Beda il Venerabile, nel De temporum ratione (VIII sec.) testimonia nientemeno che nei tempi antichi, gli inglesi calcolavano i mesi secondo il corso della Luna. Perciò, sul modello dei Greci e dei Romani, i mesi prendevano il nome dalla Luna, poiché la Luna era chiamata “mona” e il mese “monath” (1).
“Eosturmonath”, aprile, si traduceva con “mese pasquale”, così detto per via di una loro dea chiamata Eostre, in onore della quale, in quel mese, si celebravano le feste (2) e, presumibilmente, le si offrivano sacrifici (3). Quei popoli, designavano altresì la stagione pasquale con il suo nome, chiamando le gioie del nuovo rito con il nome tradizionale dell’antica osservanza (4).
Si tratterebbe altresì di una traduzione del latino ecclesiastico Albae paschales, ovvero l’ottava di Pasqua, la settimana festiva dei neobattezzati così chiamata per le vesti bianche (lat. albae) dei battezzati (cfr. albus “bianco”, sostantivato alba “veste bianca”, nel latino ecclesiastico “abito battesimale” e anche “veste liturgica bianca del sacerdote”, ma anche nel latino volgare “luce del mattino, alba, aurora”). Da qui Albae (paschales) sarebbe stato reso con il plurale antico alto tedesco ōst(a)rūn e antico inglese Ēastron, probabilmente anche in riferimento alla celebrazione mattutina della messa pasquale e all’orientamento verso est dei battezzati (14).
Il dizionario, conclude in ogni modo che “non è sostenibile la vecchia ipotesi di Beda secondo cui la denominazione derivi da una festa primaverile precristiana o dal nome di una dea germanica della primavera denominata Eostrae, poi trasferito alla festa cristiana” (15); tuttavia, ritengo che il fatto che anche tra gli antichi popoli germanici si ritrovi la suggestione del bianco, comprometta il diktat: “le fanciulle, vestite di bianco, a Pasqua, nientemeno nel tempo del ritorno della primavera, si lasciano scorgere in grotte rocciose o sui monti, ricordano l’antica dea” (16).
Una ipotesi plausibile, è che i missionari tollerarono il nome della antica dea e lo applicarono a una delle più alte feste cristiane dell’anno, talmente era radicata la sua presenza (17). In ogni modo, testimonia J.Grimm, tutti i popoli attorno alla Germania mantennero la denominazione “pascha”: perfino Ulfila – autore del famoso codex argenteus – utilizzò paska, non austrō, sebbene gli fosse certamente nota l’espressione; proprio come le lingue nordiche introdussero páskir (svedese pask, danese paaske) (18).
Sfortunatamente, è da dire che non esistono prove di una tale divinità germanica (né della Ostara di Jacob Grimm), per cui alcuni studi etimologici incoraggiano a credere che la Eostrae di Beda fosse stato solo un tentativo di spiegazione del termine antico inglese Ēastron (19), eppure sappiamo con certezza che sono molte le rappresentazioni pagane passate alle principali feste cristiane, e non il contrario...
A proposito dei riti ricordati da J.Grimm, in occasione della Pasqua si accendevano fuochi di gioia, e secondo una
credenza popolare a lungo persistente, il sole, la mattina del primo giorno di
Pasqua, appena sorto, compierebbe tre salti di gioia, ovvero una “danza di felicità” (20). L’acqua raccolta al mattino di Pasqua sarebbe, come quella di Natale, sacra e
dotata di potere curativo (21).
