L'Ultimo Guttviarghini (epiteto tratto dalla omonima leggenda locale) che è stato avvistato a Macugnaga, ad esempio, viveva giù a Staffa, al vecchio tiglio, vicino al cimitero.
Si dice che una mamma con un bambino piccolo uscì dal cimitero dopo una visita ai morti e lì vide il vecchio guttviarghini.
Il bambino disse allora alla mamma: — Muotti, muotti luk! —.
Ovvero — Mamma, mamma guarda! —.
— Quello lì non ha i piedi come noi. Ce li ha girati all'indietro —.
E la mamma rispose: — Schwitt! —.
Ovvero — Taci! —.
— Loro sono così —.
Allora il guttviarghini disse: — Il più piccolo è il più cattivo, il più piccolo è il più malizioso. Di qui me ne vado e non tornerò più —. Poi si arrampicò sul tiglio. Una volta in alto, buttò un gomitolo di lana molto alto, tanto che quella mamma non lo vide. Si arrampicò sul filo e sparì. Per sempre.
Il motivo del nano (o della nana) che scompare appeso a un filo lanciato in cielo è ripreso in Bugener, Valsesia 1968, “La Fuga dei Nani” (Cfr: Ibidem).
Nella espressione leggo anche, sempre per intuito, la parola Varg che in lingua norvegese significa lupo, richiamando quindi, sempre che io non sia in errore, una natura ferina.
In attesa di confrontarmi con qualche ossolana od ossolano ad hoc, lascio che la riflessioni sfumi e porti a galla verità e intuizioni (che di solito vengono confermate...).
Nel Libro intitolato Luci su Croveo, di Don Tullio Bertamini; “benandante” è ancora un modo per intendere la malefica, la strega, la lamia o empusa (una delle Epifanie di Ecate, secondo i Fratelli Manciocco), la donna della tregenda e delle oscure arti.
Sull'argomento, consiglio, fra l'altro, lo spirito di
Nataša Cvijanović; che svolge le sue ricerche a Udine, nell'area dove questa figura ha visto il suo apogeo e che potete ascoltare nella grintosa intervista intitolata Cos'è un Benandante?.
A ogni modo, che le creature mostruose, a cavallo tra l'essere umano e le bestie selvatiche “dai piedi tipicamente incriminati” possano essersi nel tempo fuse alle temutissime donne e uomini che praticavano stregherie nelle Valli e negli angoli delle Montagne dove l'opera di cristianizzazione è stata più difficile a farsi che a dirsi; non è certo solo una mia intuizione.
Senz'altro, anche il legame linguistico che presagisco non è frutto dell'immaginazione: le popolazioni Walser, ovvero gente delle Alte Alpi, di origine germanica (la parola deriva dalla contrazione di Walliser, “abitante del Canton Vallese” in tedesco vallesano), hanno colonizzato tra il XII e XIII secolo le regioni alpine attorno al massiccio del Monte Rosa, oltre ad alcune località della Val d’Ossola.
Gli insediamenti walser sono ancora oggi visibili nell’attuale Ornavasso e nella sua frazione di Migiandone, in Valla Anzasca, a Macugnaga vero e proprio scrigno di questa cultura così ricca di fascino, e ancora negli splendidi insediamenti di Salecchio, in Valle Antigorio e in Valle Formazza.
Il più antico documento giunto a noi che testimonia la fondazione di un insediamento walser risale al 10 maggio 1253 e riguarda la colonia di Bosco Gurin, nel confinante Canton Ticino: molto probabilmente, nello stesso periodo, le popolazioni germaniche giunsero anche in Val d’Ossola.
%20(1).png)
Commenti
Posta un commento