Stamattina ho riflettuto su qualcosa che avrei voluto
condividere da tempo, ma i mesi si sono rincorsi così velocemente, dal
matrimonio a questa parte, avvenuto proprio nel giorno dell’equinozio di
primavera, che non ero ancora riuscita a cogliere un attimo di vero respiro per riordinare pensieri, vecchi e nuovi.
È fra le stanze di questa dimora intangibile, che amo godere
dei momenti di crepuscolo della giornata, dove mi trovo ancora in quello stato
d'essere sopito tra sonno e veglia. Il Crepúscolo, che indica quella “luce dubbia”, ancora delicata
che spunta proprio nel momento di passaggio dalla notte al giorno e viceversa quando il giorno viene a poco a poco inghiottito dalla tenebra della sera, viene dal latino crepúsculum, forma diminutiva di “crèpus” significa “alquanto
buio”, figuratamente “dubbioso”; secondo Curtius sta per “knè-pus”, “knepúsculum”
da una radice knap e propriamente “sknap”, ovvero “essere oscuro”, onde
pure il greco “knèph-as” ossia tenebre, caligine, crepuscolo, con la n
convertita in r (1).
Da quando ho ricominciato a
praticare la magia dell'andare a letto relativamente presto – una abitudine che mi ha
trasmesso mio marito, instancabile lavoratore – ho goduto del dono crepuscolare dell'alba e
del suo messaggio segreto ancora
più profondamente. Ho smesso di sfidare la mia vera natura e ho incominciato a
concedermi il lusso – non privo di fatica – di quell'insostituibile squarcio
sull'anima che il sole rossastro del primo mattino sa donarmi. Rifletto su
questo, perché ormai da qualche giorno quando mi desto è ancora buio profondo; fatico
un pochino ad abituarmici, e adesso che ottobre è incominciato, provo una lieve nostalgia per le mattine estive,
nelle quali i primi raggi del sole filtravano dalla finestra mentre ancora
schiudevo lo sguardo... Adesso questo si verifica un po' più tardi del solito, ma non mi lamento. Ogni stagione ha il suo dono, e so
che l'autunno è promessa di nebbia, di quel profumo pungente e zuccherino – così
mi piace chiamarlo – che solo essa sa dare all'incanto mattutino. D’altra parte,
quando certi raggi li si ha dentro, ed è così, si può
affrontare qualsiasi oscurità, qualsiasi “discesa”, sia nei luoghi delle
profondità interiori, che in quei “piccoli abissi” scanditi dal tempo che dividono
il giorno dalla notte.
Durante la piccola intervista che ha pubblicato il nostro
gioielliere siciliano di fiducia, relativa a quando ci siamo incontrati per scegliere come
avrebbero dovuto essere le nostre fedi nuziali, dissi, con il mio compagno di vita al fianco, proprio questo, che
desideravo “che non fossero le solite fedi, ma che avessero una sorta di
intaglio, una crepa, finestra che dava su una visione di crepuscolo interiore”,
che mi ha ispirata, nel caso della mia personale fede, a scegliere il rubino
per quel particolare “varco” scritto nell'oro, la pietra che in quel periodo più di tutte
rifletteva quella ispirazione liminare. Fra
l'altro, “crepuscolo”, era uno dei possibili nomi per la mia nuova casa di scrittura: il
rosa, è stato una sorta di “evoluzione” di quella originaria percezione, intima e segreta, tra il
crepuscolo vermiglio del tramonto, e le delicate sfumature dell'aurora che mi avevano aiutata ad emergere da un periodo difficile.
Michele, invece, ha scelto, per quello squarcio d'anima
sulla fede nuziale di cui riferito poc’anzi, lo smeraldo, per via delle tonalità di verde che lui tanto ama. Ci tenevamo – a differenza di quanto molti e molte ritengano
accada e spesso accade in una unione coniugale – che ognuno/a
mantenesse, nonostante l'inopinabile legame eterno che stavamo andando a creare, una
finestrella sul proprio incanto personale, la quale ci siamo ripromessi che sarebbe rimasta intatta, sempre aperta e
fresca, affinché avremmo potuto ricordarci in ogni momento che essere una cosa sola non avrebbe significato rinunciare al legame con la radice unica e profonda che abita dentro e che per natura è propria e personale. Per me, una
soglia di foschia, luce rosea e vermiglia e crepuscolo sacro, sospensione;
per Michele, un luogo di edera verde rampicante, alberi imponenti, suoni di una natura
rigogliosa. Un tempo rosa e uno verde, uniti nel bianco candore del matrimonio
nato dalla gioia e dalla pura e libera decisione di entrambi.
Penso che, oggi, andrò a riascoltarmi quelle parole
raccontate quella sera, ringraziando ancora di cuore il nostro Rosario Alì per
aver dato forma a una voce che, in qualche modo, aveva tentato di trasmettere l'inspiegabile.
Lui l'ha colta, come forse nessun altro avrebbe saputo fare...
“Il vuoto aurorale non indica una mancanza: non è un vuoto
da riempire. Non è neppure il risultato
di uno svuotamento che azzera tutto. Piuttosto è l’esito
di un evento inaspettato: la conseguenza di un inciampo
sullo scoglio dell’esistenza che ridimensiona tutte le aspettative, le
aspirazioni, i bisogni, gli impegni e i ruoli che ruotano attorno
all’inessenziale. Così facendo, permette l’emergere di una nuova forma di
orientamento e fa spazio a una dimensione dell’esperienza che altrimenti
rimarrebbe inaccessibile. Si tratta pertanto di un vuoto carico di promesse
che, anziché oggettivare qualcosa che esiste già, consente la nascita di
qualcosa che sta ancora sorgendo” (2).
Nelle parole di Guido Cusinato, è custodita l'essenza di ciò che quel varco luminoso e cristallino sulle vere voleva significare – e significa – per noi. Quel vuoto di cui parla, che in realtà è apertura su una pienezza prima sconosciuta, è il passaggio attraverso il quale due mondi possono unirsi, non limitandosi a vicenda, bensì sprigionando la possibilità che nuove realtà nascano ancora, come la promessa dell'alba che non si sa mai cos'ha in serbo, eppure la si attraversa pienamente, senza paura di ciò che penetrando quello squarcio si incontrerà...
All'alba di ottobre, saluto allora l'estate e il suo caldo tramonto che ancora diffonde dentro, questa volta definitivamente, e lascio che l'inaspettato di questo autunno ci inebri, attraverso passaggi incantati ora sconosciuti. Ce lo meritiamo.
L'intervista agli sposi: Le fedi di Claudia e Michele
Le fotografie degli anelli: Album fotografico
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Bibliografia
(1) Pianigiani, Ottorino. Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Forgotten Books, 2018, p. 366.
(2) Cusinato, Guido. Vuoto aurorale. Genova: Il Nuovo Melangolo, 2025.
Crediti fotografia: Pinterest di artista ignoto/a

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