Nel descrivere queste pratiche, Grimm osserva ancora come la Chiesa, nel processo di cristianizzazione, abbia spesso tollerato e assorbito elementi pagani, cosicché la festa di Pasqua conservò accanto a sé usanze tradizionali come gli Osterfeuer (22). I fuochi pasquali, attestati in diverse regioni e accesi già alla vigilia o al crepuscolo del giorno festivo, risultano pratiche diffuse ma non sempre documentate nei dettagli (23). Nel contesto, Grimm si chiede esplicitamente se sia lecito ricondurre tali fuochi al culto di una dea pagana Ostara, pur precisando che si tratterebbe di una entità probabilmente locale e non universalmente venerata, il cui nome e le cui feste sarebbero stati trasferiti al calendario cristiano, notando come in epoca moderna le autorità ne abbiano spesso limitato la pratica...(24)
In una prospettiva comparativa, lo studioso sottolinea altresì che i fuochi pasquali germanici non possono essere semplicemente derivati da tradizioni cristiane o da riti romani, ad esempio le Parilia (ricordate nel contesto anche da J.G. Frazer) ma vanno piuttosto ricondotti a più antiche consuetudini del paganesimo germanico (25). Con il termine “germanico”, qui, si intendono le tradizioni dei popoli germanici anteriori alla cristianizzazione, in riferimento a quei popoli e aree geografiche che condividevano tradizioni, strutture culturali e mitiche comuni, diffuse in un’ampia area dell’Europa centrale e settentrionale, dalla Germania alla Scandinavia fino all’Inghilterra anglosassone, e comprendenti anche i territori dei Goti, nei loro diversi rami, estesi fino all’Italia ostrogota, alla Spagna visigota e ad alcune regioni dell’Europa orientale.
Gli attributi di Eostre e radici etimologiche a confronto dal Mediterraneo alla Scandinavia.
L'attributo forse più importante di “questa” Eostre è, in definitiva, la luce, che appare, idealmente, in un momento liminale dell'anno (e forse anche ogni mattina), niente meno al suo sorgere; il che rappresenta un comune denominatore con altre due dee, (entrambe affini alla primavera, alla fertilità ma, inevitabilmente, anche alla morte) ossia Holda e Bertha i cui doni si tramutano in oro. Tutte e tre le dee germaniche si collocano quindi intuitivamente nella figura della dama bianca del folklore germanico (26): sono coloro che appaiono in forma luminosa, le portatrici di luce, ma quello della Ēostre anglosassone e della sua ipotetica controparte germanica Ostara, è senz'altro l'esempio più chiaro di una dea dell’Aurora che si lega a una singola festività, in questo caso primaverile, da cui derivano Easter e gli Ostertage (27) (in tedesco, “i giorni”, die Tage (m.s. der Tag), di Pasqua, Oster); ma gli indizi di un antico culto legato all'alba, si trovano anche nel primo Partenio di Alcmane, un canto composto per una cerimonia spartana in cui le ragazze apparentemente portavano un aratro in processione. Il periodo dell’anno è incerto, ma vi sono indizi che le attività iniziassero prima dell’alba...(28).
Secondo una interpretazione dei versi 39–43, Agido, una ragazza che si trova separata dalle altre cantanti e la cui “luce” esse celebrano, “attesta per noi che il sole splende”; ciò potrebbe significare che ella stia su un’altura, osservando la prima comparsa del disco solare sopra l’orizzonte e segnalandola sollevando una torcia (29): “Canto ora la luce che è di Agido, la vedo splendere luminosa come quella del sole stesso, che ella stessa ora invoca, affinché risplenda su di noi” (30).
Nei versi 87–89 il coro canta: “eppure è desiderio di questa stessa fanciulla (Agido) piacere ad Aotis, per quanto le è possibile, poiché la dea è colei che guarisce il nostro dolore” (31).
Aotis, qui, è con tutta probabilità un epiteto di (Artemide) Orthia, con il significato di “dea dell'aurora” (32) e il suo nome non può che essere una forma estesa di Aos, l’Aurora (33).
Appare evidentemente, secondo una interpretazione del filologo del Novecento M.L. West, che siamo davanti a una dea dell’alba celebrata in occasione di quella che presumibilmente è una festa annuale (34) – tornando, ancora, al principio temporale che caratterizza la nostra Ostara. Forse – suppone – la sua apparizione in questo giorno poneva fine alle fatiche dell’inverno (35); così Aotis in Alcmane è colei che guarisce i dolori, forse nel senso più ampio di condurre alla cessazione del caos d'inverno, dominato da spiriti e marce selvagge tipiche della letteratura della Bertha (niente meno la nostra Befana che rappresenta la grande antenata celeste), per riportare al momento dell'anno dove tutto, quasi universalmente, si risana e fiorisce.
Anche la dea italica Mater Matuta, ossia la “Madre del Mattino” – sulla quale avevo condiviso in passato alcuni appunti di viaggio, dopo averla incontrata presso la Chiesa della Madonna della Neve di Suno – era considerata, almeno da alcuni, nient’altro che Aurora, sebbene avesse chiaramente anche altre associazioni (36). Le celebrazioni in suo onore, a Roma, ossia i Matralia che si tenevano l'11 giugno, iniziavano anch'esse all’alba con un’offerta di focacce che erano flava, ossia “bionde, dorate”, lo stesso colore associato ad Aurora in Ovidio (37).
