“Un'età della religione è stata ovunque preceduta da un'età della magia”.
James G. Frazer
La celebre Margaret Murray nel saggio pubblicato nel 1921 sostenne per la prima volta la tesi secondo cui la stregoneria rituale sarebbe da ricondursi all'antica pratica cultuale, risalente all'epoca precristiana che chiamò, guarda caso, «culto di Diana», in riferimento probabilmente alla Diana preromana che in verità ha radici preindoeuropee e siede su tracce cultuali antichissime, insieme alla antenata Befana.
Tale religione di matrice femminile-lunare, secondo la nostra «visionaria» Murray era diffusa presso i popoli dell'Europa Occidentale in una fase storica pre-agricola, ovvero persino antecedente allo sviluppo dell'agricoltura quale sistema preminente per l'approvvigionamento del cibo.
Le origini della stregoneria sono celate tra le nebbie del tempo e potrebbe avere effettive radici nel momento in cui l'Homo Sapiens cominciò a migrare verso oriente e occidente.
Le pratiche magiche essenziali primitive, con tutta probabilità avevano lo scopo della «sopravvivenza», ossia di guidare e proteggere, ad esempio, nella stagione della caccia o degli amori, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa.
Da sempre, alla cura e alla guarigione erano per natura affini le donne, nondimeno alla protezione del focolare nel neolitico, che quindi avevano a che fare con gli spiriti che erano considerati causa delle malattie.
La guarigione e la sua magia erano soprattutto ad appannaggio delle donne, che si suppone custodissero anche la magia del sangue, della vita e della morte in quanto datrici del sangue sacro, la mestruazione.
Furono con tutta probabilità lo sviluppo agricolo e stanziale a far sì che la pratica della guarigione incominciasse a passare ereditariamente, di famiglia in famiglia.
La magia – dal greco «magikē», a sua volta connesso alla parola mantica – era una arte che veniva tramandata alla stregua delle altre, come la lavorazione dei metalli e del legno o la cura del bestiame.
Nelle tribù e villaggi viveva quindi un concetto di strega puro, privo dai preconcetti del cristianesimo e del ventesimo secolo a venire.
Conseguentemente si diffusero le differenti culture nel continente: celtica, germanica, italo-etrusca, greca ecc.… che portarono alla acquisizione di una semiotica culturale che ben si esprimeva anche nelle specifiche differenze linguistiche.
In quanto figlie e figli delle nostre antenate e antenati europei antichi, siamo tutte e tutti, però (perlomeno per coloro che ne sentono la chiamata) eredi delle nostre madri, delle nostre nonne e via dicendo, fino a ripercorrere l’intero albero genealogico che ha radici nel mistero delle origini.
Un mistero che cela memorie di cui alcune di noi sono dimentiche ma che una parte del nostro cervello antico, non ha dimenticato.
Oltre ad essere le persone umane che crediamo di essere, in noi scorre infatti «il flusso delle memorie di quelle ave» da cui, come streghe, abbiamo il potere di attingere.
Ogni strega ha effettivamente una sua “borsa del ricordo” – un sussurro – glifo tracciato nell’anima come un segno, reminiscenza di un tempo in cui, chi ha camminato nel mondo con il nostro DNA prima di noi, ha praticato l’antica arte delle donne dedicate ai Misteri della Grande Madre , in qualche forma, in qualche contesto.
Per Europa Antica (dove effettivamente tale culto si è generato) intendiamo la dizione scelta dalla archeologa e paleontologa Marija Gimbutas per indicare la cultura preindoeuropea dell'età neolitica, relativamente omogenea e ampiamente diffusa, dove la forma di magia praticata dalle antenate si potrebbe chiamare incanto, inteso come «veglia» o «custodia» della natura in quanto corpo sacro «animato» dalla Grande Madre.
Luna that so bright doth sheen,
Luna that so bright doth sheen,
Persefone in Hell”.
“Diana nelle verdi foglie
Luna che splendi così luminosa
Luna che splendi così luminosa
Persefone nell'inferno”.
John Skleton, Garland of Laurell; Cfr. R. Graves, La Dea Bianca, p. 443

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