la
montagna rocciosa Kivimäki è assimilabile al Niflheimr, desolato regno del
ghiaccio di Hel.
Così la Bósa Saga e il ciclo finnico del “Sampo” – una sorta di
Graal kalevaliano, preservato dalla “Grande Signora” oltre la nebbia – hanno non poche
similitudini.
Erodoto e Plinio – quest’ultimo (27-23 d.C.) allude a tale landa come un luogo, presso gli abitanti del nord (gli Sciti) detto gês kleîtron (1) ovvero “serratura della terra”, che farebbe pensare a dee che nel loro corredo portano “le chiavi di accesso ai mondi”, come Frigg/Freya – parlano di “popoli magici che dormono per metà anno”,
riferendosi, forse, a quelli della regione polare, assimilabile alla Isola di
Pohjola del Kalevala dove “le donne hanno mantenuto i tratti divini delle fanciulle
dell’Europa Antica”, reminiscenza, forse, anche del ruolo che le donne
potrebbero aver rivestito nella leggenda, rintracciabile nella Origo Gentis
Langobardorum (leggenda anonima del VII) dove i famigerati Winnili – di etimologia incerta, forse da
“to win”, in inglese “vincere” – (in qualche modo non dissimili dai potenti Tuatha dé
Danaan, secondo una personalissima suggestione) sarebbero assimilabili alle
ultime genti devote alla originaria religione dei Vani di Frigg, nonché un
ultimo vagito della Grande Madre preindoeuropea germanica e del suo corredo
matriarcale e magico/sciamanico, ancora vivido prima che i popoli dell’Europa
Antica venissero deturpati e assimilati dai guerrafondai indoeuropei, che
secondo il testimonio più avvallato potrebbero identificarsi negli Asi, guidati
da Odino (il germanico Wotan).
Anche Tacito, nella sua “Germania” ricorda come
alcune tribù della Germania settentrionale, tra cui Longobardi e Angli,
venerassero una madre-terra chiamata “Nerthus” o “Hertha”, ovverosia Frigg, reminiscenza delle leggende sulla Dama Bianca – palesemente simile per
connotati e corredo alla Signora di Pohjola finnica – che rivive nelle leggende
di Frau Holle/Madre Hulda e nel folklore tipico delle Alpi abitato dalla Strega Perchta.
Come testimonia Luciana Percovich in “Oscure Madri Splendenti”, Freya
è la regina degli Aesir, ora chiamata Frigga, che significa “la Frigia”. La
Frigia è la regione montagnosa interna della Turchia nordoccidentale, dove era
venerata Kibele/Cibele. La Frigia è dunque sia l'epiteto attribuito a Cibele
quando viene importata a Nord a ricordarne la provenienza – così come Afrodite,
di dietrologia asiatica e sirenica nata dalla schiuma del mare a Cipro, era
conosciuta come la Cipride e Artemide la Cinthia, dal monte Cintho – sia il
nome che si sovrappone facilmente a Freya.
La parola Frigia ha a sua volta
origine, probabilmente, nel termine sanscrito “prija”, che significa “amore”.
Tacito riferisce che la tribù degli “Aestii” riveriva la dea Cibele come Madre
di tutte le divinità. Questi ultimi erano gli Dei della lontana “As-gard”, da
“As” o “Assua”, in latino Asia, che ab origine era l'Anatolia, plausibile matria di Freya come degli altri dei degli antichi germani.
Alcuni
studiosi vedono nel mitico scontro tra Asi e Vani, non solo quello tra due
pantheon differenti, ma la probabilità di una reminiscenza di un conflitto
storico realmente avvenuto, dove gli Asi sarebbero stati gli dèi degli
indoeuropei, mentre i Vani, divinità più pacifiche e di carattere agricolo,
sarebbero stati gli dèi delle popolazioni neolitiche preesistenti – alla
stregua, come già ipotizzato sopra, dei Tuatha dé Danaan scacciati dai Milesi (
per noi potrebbe avere senso, ma è solo una ricostruzione personale che non
pretende di detenere alcuna verità).
Tale ipotesi su Vani e Asi, del resto, è
stata messa in discussione dal celebre filologo francese Dumézil che, dedicando
la sua esistenza alla mitologia comparata, suppose che il pantheon germanico
apparteneva interamente alla concezione mitica indoeuropea.
A ogni modo non è
dato avere una risposta certa, anche se il legame tra il pantheon dell'Edda e
la penisola anatolica (ed è forse da questa “uscita” che Frigg e Freya
incominciarono a coesistere tutto sommato in una stessa Dea) è pur vero che il
culto delle divinità legate alla fecondità – e Frigg/Freya è una dea delle
partorienti, “che da alla luce”, non a caso assimilabile a Santa Lucia, che del resto è un altro aspetto di
Dama Bianca – potrebbe essere indicativo dell'antica religione praticata dalle
popolazioni autoctone, anche testimoniata dagli studi di Margaret Murray che ha
riassunto tale culto della Grande Madre, simile in tutta l’Europa pre-indoeuropea
con il termine “Culto di Diana”, che non è una Dea romana ma una madre luminosa
di dietrologie preindoeuropee dedite a una
forma di stregoneria e sciamanesimo volti alla sopravvivenza e alla agricoltura, nella Penisola scandinava meridionale, lo Jutland e/o la
Germania settentrionale prima dell'arrivo degli indoeuropei, con cui
storicamente si fusero durante il III millennio a.C., dando così vita alle
popolazioni proto-germaniche e germaniche.
In questo caso quindi i Vani
incarnerebbero i sacri resti delle precedenti forme di culto, ovverosia coloro
che potrebbero aver avuto accesso alla mitica isola di nebbia delle donne sulla quale, forse, nella Festa di Ognissanti si apre un rarissimo varco: non
a caso, anche nel mito finnico le abitanti di Pohjola sono divine, mentre gli
eroi invasori provengono dalla profana terra di Kalevala. Dopotutto, nel culto di Nerthus/Herthum o Hertha rilevato
da Tacito – dietrologia delle Madri del Filato di
tutto il folclore europeo legato alla figura di Dama Bianca a cui è
assimilabile Frigg/Freya, ma anche figure del fato e antenate della stirpe come le Nornir e le Dísir – c'erano proprio le
tribù germaniche occidentali tra cui i Longobardi, i quali continuarono a
adorare Frigg/Freya come Madre della Terra.
Riassumendo, ognuna delle narrazioni proposte del “mondo altro”, ricorda l'efficacia dell'organizzazione
sociale gestita dalle donne nei tempi antecedenti alle armi, ossia prima
dell’invenzione del ferro.