Queste e altre focacce rituali, potrebbero originariamente essere state simboli solari (38).
Anche dalla analisi etimologica di J. Grimm, si evince la “natura cardinale” di Eostre/Ostara: l’avverbio alto-tedesco antico ostar (ôstar) significa “direzione verso il mattino” (die Ricktung gegen Morgen) – ossia l'Est, il punto dove sorge il sole – così anche l’antico
nordico austr, probabilmente l’anglosassone ēastor (eästor), il gotico austr (äustr) (39).
La radice protoindoeuropea fondamentale (e comune), sembra allora essere *aus-, che significa “brillare”, in particolare riferita all'alba, la quale potrebbe anche essere la fonte del greco ēōs “alba”; latino Aurora “dea dell'alba”, “auster” “vento del sud”; lituano “aušra” “alba”; inglese antico east “est” (40) indicando quindi l'Oriente, mentre Grimm fa notare che è stata la lingua latina a spostare la forma del tutto identica auster verso la regione del mezzogiorno, ossia il Sud (41).
A onor del vero, nell'Edda appare uno spirito (presumibilmente luminoso) di sesso
maschile, nello specifico un nano, che trae propriamente il suo nome da uno dei punti cardinali. Egli si chiama “Austri” (42), il che lascerebbe intendere l’esistenza di una forma
nascosta al femminile della stessa presenza, “Austra”, tuttavia, il ceppo
alto-tedesco e sassone sembra aver portato solo ad una forma femminile Ostara, Ēastre (Eástre), e non a un
maschile Ostaro, Ēastro (Eástr(o)) – interessante sottolineare che, da questa radice sono derivati alcuni nomi composti tra cui “Ostroberht, Austroberhta, Austregisil, Ostrogotha, come Visigotha, Vistrimund, Westaralp, Sundiral, Nordberaht” ecc... Qui starebbe forse il motivo per cui i popoli nordici dicono páskir e non forme in austr- : essi non avevano venerato una dea Austra, oppure il suo culto era scomparso molto presto (43).
“ (...) Essi presero anche il suo cranio (di Ymir), e ne fecero il
cielo e lo posero sopra la terra poggiato alle sue quattro regioni e sotto ogni
angolo misero un nano. Essi si chiamavano Austri, Vestri, Nordhri, Sudhri”.
Sturluson, Snorri. Edda, Gylfaginning, p.57.
***
Il dilemma Ostara/Ishtar tra verità e confusione.
Secondo una corrente moderna, che non trova radici nelle fonti di ricerca autorevoli, dedotta con tutta probabilità dalla familiarità del suono di Ostara, che “assomiglierebbe” a quello della dea accadica Ishtar, niente meno la affine fenicia Ashtart, le due dee avrebbero una presunta “connessione”.
Sorvolando sulla incoerenza linguistica, dato che Ishtar/Ashtart (Astarte) provengono da un ceppo mesopotamico accadico e semitico occidentale – in questa ricerca, ritengo altresì che le vere orgini di Eostre/Ostara siano state chiarite – è possibile tutt’al più concedere una affinità simbolica e interpretativa.
Anzitutto, Luciana Percovich sottolinea un legame che (forse, aggiungo) ha potuto verificarsi per via dei rapporti di scambio e transito tra estremo nordeuropeo e Asia Minore/Mesopotamia (44), nondimeno ciò è avvenuto in parte per la eddica Freya; in secondo luogo, si può dire che Astarte – affine a sua volta alla semita Asherah e alla siro-palestinese Atargatis, una delle dee primitive da cui fra l'altro la figura della sirena si è originata (45) – sopravvive nei panni di Afrodite, di provenienza quasi sicuramente fenicia, (l'epiteto Cipride è più recente) che l’ha assorbita. Le sue tracce, sono diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo dato che fu portata ovunque andassero i fenici (46). Si potrebbe dire che in Afrodite riecheggino motivi propri di diverse dee del Vicino Oriente: culti distinti, s’intende, ma intrecciati, che nella tradizione successiva confluiranno anche nella figura che i latini chiameranno Dea Syria (47).
