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Il Gatto Nero

Tutti, in quel paese di Val di Susa, conoscevano il gatto di Minghin, il pastore. Era una bestia magnifica, alta come un capretto dalla grossa testa rotonda, e con due occhi misteriosi, che, quando guardava, a pupille dilatate, sembravano due fari color d'oro. Ma la cosa che più rendeva singolare quel gatto era il suo manto nerissimo, lucente, folto, che brillava al sole come l'ala dei corvi.
Quel gatto non miagolava mai, non giocava con altri suoi pari sui tetti, non si accaniva dietro i topi.
Sembrava un pascià, sempre sazio e sempre sopra pensieri. Lo si vedeva nei luoghi più solitari della casa o sui comignoli, a guardar lontano, come se volesse parlare con le rondini o con le nuvole.
Una sera, durante una veglia invernale mentre la famiglia si trovava raccolta attorno al fuoco, per uno di quei casi che qualche volta si verificano anche nei luoghi dove sono delle donne, si fece intorno un curioso silenzio. Nessuno parlava e si udivano sgocciolare i tetti. Improvvisamente in quel silenzio si levò una voce che non si sapeva d'onde venisse, ma che tutti udirono distintamente.
— Ruin lè mort — disse la voce misteriosa e tacque.
Tutti si guardarono stupiti e un po' anche spaventati. Chi era mai quel Ruin, di cui la voce misteriosa e in modo così strano annunciava la morte? Ma mentre essi s'interrogavano tra loro con lo sguardo, il gatto nero, ch'era vicino al fuoco, balzò in mezzo alla alla stanza.
— Ruin l'è mort — disse con voce limpidamente umana — adess tocca a mi —. Fece un giro su se stesso e, guizzando come come la testa di un fiammifero, sparì.
Quel gatto non era altro che lo spirito di uno stregone, condannato a vivere sotto quella forma per un determinato tempo. La morte di quel Ruin doveva segnare la fine del suo supplizio, e quando quella avvenne, lo stregone dileguò nel regno degli spiriti dell'aria.

Note

La leggenda piemontese della Val Susa evoca il mito della Strega che si tramuta in forma animale: il racconto non manca di sottolineare che il fatto che un gatto potesse parlare fosse uno di quegli avvenimenti tipici dei luoghi dove “vi sono donne”, fra l'altro citandolo nel contesto di riunioni intorno al fuoco, forse una reminiscenza della famigerata tregenda
Fatto sta, che nel periodo della Caccia alle Streghe le segnalazioni circa donne e uomini in grado di tramutarsi in bestie quali civette, volpi, serpenti e gatti erano molto frequenti (in Piemonte come altrove). 
Se non altro, il brano suggerisce un punto di vista lontano dal cliché secondo cui il gatto nero porterebbe sfortuna.


Bibliografia

Enciclopedia della Fiaba, a cura di Fernando Palazzi, Fiabe classiche, mitologiche e regionali italiane, Casa Editrice Giuseppe Principato (Milano-Messina 1953), Il Gatto Nero, Leggenda Piemontese della Val Susa, p. 386

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Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.

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