Nella leggenda dei
Winnili sopra citata, fu proprio la Sciamana che canalizzava
i consigli di “Frea”, a suggerire alle donne di travestirsi
da “uomini con lunghe barbe” (da qui il termine longibardi o longobardi) per
presentarsi al confronto con i vandali indetto da Wotan.
La famigerata “insula feminarum” che i miti sopraddetti descrivono come
un luogo altro che “appare e scompare nella foschia” richiama altresì le
“Dodici Notti” scandite dalla Modranicht, festività di origine anglosassone i cui riferimenti si trovano negli scritti di Beda Il Venerabile nella “De temporum ratione” rispettivamente dell’VIII secolo, che sono un altro tempo dell'anno dove il varco si apre: uno dei nomi per chiamarle è “Unternächte” – Unter in tedesco significa sotto, “le notti di
sotto”, infatti la nebbia sale “da sotto”. Tali notti sono sotto l'egida della madri della filatura, tipiche della tradizione anglosassone ma di
reminiscenza senz’altro preindoeuropea, che cadono sotto l'egida di
Yule.
Il mito celtico dell’altrove trova
dunque affinità in molte altre suggestioni europee, come nell’Isola di Pohjola,
la landa delle donne guidata e preservata dalla signora di Pohjola e dalle sue
ancelle a difenderne la soglia, in cui v’è reminiscenza delle guerriere
Amazzoni per via del viaggio che il mito ha svolto dall’Asia al gelido Nord.
Tale strega è chiamata anche “Strega Lohui” e sotto la sua protezione stanno le
fanciulle più luminose e belle che abitano l'isola magica dove agli uomini (salvo rare eccezioni) non è consentito accedere se non pronunciando specifici
incanti canori. Tracce della mitica “isola iperborea”, posta nel famigerato
Nord magico, anche intendibile come reame celeste, sono riscontrabili quindi nel Fensalir
di Frigg/Freya, che significa “stanza delle profondità marine” o le dimore
delle sette sorelle Pleiadi che guidavano la rotta dei marinai nella prima
storia israelita e ancora la dimora celeste della dea Amaterasu, nonché nella magica
stella polare o Orsa Maggiore, l’antenata orsa discesa sulla terra su una
catena d’oro, protagonista dei racconti nello sciamanesimo artico e siberiano o la dimora sottomarina di Morgana, od ancora l’irlandese “Tirfo Thuinn”,
letteralmente “terra sotto le onde”.
Una “Isola dei Beati”, così è detta nel
celebre libro “Fate” di Froud B. e Lee A., che appare con nomi e
coordinate differenti nel mito europeo come ritratto dei tempi di
armonia che nella preistoria, forse, caratterizzarono anche la nostra stessa terra.
Si tratta
infatti (torniamo al mito celtico di Avalon) di una particolare sede
dell’altro mondo abitata da donne dotate dalla eterna giovinezza come
le mele che vi crescono, panacea che nutre e guarisce ogni male, proprio come
la zucca lo era per Plinio e Dioscoride: curiosa sincronia...
il cui nido sta su un virgulto bagnato
Il mio cuore è simile a un melo
i cui spessi rami sono piegati dai grossi frutti”.
Christina Rossetti, Cfr: Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, p.27
Il legame del melo con l'immortalità è antico e assai
diffuso in Europa.
Secondo l'Oxford English Dictionary l'etimologia di mela,
ovvero di apple sarebbe ignota, ma attraversa tutta l'Europa dai Balcani
all'Irlanda e pare che la narrazione della famosa mela colta da Eva secondo la
Genesi della Bibbia abbia subito una distorsione iconotropica: Eva è la Madre
di tutti i viventi, apparsa come Triade, che scaccia Adamo dai suoi fertili
domini presso il fiume per punirlo di aver usurpato alcune delle sue
prerogative sulla terra.
Tale mito è presente anche nell'episodio in cui
Trittolemo (favorito della dea dell'orzo Demetra) viene espulso da Eleusi e
mandato nell'Attica con un sacco di sementi per insegnare al mondo
l'agricoltura, su un carro trainato dai serpenti, che Demetra (la Dea Bianca
del grano, Dana o Iside) depose anche a guardia del fiume Stige.
La vera
maledizione del serpente, resa errata nella Genesi, vuole che il serpente fosse
nemico di Adamo poiché stava a guardia della Dea che lui tentava di
ingraziarsi.
Egli ne schiacciò la testa e questa è forse anche l'origine della
iconografia di San Michele che schiaccia il serpente del femminile, così come
San Giorgio e San Giulio.
Il serpente gli punse il tallone, in un ciclo che
si sarebbe ripetuto ogni anno.
Persino la storia della nascita di Eva dalla
costola di Adamo è una frottola, che ha radici in una raffigurazione della dea
Anatha di Ugarit che osserva mentre Aleyn (alias Baal), spinge un coltello sotto
la quinta costola del gemello Mot.
Questa uccisione è stata interpretata come la
rimozione da parte di Jahvèh di una sesta costola, che poi sarebbe diventata la
famigerata Eva.
(Tratto da La vera storia della Mela e il Serpente di Eva; R. Graves, La
Dea Bianca, p.298)
Secondo quanto raccolto da Luciana Percovich, la Avalon del
mito celtico potrebbe avere un lontano sostrato mediterraneo, sia per analogie
linguistiche che culturali.
Avalon, o Avillion – “insula promorum” – viene da “aval”
che significa mela in bretone. Nota per la sua produzione di mele nell’Eneide e che richiama a sua volta la forma “Apellon” con cui sono state identificate talvolta Creta e la Sicilia. Il suo nome si trovava addirittura come toponimo
della Campania, “Abella” (peraltro, una della matrie della “genia canora”
delle sirene, anch’esse collocate sin dai miti delle origini asiatiche da cui
provengono, presso famigerate isole celesti femminili, alla stregua delle
sorelle Pleiadi dove Esiodo le fa risiedere).
Nelle Edizioni della Terra di
Mezzo, rispetto alle leggende celtiche, si fa riferimento anche al fatto che
Avalon veniva chiamata dai celti “Isola dei Pomi”; la parola “Pomegranate”,
infatti, si riferisce alla pianta di melograno, dal nome scientifico di “punica
granatum”.
Oltre alla zucca, e alla mela, ricordiamo anche l’importanza che per
i celti rivestiva il suo frutto, la melagrana, etimologicamente “malum
granatum” ovvero “mela con grani/semi”.
In effetti, questi tre frutti: la
zucca, la mela e la melagrana; sono diventati nel neopaganesimo simbolo della ricorrenza
equinoziale d'autunno.