Forse è qui che la chiave del diffuso – e confuso – accostamento fra Ostara e Ishtar trae le sue origini: a Syria (similmente a Eostre) era dedicato l'equinozio di primavera (48) e quindi l’arrivo della bella stagione, il che, se non altro, avvicina le due dee nella loro funzione primaria di condurre l'alba della primavera, anche se ciò non permette ad una onesta ricerca di fonderle gratuitamente.
Frattanto, fin dalla prima storia israelita, si vedeva nelle preziose sette sorelle Pleiadi (identificazione e plausibile provenienza delle sirene, come visto in precedenza nel saggio dedicato alla natura della sirena) la principale guida dei marinai, che si affidavano a queste “sirene celesti” per affrontare le insidie dei mari, in quanto le sette stelle annunciavano l’arrivo della bella stagione, quella in cui era possibile navigare sotto la guida e l'incoraggiamento del cielo.
Forse è possibile, in quanto Ostara/Eostre è stata associata al sorgere del sole, niente meno al primo mattino, immaginarla parte di questa “famiglia di dee” non direttamente parenti, che avevano la funzione di illuminare, guidare, portare luce e, come la Aotis comparata a Ostara da M.West citata in questa ricerca, forse anche guarigione, togliendo dal buio ciò che è nel buio, dal dolore ciò che deve essere risanato, indicando il cammino solennemente, con la grazia di una stella (si pensi a Venere Stella Mattutina) che, se vogliamo, sarebbe propria alla Ostara partorita dal secondogenito Grimm.
Ancora, i punti di incontro si trovano in riti di Pasqua osservati in Grecia, in Italia meridionale e specialmente in Sicilia, che colpiscono per la loro somiglianza con i riti di Adone, forse frutto di un adattamento avvenuto nelle parti del mondo antico dove si parlava il greco, poiché fu lì che il suddetto culto crebbe maggiormente. D'altra parte, ciò non basta a porre in relazione riti e costumi spazialmente lontani, dato che in tutte le regioni temperate non poteva esserci nulla di più naturale che immaginare la resurrezione di una divinità nel medesimo momento dell'anno, quando la natura fioriva e dava segni di nuova vita (49):
“ (...) Ora Astarte, la divina amante di Adone, era identificata col pianeta Venere e i suoi cambiamenti da “stella mattutina” a “stella vespertina” venivano accuratamente notati dagli astronomi babilonesi che ricavavano presagi dalle sue alternate apparizioni e sparizioni. Ma l’astro che il popolo di Antiochia salutava alla festa era nato a Oriente; perciò, se era veramente Venere poteva essere solamente la “stella del mattino”. Ad Afaca, in Siria, presso un famoso tempio di Astarte, era “l’apparizione di una meteora” a dare il segnale per la celebrazione dei riti che cadevano presumibilmente a fine primavera o inizio estate: cadeva, come una stella, dal Monte Libano nel fiume Adone. Si credeva che la meteora fosse “Astarte in persona” e il suo volo attraverso l’aria rappresentava la discesa della dea innamorata tra le braccia del suo amante.
Ad Antiochia e altrove “l’apparire della stella mattutina” nel giorno della festa può, in egual modo, essere stata presa come l’arrivo della dea dell’amore per risvegliare il suo amante morto dal suo letto terrestre” (50).
Tratto da Simone, Claudia Rosaspina. “Iside Stella Maris e Astarte, La Madonna della Stella e le Origini delle dee celesti dei miracoli.” Strega in Rosa, dic. 2023.
Astarte, che abbiamo visto essere il “ponte”, per così dire, tra Ishtar e Atargatis, niente meno con Syria; analogamente a Ostara, era un astro che sorgeva a Oriente, allo scopo di far rinascere la terra dal suo sonno invernale. Forse è questo, che chi ha posto in connessione le due dee, ha cercato di vedere...
E le Lepri?
leg dyni eier bald ins gras!”. (51)
deponi presto le tue uova nell’erba!”.
“Ancora oggi in vari luoghi della Germania si alimentano errori, che tuttavia si vogliono difendere con l’antichità” (56) – queste le parole tratte da Disputatione ordinaria disquirens de ovis paschalibus (XVIII sec.), niente meno una delle prime testimonianze scritte riguardo l'uso delle uova colorate come dono pasquale.
