Tutti, in quel paese di Val di Susa, conoscevano il gatto di
Minghin, il pastore. Era una bestia magnifica, alta come un capretto dalla
grossa testa rotonda, e con due occhi misteriosi, che, quando guardava, a
pupille dilatate, sembravano due fari color d'oro. Ma la cosa che più rendeva
singolare quel gatto era il suo manto nerissimo, lucente, folto, che brillava
al sole come l'ala dei corvi.
Quel gatto non miagolava mai, non giocava con altri suoi
pari sui tetti, non si accaniva dietro i topi.
Sembrava un pascià, sempre sazio e sempre sopra pensieri. Lo
si vedeva nei luoghi più solitari della casa o sui comignoli, a guardar lontano,
come se volesse parlare con le rondini o con le nuvole.
Una sera, durante una veglia invernale mentre la famiglia si
trovava raccolta attorno al fuoco, per uno di quei casi che qualche volta si
verificano anche nei luoghi dove sono delle donne, si fece intorno un curioso
silenzio. Nessuno parlava e si udivano sgocciolare i tetti. Improvvisamente in
quel silenzio si levò una voce che non si sapeva d'onde venisse, ma che tutti
udirono distintamente.
— Ruin lè mort — disse la voce misteriosa e tacque.
Tutti si guardarono stupiti e un po' anche spaventati. Chi
era mai quel Ruin, di cui la voce misteriosa e in modo così strano annunciava
la morte? Ma mentre essi s'interrogavano tra loro con lo sguardo, il gatto
nero, ch'era vicino al fuoco, balzò in mezzo alla alla stanza.
— Ruin l'è mort — disse con voce limpidamente umana —
adess tocca a mi —. Fece un giro su se stesso e, guizzando come come la
testa di un fiammifero, sparì.
Quel gatto non era altro che lo spirito di uno stregone,
condannato a vivere sotto quella forma per un determinato tempo. La morte di
quel Ruin doveva segnare la fine del suo supplizio, e quando quella avvenne, lo stregone dileguò nel regno degli spiriti dell'aria.

Enciclopedia della Fiaba, a cura di Fernando Palazzi, Fiabe classiche, mitologiche e regionali italiane, Casa Editrice Giuseppe Principato (Milano-Messina 1953), Il Gatto Nero, Leggenda Piemontese della Val Susa, p. 386
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