Nel mito primitivo di Demetra e Persefone – che
possiamo anche ricordare nella sua accezione di “Kore”, la fanciulla e figlia
di Demetra che simboleggia insieme a Brigid sia la custodia della fiamma che
il primo vagito della primavera – compare il frutto del melograno ed è pur
vero che, come visto, il mito greco ha radici in quello egizio, precisamente
nella Dea Iside. Invero il mito della melagrana non è originario della Grecia,
vi giunge dall'Oriente ed era tipicamente associato a divinità anatoliche come
la Kibele sopracitata (da cui è giunta anche la Freya degli Aesti) o
mesopotamiche, ove Ishtar è una delle dee di dietrologia che io chiamo
“sirenica”; quindi delle madri uccello della antica Europa che potete
approfondire nella ricerca intitolata Le Sirene, Miti e Rivelazioni Alchemiche dalle
Origini.
A conclusione, ognuna di queste isole, che ricorrono nella
mitologia europea, galleggia, altre sono sommerse e spuntano in superficie
solo di notte – da sotto, “unter”, come la nebbia e come le Dodici Notti d'Inverno (le Unternächte) sono una isola temporale – oppure riemergono ogni sette anni. Altre ancora sono dimore celesti alla estremità del Nord, forse presso le
Pleiadi dove si sono rifugiate anche le mitiche sirene che altro non sono,
secondo i nostri studi, che forme delle dee uccello o le dee lucertola o ancora
serpenti dell’Europa Antica.
Qualcuno ha ipotizzato che le isole dei miti
irlandesi fossero riconducibili alla Atlantide di Platone, altri hanno dato
loro collocazione geografia (nel caso della mitologia artica e baltofinnica
l’attuale Lapponia o l’antico Kainuu) altri hanno realmente invaso o scoperto
isole che, presumibilmente, erano abitate da esseri sovrannaturali come i
serpenti (senza andare lontano, la mia amata Isola di Orta San Giulio porta
proprio il mito del patriarcato che scaccia i serpenti) e ancora l’Isola di
San Brandano a Ovest del continente Africano, un'altra delle isole mitiche che ha
riscosso una collocazione reale.
Se non ci è dato conoscere i dettagli, possiamo altresì
ipotizzare che, da qualche parte, quel reame popolato da fate, dei, semidei e
anime di defunti e defunte esista davvero.
Ed è (se esiste) quasi certamente celato da una invalicabile
nebbia, che nella notte di Samhain ma anche in altri momenti liminari dell'anno (qui ne sono stati illustrati alcuni) si assottiglia.
Oltre la ruota dell'anno Celtico e le Origini Egizie della Festa dei Morti
Alla luce di quanto delucidato finora, se si considera che
la mitologia greca ha preso forma grazie ai miti Egizi che ne sono le radici e
che Iside portava l’epiteto di Sochit (poi latinizzato dalla abitudine latina
di sostituire le “i” con le “e” in Sochet) che significa «campo di grano», rappresentando senza ombra di dubbio una dietrologia di Demetra/Kore, e se si prende atto
altresì che, secondo gli studi di Janet Farrar e Gavin Bone, Iside è colei che
più di tutte nel Concilio di Efeso (che ha sancito il passaggio dalle
reminiscenze della vecchia religione europea di Diana al cristianesimo) è stata
mantenuta quasi del tutto intatta nei tratti e nel corredo degli idoli
femminili e che le Madonne col bambino e molte sante, nonché le Madonne
allattanti sono tutte la copia perfetta del volto di Iside, allora non
sorprenderà scoprire delle radici egizie anche nel culto dei morti che avviene in questo periodo dell'anno e
nell’usanza delle lanterne, ritenute, chissà come mai, una esclusiva eredità celtica (se
non addirittura americana).
Nei miti dei Celti, da cui certo deriva l’assemblea
Samhain, non era compresa la venerazione di un dio dei morti, che ha invece
radici nel più antico Egitto (non a caso, Mabon è una festa inserita dalla
figura neopagana di Aidan Kelly in quella che, poi, è diventata la ruota
dell’anno che la maggior parte dei neopagani e Wiccan hanno fatto propria
nonostante Kelly non abbia taciuto il fatto, di cui trovate testimonianza nella
sitografia in calce).
Il luogo dell'altrove dei Celti, infatti, era sempre
rigoglioso e presumibilmente non era un Aldilà di tenebra come quello della
tradizione greco/egizia, al di là che molte etimologie attribuite alla terra
dei beati presentate sopra, richiamino a terre di foschia o emergenti da sotto le onde...
A
ogni modo la concezione di un dio dei morti è emblema delle particolari usanze
legate al culto di Osiride, fratello e/o figlio di Iside e dio che si sarebbe
aggiudicato il reame dei morti, risorgendo dal fiume Nilo. Tracce di questo fatto sono state
rintracciate da Frazer in Plutarco, che scriveva verso la fine del secolo I, mentre a narrare della tomba di Osiride e del conseguente rito di
rappresentazione delle sue sofferenze fra gli Egizi fu Erodoto.
Questa
commemorazione della passione divina – del resto, vivida anche nel
cristianesimo, dove sia la passione di Cristo che la figura della Madonna presa
da Iside sono la palese prova del furto delle religioni giudaico-cristiane – si
celebrava una volta l’anno, secondo il calendario appreso da Plutarco, proprio
pochi giorni dopo la Ognissanti che conosciamo, rispettivamente durava quattro
giorni che erano il 13, 14, 15 e 16 novembre.
La festa era simboleggiata da una
vacca di legno dorato con un sole d’oro tra le corna – dove, naturalmente, la
vacca ci riporta alla mucca che allattò Brigid, che incarna la Dana che,
abbiamo visto, essere anche Demetra nonché la Dea Bianca di R. Graves che ha
radici proprio in Iside Madre dell’Orzo e del Grano!
Questa vacca
rappresentava Iside. Le vacche le erano sacre e lei stessa aveva corna di vacca, tanto è vero che le Matronae Celtiche della Gallia
Transalpina, Madri celtiche dei frutti del raccolto della terra, sono state raffigurate recanti al loro fianco o ai loro
piedi animali come i tori.
Certo, la grotta di Gesù bambino con il bue e
l’asinello non è una assimilazione da poco, proprio dalla cultura egizia, dove
la grotta, così come nella mitologia celtica della Cerridwen e come vedremo anche
la zucca nella fiaba di Cenerentola, rappresenta l’utero materno dove la
creatura natale (che rinasce a Yule) viene preservata e
nutrita.