In Sassonia erano chiamate “le belle”, “le rosse” o “le gialle” (58); a ciò forse si riferiva Erycius Puteanus nell’Encomium ovi, quando diceva: “L’uovo è bianco, e tuttavia accoglie tutti i colori: può essere scritto, può essere dipinto, può essere tinto; e ora le usanze della patria lo rendono giallo, ora rosso, ora azzurro” (59).
Queste uova, donate dai padrini di battesimo ai loro figliocci, in realtà diventavano anche dono da amico ad amico, oppure venivano scambiate dagli innamorati.
Ciò era costume in Turingia e in parti della Misnia, dove erano i bambini a chiedere l'uovo pasquale ai loro padrini, tuttavia l’ordinanza politica dell’Elettorato di Sassonia dell’anno 1612, verso la fine, vietò l'usanza, pena di una multa di 10 talleri. Lo stesso suggerimento, è riportato anche dal dotto Christoph Ludwig Diether nel Orbis novus literatus (60).
La maggior parte degli studiosi, ammette altresì di ignorare l’origine di queste uova e del dono pasquale, ma non sono mancate le congetture attorno al fatto:
alcuni le fanno risalire ai Giudei, infatti, nella loro festa di Pasqua, tra le altre cerimonie, hanno anche un uovo sodo come simbolo (61).
Altri ritengono che abbia radici tra i pagani, come Johann Conrad Dannhauer, il quale in un sermone pasquale, disse: “Prima di questo tempo, i ciechi pagani celebravano giochi circensi e feste, per onorare i loro dei Castore e Polluce, nati da un uovo, nel circo ovale…” (62).
Da ciò, ancora secondo lui, deriverebbe anche “quella corsa intorno a uno spazio circolare”, che si conserva ancora presso i cristiani e si svolge il lunedì di Pasqua: qui l’uovo assume un ruolo simbolico, tutt'altro che marginale (63).
Rudolph Hospinian, scrive che nelle feste che seguono la resurrezione, in Germania, era solito banchettare offrendo uova, dolci al miele e focacce, inoltre i ragazzi e le ragazze andavano di porta in porta, soprattutto presso le dimore di coloro che li avevano battezzati (ancora, padrini e madrine) per condividerle in un pasto comune che era evidentemente pregno di significato (65).
Le uova sono altresì emblema della resurrezione: in sé l'uovo custodisce la vita stessa e tutt'oggi è considerato l'alimento completo, capace, da solo, di provvedere al nostro fabbisogno. Spesso è stato sacralizzato, fin dalla cultura vedica a quelle baltofinniche che ne custodiscono la reminiscenza, per via dei forti scambi del passato tra due parti del mondo così lontane: nel corpus mitico di entrambe, sussiste la centralità di una figura femminile legata all'uovo e di uccelli particolari legati al sacro femminino le cui uova sono molto preziose. Dopotutto, nella maggior parte degli animali lo sviluppo dell’individuo prende avvio da una forma ovulare.
Entrando nel vivo della favola, si attesta che nella Germania superiore, in Alsazia e nei luoghi vicini, così anche in Vestfalia, le uova di Pasqua venivano chiamate con un nome derivato da una favola, con cui “si ingannano i più semplici e i bambini”, la quale avrebbe raccontato che la lepre, ossia il “coniglio pasquale”, deponga tali uova e le nasconda nei giardini, nell’erba o nei cespugli, affinché siano cercate con maggiore impegno dai bambini, con riso e divertimento degli adulti. Ma, in realtà – così testimonia il trattato – spesso, sotto il nome di “lepri”, si celano quelle persone imprudenti, dato che avrebbero cercato il divertimento esponendo i bambini a gravi danni della salute; lontani dalla sorveglianza degli adulti, a quanto pare le inghiottivano troppo avidamente e con ingordigia, senza sale, burro o altri condimenti, qualche volta procurandosi conseguenze anche molto spiacevoli (66).
***
Note.
(2) Ibid., p. 54.
(3) Grimm, Jacob. Deutsche Mythologie. Edited by Elard Hugo Meyer, Berlin, F. Dümmler, 1875, p. 920.
(4) Bede, The Reckoning of Time, p. 54.
(6) Einhard. Vita Karoli Magni. ca. 817–830. The Latin Library, 29.
(8) Ibid., p. 32.