Tra gli Egizi del periodo di Plutarco, infatti, la vacca d’oro veniva portata in giro per i campi alla ricerca di Osiride proprio nel periodo
di Natale, dove veniva probabilmente personificata da una donna con il volto dal sembiante boomorfo, tipico degli Egizi nel dare alle divinità volti di animali ritenuti sacri.
Tale vacca doveva girare sette volte intorno al Tempio e la caratteristica
peculiare dei culti dedicati a Iside erano “le luci”: l’illuminazione, le
nostre lanterne di Halloween!
La gente attaccava una infinità di lampade a olio fuori
dalle case e le lampade bruciavano per tutta la notte. Questa usanza non era
limitata a Sais ma si osservava in tutto l’Egitto. L’universale illuminazione
delle case di notte una volta all’anno fa supporre che questa festa potesse
essere una commemorazione non soltanto del morto Osiride, ma dei morti in
genere, in altre parole, che fosse simile al nostro Giorno dei Morti.
Infatti,
è credenza assai diffusa che le anime dei morti tornino a rivedere le loro
antiche dimore in una notte dell’anno: in questa solenne occasione, la gente si
prepara a ricevere i fantasmi, mettendo a loro portata del cibo e accendendo delle
lampade per guidarli nell’oscurità quando venivano dalla tomba e quando vi
tornavano.
Erodoto ha mancato di dirci in quale data dell’anno tale festa fosse
festeggiata, ma Plutarco osserva che la morte di Osiride sarebbe avvenuta il 17
del mese di Athyr e che gli Egizi celebrassero i loro riti funebri annuali nei
quattro giorni prima a tale giorno che, secondo il calendario alessandrino
utilizzato da Plutarco, sarebbero, come detto, il 14, 15, 16 e 17 novembre.
Egli suggerì,
inoltre, che in quei giorni il livello del Nilo si abbassava, il vento del Nord
si placava, le notti si facevano più lunghe e le foglie cadevano dagli alberi (quindi era autunno). (Cfr: James G. Frazer, Il Ramo d’Oro, Il Rituale di Osiride, p. 448).
Parallelismo e suggestione tra La Festa dei Morti e Le Dodici Notti della Caccia Selvaggia in Europa
La caccia selvaggia attribuita al comando Wotan/Odino che, con
tutta probabilità ab origine era capitanata dalla Perchta (figura folclorica
dell’area alpina, prevalentemente diffusa in area linguistica
bavarese, reminiscenza di una dea preindoeuropea, anche riconosciuta nella germanica Hertha/Nerthus eassimilabile alle
filatrici Frigg/Freya, alle Disir e alle Nornir e alle valchirie con la loro
”cavalcata”) potrebbe essere annoverata oltre che tra le leggende delle Dodici
Notti, anche nei giorni dei
morti.
Tradizionalmente la Perchta/Berchta guida un corteo di creature magiche
spaventose, così la befana (l'antenata neolitica della stessa) porterebbe il carbone per punire i bambini, così la Grande Madre
filatrice del destino, anche Madre della neve e custode dei portali trai i
mondi di cui detiene le chiavi, (alla stregua di Frigg/Freya) farebbe razzia
coi sui folletti (le Truden, da “Trud”, incubo, guarda caso anche nome di una
delle valchirie, “Thrudhr”) scoperchiando le case e disordinandole, laddove le
fanciulle non abbiano completato le faccende, di cui lei è
Matrona, similmente alla ucraina Mokosh che riveste appieno questo compito nei
miti slavi. Non si dimentichi che anche Aradia, ovvero Erodiade/Diana (la
luminosa, dal celtico dianna, secondo Margaret Murray la Dea lunare
trina del culto pre-agricolo precedente alle invasioni indoeuropee e quindi
presumibilmente culto alla base di tutte le Madri del filato sopraddette) è
stata forse la prima a capitanare la marcia selvaggia degli spiriti che in
alcuni periodi dell'anno visitano le case.
Secondo ciò che emerge dai parallelismi, queste marce, secondo una suggestione puramente personale, potrebbero avvenire sia nelle Dodici Notti di Natale che nei Giorni dei Morti, poiché sono entrambi tempi liminari dove cadono veli e l'invisibile viene, fugacemente, reso visibile.
Askeladen e Rodopi, il Mito della Madre Uccello in Cenerentola dalla Norvegia all'Egitto
La figura di Askeladden – l’“Ash Lad” delle fiabe norvegesi raccolte da Asbjørnsen e J. Moe – incarna l’archetipo dell’umile che custodisce il fuoco vitale, niente meno il più piccolo dei fratelli, disprezzato ma destinato alla rivelazione di un destino luminoso. Il nome Askeladden deriva da aske, “cenere”, e ladd, “giovanotto”, voce affine all’inglese lad. Prima che gli autori ne fissassero la forma letteraria nel XIX secolo, la tradizione orale impiegava varianti più arcaiche come “Askefis” o “Oskefisen”, dal significato di “colui che soffia sulle braci per ravvivare il fuoco”. In queste, aske significa “cenere” e fis/fisen indica con tutta probabilità il “soffio”. Nella prima edizione delle Norske Folkeeventyr (1843), Asbjørnsen impiegò anche la forma “Askepot”, che in norvegese designa la nostra Cenerentola. Askepot unisce altresì aske, “cenere”, e il basso tedesco poten, ossia “rovistare nella terra”, con il senso di “colei che rovista tra le ceneri”. La forma tedesca parallela “Aschenputtel”, da Asche, “cenere” e Puttel/Puddel, “ragazza disordinata o sporca”, corrisponde semanticamente ancora all’inglese Cinderella, “fanciulla della cenere”. Il filologo inglese George Webbe Dasent riconobbe l’esistenza di equivalenti scozzesi pressoché identici nel significato: “Ashiepattie”, “Ashypet” e “Assiepet” – termini dialettali che designano una “ragazza trascurata o sporca”, “colei impiegata nei lavori più umili della cucina” o “una piccola creatura sempre imbrattata di cenere”. Queste varianti attestano la comune radice semantica tra le figure del fanciullo o della fanciulla “della cenere” nell’area scandinava e britannica. Dal punto di vista sombolico, Askeladden incarna – almeno secondo il mio sentire – la medesima fiamma della custode del fuoco presente in quasi ogni tradizione precristiana dell’Europa: per citarne alcune, la fuligginosa Perchta (niente meno la Befana), Frau Holle, Santa Lucia – la quale, in effetti, nel suo aspetto luciferino è la giovane bambina incoronata di candele, e ancora le vestali, antiche guardiane del fuoco sacro – le sacerdotesse di Brigid/Dana il cui culto del fuoco perpetuo sopravviveva presso il monastero di Kildare, in Irlanda. Si narra infatti che la fiamma sacra di Brigid ardesse ininterrottamente finché non fu spenta dai Normanni. A ogni modo, dietro l’apparente “inettitudine” attribuita al personaggio, Askepot è guardiana della sopravvivenza, fanciulla che trasforma la cenere in luce, colei che mette le mani nella morte per trarne vita, evocando altresì il potere della defunta madre. Così, nel suo respiro, si confondono il soffio delle antiche divinità del focolare di origine neolitica, e la voce nascosta della rinascita che dalle ceneri si rifà fiamma..
Riconosciamo qui un chiaro sincretismo – nella venerazione del fuoco e la simbologia della cenere – tra il personaggio del folklore nordico e, per così dire, la Cenerentola egizia.
Secondo alcune fonti, la versione più antica di Cenerentola apparterrebbe infatti alla tradizione egiziana. La figura di “Rhodopis”, menzionata da Erodoto, Strabone e Claudio Eliano, rappresenta con tutta probabilità il più remoto archetipo letterario della fiaba: una donna umile che, per un segno divino, viene innalzata alla regalità.
In Erodoto (Storie II.134 – 135), Rhodopis è una etera tracia condotta in Egitto durante il regno del faraone Amasis (XXVI dinastia, 570 – 526 a.C.). Fu schiava di Iadmon di Samo – lo stesso padrone del favolista Esopo – e venne riscattata da Carasso di Mitilene, fratello della poetessa Saffo. Rimasta a Naucrati, accumulò ricchezze e offrì a Delfi spiedi di ferro come voto ad Apollo. In Erodoto si tratta quindi di un personaggio storico o semileggendario, non ancora mitizzato.
Sarà Strabone, nella sua Geografia (XVII.1.33), a raccontare di una cortigiana di nome “Rhodopis”, (chiamata da Saffo “Doricha” e amata dal fratello Carasso). Mentre si bagnava, un’aquila le rubò un sandalo e lo lasciò cadere sul grembo del faraone Psammetico, che, colpito dal prodigio, ordinò che la donna fosse cercata in tutto l’Egitto e la sposò.
Questo episodio costituisce il più antico archetipo del motivo della scarpetta e del riscatto divino, temi centrali della fiaba di Cenerentola.
Claudio Eliano, nella Varia Historia (XIII.33), riprende il racconto e vi aggiunge la mano del destino: è la dea Tyche, la Fortuna, a guidare l’evento, premiando la più bella delle cortigiane.
Nei frammenti di Saffo (5 e 15), la poetessa invoca Afrodite (Cipride) e le Nereidi perché proteggano il fratello durante un viaggio per mare e lo riportino a casa salvo.
I versi superstiti non menzionano Doricha, ma la tradizione antica – in particolare Ateneo di Naucrati (Deipnosophistae XIII 596 b–e) – racconta che il fratello di Saffo era legato a una cortigiana di Naucrati, identificata con Doricha, poi confusa con Rhodopis.
Sulla base di questa lettura biografica, gli studiosi hanno collegato la preghiera per il fratello (fr. 5) alla maledizione contro Doricha (fr. 15), interpretando l’invocazione ad Afrodite come un modo per proteggere Carasso da un amore pericoloso.
Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi filologica e non di un dato esplicito nei versi: nei testi conservati Saffo parla solo del fratello e di Afrodite, non della donna rivale.
Così, per via indiretta, la figura di Doricha si intreccia al culto di Afrodite: la donna amata diventa riflesso della dea, simbolo di seduzione, devozione e potere redentivo dell’amore.
Il nome Rhodōpis (Ῥοδῶπις)), dal greco rhodon, (ῥόδον), “rosa” e ops (ὄψ), “volto”, “sguardo”, significa letteralmente “dal volto di rosa” o “colei dal viso di rosa” – un epiteto che evoca grazia, giovinezza e splendore.
Su questa base storica si innesta la leggenda e – accogliendo le mie suggestioni personali – essa può essere letta come eco di una tradizione più arcaica, in cui la “fanciulla della cenere” rientra in quello “strascico di dee” e entità femminili custodi del fuoco sacro.
D’altra parte, l’aquila che ruba il sandalo potrebbe allora rimandare a Iside, la “dea uccello” dell’Antico Egitto, o alla Freya/Frigg – proveniente dalla Frigia e forse secondariamente entrata a far parte esclusivamente del Phanteon eddico – nel suo famoso travestimento di falco.
In questa chiave, Rhodopis appare come psicopompo fra il mondo degli spiriti e quello dei vivi.
Cenerentola nei Fratelli Grimm
Nella prima edizione integrale del 1812-1815 della fiaba di
Cenerentola raccolta dai due dei tre fratelli Grimm, Jacob e Wilhelm Grimm, non v’è fatta menzione
alcuna di una zucca. Vengono, piuttosto, citati alcuni legumi, tra cui
lenticchie, piselli e fave, che la povera fanciulla era
costretta a pulire per le sorellastre invidiose e al posto della Fata Madrina c’è una personificazione dell’aiutante magico nelle due colombine bianche che
la guidano e la aiutano con le faccende, facendole sbirciare il castello del
principe dalla loro colombaia.
Non solo, l’alberello piantato da Cenerentola e
da suo padre molto tempo prima, alla morte della sua cara madre – un nocciolo –
ha dei poteri magici ed è scuotendolo che apparirebbe un uccellino bianco a
esaudire i desideri della fanciulla (questo accade esclusivamente nella versione delle fiabe del
focolare, Torino, 1951,1,21).
Nel testo a cura di Camilla Miglio, Tutte le Fiabe
dei Grimm è sotto consiglio delle colombe, che la fanciulla della
cenere ottiene abiti, carrozza e cavalli magici.
“Il nocciolo, su cui svolazzava il bianco uccellino che
esaudiva i desideri di cenerentola, non è soltanto una pianta, ma la vegetale
presenza di una dea, come conferma la fiaba il ruolo delle colombe che
intervengono più volte per smascherare i raggiri delle sorellastre e infine per
punirle”.
Alfredo Cattabiani, Florario, Miti, leggende e simboli di fiori e
piante, Mondadori, Edizione 1996
d’oro e d’argento coprimi.”
I balli a corte sarebbero tre, e solo al terzo ballo
Cenerentola avrebbe calzari d’oro, mentre nel secondo erano d’argento, e nel
primo trapuntate di argento e seta.