(9) Ibid., p. 268.
(10) Simek, Rudolf. Lexikon der germanischen Mythologie. 2nd ed., Alfred Kröner Verlag, 2006, pp. 85, 316.
(11) Pfeifer, Wolfgang, et al., Etymologisches Wörterbuch des Deutschen, 2. Aufl., Akademie-Verlag, 1993, s.v. “Ostern”.
(12) Simek, Lexikon der germanischen Mythologie, pp. 85, 316.
(13) Pfeifer, Etymologisches Wörterbuch des Deutschen, s.v. “Ostern”; Knobloch, in Die Sprache, 5 (1959), p. 27 sgg.
(14) Pfeifer, Wolfgang, et al., Etymologisches Wörterbuch des Deutschen, s.v. “Ostern”.
(15) Ibid.
(16) Grimm, Deutsche Mythologie, p. 268.
(17) Ibid.
(18) Ibid.
(19) Pfeifer, Wolfgang, et al., Etymologisches Wörterbuch des Deutschen.
(20) Grimm, Deutsche Mythologie, cfr. Aberglaube n. 813 (p. 268).
(21) Ibid., cfr. Aberglaube n. 775, 804 (p. 268).
(22) Ibid., p. 31. Da Oster (Pasqua) e Feuer (fuochi): Das Osterfeuer (s.), Die Osterfeuer (pl.).
(23) Ibid., p. 582.
(24) Ibid., p. 583.
(25) Ibid., p. 593.
(26) Ibid., p. 920.
(27) West, M. L. Indo-European Poetry and Myth. Oxford University Press, 2007, p. 227.
(28) Ibid., p. 226.
(29) Ibid.
(30) Edmonds, J. M., ed. and trans. Lyra Graeca: Being the Remains of All the Greek Lyric Poets from Eumelus to Timotheus Excepting Pindar. Vol. 1, Heinemann, 1922, p. 55.
(31) Ibid., p. 57.
(32) Ibid.
(33) West, Indo-European Poetry and Myth, p. 226.
(34) Ibid.
(35) Ibid.
(36) West, Indo-European Poetry and Myth, p. 226; cfr. Lucrezio 5.656; Prisciano, Institutiones 2.53.
(37) West, Indo-European Poetry and Myth, p. 226; cfr. Fasti 6.473–476; Amores 1.13.2.
(38) West, Indo-European Poetry and Myth, p. 226; cfr. Dumézil, Servius et la Fortune (Paris 1943); Mythe et épopée, 3 vols. (Paris 1968–73).
(39) Grimm, Deutsche Mythologie, p. 268.
(40) “aus-”. Online Etymology Dictionary. Edited by Douglas Harper.
(41) Grimm, Deutsche Mythologie, p. 268.
(42) Sturluson, Snorri. Edda, a cura di Giorgio Dolfini, Milano, Adelphi, 2017, p. 57 (Gylfaginning) e p. 166 (nota alla Gylfaginning).
Bibliografia
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Bede. The Reckoning of Time. Translated by Faith Wallis, Liverpool University Press, 1999.
Deutsches Wörterbuch von Jacob und Wilhelm Grimm. Digitales Wörterbuch der deutschen Sprache (DWDS).
Edmonds, J. M., ed. and trans. Lyra Graeca: Being the Remains of All the Greek Lyric Poets from Eumelus to Timotheus Excepting Pindar. Vol. 1, Heinemann, 1922.
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Frazer, James G. Il ramo d’oro: Studio sulla magia e sulla religione. Bollati Boringhieri, 2016.
Grimm, Jacob. Deutsche Mythologie. Edited by Elard Hugo Meyer, F. Dümmler, 1875.
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Percovich, Luciana. Le radici del sacro e delle religioni: Oscure madri splendenti. Venexia, 2007.
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Sturluson, Snorri. Edda. A cura di Giorgio Dolfini, Adelphi, 2017.
Veroli, Luisella. Dal cosmo alla cosmesi: La divina seduzione e l'arte del trucco dalla preistoria al futuro. Iacobelli Editore, 2016.
West, M. L. Indo-European Poetry and Myth. Oxford University Press, 2007.
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Diritti
Testo (e traduzioni dove non specificato diversamente) di Claudia Rosaspina Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti immagine: Myths of the Norsemen (1908), Jacques Reich.
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