Non solo, se non v’è traccia di una fata
madrina, la presenza delle colombe potrebbero essere reminiscenza delle dee
uccello tipiche della Antica Europa, come Iside – e in effetti abbiamo visto un
legame della fiaba con l’Egitto – come Ishtar, e anche come Freya (originaria dell'Asia) nel suo
aspetto di falco.
Fra latro, le sorellastre di Cenerentola nella versione dei
Grimm cospargerebbero la scalinata del reame del principe di pece ed è per
questo che la sua scarpetta – d’oro, non di cristallo come si crede – sarebbe
rimasta appiccicata staccandosi dal suo “piccolo piedino” come fanno menzione i
Grimm.
La pece, nella dicotomia con l’oro, ricorda un motivo della fiaba di Frau Holle, presente nella medesima raccolta dei Grimm
a mia disposizione e citata in calce, conosciuta anche nella versione “Gold
Mary & Pitch Mary” – la bambina d’oro e la bambina di pece – nel prezioso
libro “Goddess Holle, In search of a
Germanic goddess” della GardenStone, dove le due fanciulle a servizio della signora finirebbero per essere ricoperte una d’oro e una di pece, la prima per la
sua gentilezza e buona volontà, la seconda per la sua invidia, pigrizia e prepotenza.
Nel racconto integrale tramandato da Perrault (quello più
simile alla versione Disneyana, per intenderci) dove non ci sono uccelli né
alberi fatati; il nome attribuito a sfregio della povera fanciulla della cenere
era “Cul-cendron”, letteralmente cul-di ceneri.
Qui appaiono sia la Fata
Madrina che la zucca, il vestito di Cenerentola era smerigliato, intessuto
d’oro e d’argento insieme, e le scarpette erano di vetro – né di cristallo, né
d’argento né d’oro.
Inoltre, qui, Cenerentola avrebbe donato “arance e limoni”
alle sorellastre durante il ballo.
La fanciulla viene paragonata da Perrault a una delicata e veloce cerbiatta, che ricorda la nostra devozione alla Diana
preromana del culto lunare, abile nella fuga selvatica, che richiama lontanamente alla fuga di Mezzanotte di Cenerentola (fuga che
nella fiaba egizia non avviene poiché Rodope non partecipò al ballo).
Cenerentola, La Fata Madrina e La Zucca Madre
Marie Cachet (studiosa della cultura
ancestrale dell'Europa) ci ha donato una eccezionale chiave di lettura di
“Cendrillon” che ho tradotto dal francese dal libro “Le Secret de L'Ourse”,
dove l’autrice si è occupata di dare voce a particolari della fiaba di Perrault misconosciuti.
Estratti dal brano (tradotti da Claudia Rosaspina Simone):
(...)
Inoltrandoci più specificatamente nei simboli dell'Autunno e in quelli della Festa di Halloween, prendiamo in esame la parte della fiaba
di Cenerentola dedicata alla trasformazione della zucca in carrozza.
Per questo
Halloween, vi consiglio di svuotare una vera zucca, poiché la Luce che da essa
trasparirà e i filamenti interni che risplendono attraverso di essa, vi
sorprenderanno, se avete già assistito ad un filmato che riproduce l'interno
del ventre di una madre quando il feto è ancorato ad esso.
La somiglianza di
questa immagine, infatti, è davvero suggestiva.
Questa è, in effetti,
un'immagine del ventre femminile.
La scienza concreta ed esplicativa dei nostri
antenati permetteva, attraverso l'immagine della “zucca infuocata”, di
insegnare ai bambini cose che, in seguito, abbiamo impartito servendoci di film
e cartoni animati.
Cenerentola, si chiamava così poiché viveva al cospetto
delle ceneri, come “Askeladen” (Aske=Cenere) nei racconti nordici si occupava
di riaccendere sempre un fuoco caldo e vivo nel braciere a cui presiedeva.
Le
zucche, in effetti, sono fatte di un materiale naturalmente isolante e
mantengono le braci calde molto a lungo; in questo modo, la cenere diventa
simbolo naturale della tomba, e le braci, rappresentano invece il corpo
dell'individuo “morto”, ma ancora vicino alla vita, grazie al soffio vitale (2)
intrappolato nella zucca.
(...)
Cenerentola portò alla Madrina la più bella zucca che trovò e ciò
denota che nella fiaba è autunno (ma non è specificata dalla Cachet la varietà di zucca che
a ogni modo potrebbe essere la legenaria siceraria portata dai Fenici
ben prima delle importazioni della dall'America della cucurbita maxima nel 400).
Cenerentola si domandò allora come
avrebbe potuto, una semplice zucca, portarla al ballo.
La sua Madrina la scavò
– come si fa per Halloween – e, lasciata solo la corteccia, la colpì con la sua
bacchetta magica e la zucca fu presto trasformata in una bella carrozza tutta d’oro
(3). Poi andò alla trappola per topi, dove trovò i sei topolini che servivano
alla Madrina ed ella disse a Cenerentola di sollevare lievemente lo
sportellino. Quando furono liberi diede loro un colpo di bacchetta e i
topolini si trasformarono magicamente in sei bellissimi cavalli.
A questo punto,
c'era una bella squadra di sei cavalli di un bel grigio topo pezzato.
La Fata,
nonché l'Ape, è la responsabile di tutte le metamorfosi della natura, lei
trasforma gli elementi (i fiori in frutti) ed è responsabile, al contempo,
della preparazione in assoluto più preziosa che esista: il miele, al contempo
buono e medicamentoso.
Il vero miele, estratto dai fiori, non già dallo
zucchero dato alle api, ha la magica proprietà di guarire, cicatrizzare e
disinfettare e non finisce qui. Questo permette anche alle api di nutrirsi, è importante specialmente in inverno.
Si pensi che il miele è anche la fonte di
nutrimento preferita dall'orsa (la nostra antenata europea tipica del mito
artico sciamanico e baltofinnico).
Presto detto, il miele rappresenta, dopo il
vino, il nutrimento simbolico ideale da offrire ai defunti.
Come il vino
rappresenta il sangue, il miele rappresenta il nutrimento stesso, soprattutto
per il feto.
Poiché le api (le Fate) hanno il potere di trasformare la natura,
non v'è da meravigliarsi che la Fata Madrina (*incarnazione antropomorfa
dell'ape, secondo la Cachet) sia in grado di trasformare una zucca in carrozza
e i topi in cavalli, con la bacchetta magicha che (secondo la Cachet) sta a
simboleggiare il pungiglione dell'ape.
Da notare anche che gli animali trasformati sono
animali di natura sotterranea, come ratti e lucertole, dunque familiari alle tombe, partecipi di una natura funerea, in animali vivi, di energia solare, come i cavalli e i cervi.
(...)
La sua Madrina non fece che toccarla con la bacchetta e
le sue vesti in brevissimo tempo si trasformarono in abiti dai drappi d'oro e
d'argento, tutti imperlati di pietre preziose e le donò anche un paio di
scarpette di vetro, le più graziose al mondo.
Quando fu pronta, Cenerentola montò sulla
carrozza, ma la Madrina le raccomandò al di sopra di tutto di non oltrepassare
la Mezzanotte (ciò ricorda il divieto di veglia della Befana, la Grande Antenata neolitica) e l'avvertì che se fosse rimasta al ballo un minuto di più, la
sua carrozza sarebbe ritornata ad essere una semplice zucca, i sei cavalli
topi, i valletti lucertole e il suo abito sarebbe tornato alle sue
sembianze originali.
Da qui si denota la natura del sogno.
In questo caso, si
tratta anche di un viaggio che il Principe fa nel regno sotterraneo, per mezzo
di Cenerentola che, in questo modo di vedere le cose, assurge a ruolo di
mediatrice divina fra il Principe e l'altro mondo.
(*Cenerentola, pertanto, oltre
ad essere lei stessa trasportata nell' “utero-zucca”, verso la sua rinascita,
incarna anche un ruolo ermetico, mercuriale e psicopompo poiché è responsabile del viaggio
del Principe che, attraverso il loro incontro, verrà destato dall'obliò del
mondo dei valori dell'alta società – fasulli e ingannevoli, dediti al falso oro
del volgo – per spalancare lo sguardo ad una visione più profonda, femminile,
eterna, che si può trovare solo “oltre il velo delle apparenze”, perfetta
metafora per la notte in cui il mondo dei morti e quello dei vivi si
incrociano, facendo emergere verità che prima non si vedevano. Cenerentola è una porta sul regno sottile, una meravigliosa
possibilità di contatto con una realtà più pura e vera e il principe, per
mezzo di Lei, potrà visitarlo) naturalmente nella notte di Halloween…!
(…)
La zucca, qui, è inequivocabilmente il simbolo dell'utero.
La luce al suo interno è la stessa che sembra
trasparire dal ventre dentro cui è ancorato un piccolo feto: i filamenti
all'interno della zucca ricordano i filamenti che dall'utero lo nutrono. Il colore è di un rosso arancio e soprattutto la zucca è una carrozza perché,
esattamente come nella fiaba accompagna Cenerentola al ballo – accogliendola
dentro di sé, come fosse ella stessa un feto, un'anima che si muove, per mezzo
dell'utero/zucca verso la propria rinascita – trasporta i semi (il feto) verso
il tempo dell'inverno, proteggendoli, curandosi di loro.
Di fatto, provare per
credere, se una zucca viene lasciata all'aperto, resterà intatta nonostante il
gelo dell'inverno e allora si ammorbidirà gradualmente, perché, attraverso
l'umidità, si distruggerà liberando i semi, che con tutto il loro potere
fertilizzante naturale, germoglieranno a primavera, con l'arrivo del Sole,
dell'energia vitale.
(…)
Se nelle zucche vengono intagliati volti spaventosi, questo
sta a simboleggiare gli antenati e le antenate, nonché i morti, che nella notte di Halloween
le abitano, ricordando la forma dei crani dei teschi, mentre l'accendervi la
luce all'interno, simboleggia l'energia vitale che letteralmente ne rianima il
volto cosicché questi possano parlare, riunirsi a noi.
(*L'autrice pone l'attenzione sul fatto che Samhain non significherebbe solo assemblea, ma anche sciame: uno sciame di
antenate/i, da cui la connessione con le api/fatae sopra menzionate).
Brano, qui lievemente rinarrato e arricchito di precisazioni,
tratto da Le Secret de l’Ourse; Marie Cahet (pp. 237-244). Libera traduzione dal
francese a cura di Rosaspina
Cerridwen, Rhiannon e Cenerentola: il Mito della Cerca e il Calderone della Trasformazione
Nella interpretazione di Marie Cachet, la zucca, come il
mitico Sampo della mitologia baltofinnica e come il Graal del ciclo arturiano ma anche come cornucopia inesauribile di
abbondanza delle Madri di raccolto, avrebbe rappresentato
nella fiaba di Cenerentola la carrozza, ovvero il calderone della
trasformazione e della rinascita, l'oggetto magico per eccellenza.
Nel mito celtico è attribuito alla Cerridwen
e, dopotutto, nella Cenerentola che fugge dal palazzo, scendendo di corsa la scalinata e lasciando indietro la preziosa scarpetta, si potrebbe vedere una reminiscenza
della Dea Rhiannon (Rigantona) che, nel primo ramo dei Mabinogion, appare nelle
sembianze di una giumenta bianca, risultando a lungo inafferrabile all'eroe
Pwyll.
Ciò proverebbe, se non altro, secondo una personale suggestione, che il
«mito della irraggiungibilità», ovvero della «cerca» che emerge in Cenerentola è stato mantenuto intatto dai Celti rispetto a una epoca antecedente, dato che
il culto del cavallo in Britannia secondo Robert Graves risale ad epoca preistorica ed
è rintracciabile anche nel mito delle Tre Epone, che altro non sono che un
volto della trinità lunare della Grande Madre venerata nell'Europa
pre-agricola, menzionata nelle scritture della egittologa Margaret Murray, rintracciata nel Culto di Diana.
Fra l'altro, lo stesso autore, ci ricorda che gli
uccelli di Rhiannon sono anche le sirene che, abbiamo visto, altro non sono che
le Madri Uccello dell'Europa e Asia Antica che rivivono nelle dee di tutte le
mitologie europee che qui abbiamo elencato.
Gli uccelli che soccorrono
Cenerentola, dopotutto, sono un topos presente in tutte e tre le versioni della fiaba qui
discusse (Grimm, Perrault, Versione egizia) a prova che la fiaba affondi le sue radici nelle reminiscenze delle
madri preistoriche...
“É la zucca, nella fiaba di Cenerentola, la carrozza per quel mondo altro di cui gli antichi ebbero visione e che, forse, nei Giorni dei Morti, è veramente possibile varcare”. Rosaspina
*****
“Nelle Hawaii c’erano degli stregoni che accalappiavano
le anime delle persone viventi, le imbottigliavano dentro a delle zucche e le
davano da mangiare alla gente. Strizzando un’anima con le mani, scoprivano il
posto dove qualcuno era stato sepolto segretamente”.
James G. Frazer, Il
Ramo d’Oro, Pericoli dell’Anima (p.229)
*****
Riflessioni, La Fiamma di Persefone e La Discesa
Strega in Rosa, alla luce delle recenti delucidazioni, ha scelto di chiamare la ricorrenza qui narrata Festa degli Spiriti, dei Morti e delle Antenate, dato che ciò
che più conta (per la tradizione qui sondata e ritenuta ancora possibile) è recuperare la voce delle donne e
semidee che hanno camminato il mistero della discesa e della soglia sull'altro
mondo, prima di noi.
Come Persefone nel mito greco primitivo sceglie di
afferrare la fiaccola e scende nel regno di sotto (immagine ereditata dal mito egizio) con la volontà di far luce (come Cenerentola che nella versione dei Grimm fa luce alle sue sorellastre) tra le anime sofferenti dei defunti, così questo luogo liminare concepisce la sua fiamma, che forse ha ancora più
ragione di brillare se circondata dalla tenebra, dove illumina anche gli
spiriti e non vive, egoisticamente, solo per se stessa.
Quello dei Celti è
soprattutto un luogo altro, che affaccia su una estate di perpetua giovinezza e
beatitudine, quello dei popoli sciamanici artici e baltofinnici (e norreni,
secondo le descrizioni di tale terra nelle saghe che si ha nominato lungo il
saggio) è una isola avvolta dalla nebbia, oltre la Stella Polare, nel mitico
Nord iperboreo abitato da streghe, bionde fanciulle di luce, serpenti e
uccelli.
Per gli Egizi (e per i greci che ne hanno assimilato il mito) è invece
una discesa profonda, un luogo sotterraneo dove farsi strada nella ricerca
dell'anima del morto, nelle tombe, reminiscenza di una concezione neolitica, dove le i morti erano inumati sotto le proprie abitazioni, in corrispondenza del focolare (andata perduta con le norme igieniche introdotte dai Romani).
Ognuna/o scelga dove recarsi,
per questo Halloween, a quale tradizione, fra quelle qui presentate, ispirarsi liberamente,
per essere in pace con se stessa o se stesso, abbandonando la mente per un momento e accedendo a quel luogo di armonia che soltanto l'intuito può ispirare.
Per
ognuna e ognuno sarà diverso, quel luogo.
Ed è un bene che sia così.
Nell’atto di
scavare la zucca, è lì che incomincia la vera cerca: si cammina la profondità,
sia nel frutto che dentro di sé e si percorre la vera discesa.
Il fuoco che
brilla nella zucca ci invita a scorgere dentro di noi quella stessa luce,
quello stesso calore che nella immagini delle antenate adesso ci chiede di
ritornare alla nostra vera natura, alla nostra immagine, al nucleo, al vuoto,
alla vita sotterranea che esiste nel buio dell’utero, a ricordarci le radici,
la pianta che siamo, l’animale che ci abita e sussurra la sua natura arcaica.
Si augura a tutte le visitatrici a tutti i visitatori un autunno sacro, un
Halloween magico e colmo di risate e di lacrime, una Ognissanti di silenzio e
di rumore, di solitudine e di compagnia.
Ognuna e ognuno facciano ciò che
ritengono meglio per sé, affinché la voce dei propri morti possa farsi spazio e
condurre armonia e insegnamento, attraverso la luce che dalle zucche sgorga e
zampilla nello sguardo, irrorando gli occhi con i bagliori del mondo altro.
Se non avete il tempo di intagliare una vera zucca, e di creare un
rituale “tangibile” per la celebrazione della ricorrenza degli spiriti dei morti,
non dimenticate l'antico detto degli alchimisti che recita “Non carboni
ardenti o accesi faggi per l'alchemica pietra usano i Saggi...”
*****
Libere rime per la Festa di Halloween
di Rosaspina
né in un mondo né in quell'altro,
fluttua il tempo del Samonio,
fuoco caldo tra le nebbie.
Ave e avi poi s'aggiran,
dal portale nel paiolo,
sorgon tutti un gran scompiglio,
Note
(1) Plinius Secundus, Gaius. Naturalis Historia, VII.10; Pekkanen 1986; Pentikäinen, La Mitologia del Kalevala.
(2) Olivetti Media Communication. “Pneuma”. Dizionario Greco Antico – Italiano.
La definizione di vita e di anima come soffio, era in
uso già tra i filosofi presocratici.
In greco, la parola soffio, ovvero pneuma,
rappresenta il principio vitale che anima tutte le cose. Pertanto, nella notte
di Halloween (ma anche nel resto del periodo mercuriale e trasmutativo che
caratterizza la stagione di morti e spiriti) gli antenati possono, logicamente,
ristabilire un contatto con i vivi grazie a quel soffio che dentro la zucca,
secondo M. Cachet, verrebbe risvegliato.
Col termine alchemico mercuriale, mi
riferisco chiaramente al fatto che, proprio come Mercurio o come Hermes, in
questo periodo dell'anno abbiamo la possibilità di viaggiare tra più
dimensioni, sperimentando ciò che nel resto dell'anno è insondabile.
Bibliografia e sitografia
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Asbjørnsen, Peter Christen, and Jørgen Moe. The Complete and Original Norwegian Folktales of Asbjørnsen & Moe. Translated by Tiina Nunnally, University of Minnesota Press, 2019.
“Aschenputtel.” Wiktionary, Wikimedia Foundation.
“Askeladden.” Wikipedia, Wikimedia Foundation.
“Askepot.” Den Danske Ordbog, Det Danske Sprog- og Litteraturselskab.
Behind the Name. “Rhodopis.” Behind the Name.
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Barozzi, Marco Fulvio. Tracce Celtiche, curiose, misteriose ed inquietanti: Piccolo viaggio all'interno di alcuni segni, misconosciuti o ignorati, del passato celtico antico e medievale nell'Italia alpina e padana. Edizioni della Terra di Mezzo.
Bede. The Reckoning of Time. Translated, with introduction, notes, and commentary by Faith Wallis, Liverpool University Press, 1999, p. 53.
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Emanuele, Claudia. Le Divinità Femminili del Pantheon Nordico. Edizioni La Zisa, 2015, p. 23.
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Farrar, Janet, e Gavin Bone. The Inner Mysteries: Stregoneria Progressiva e Connessione con il Divino. Prefazione a cura di Phyllis Currot, Casa Editrice Brigantia.
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Testo di Claudia Rosaspina Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti fotografia: afanciulTwist.com

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