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Il Sorriso di Berchta e La Stella Dentro

“Alla base della figura stessa della Befana (ovvero un altro volto della Diana Lucifera preindoeuropea, i cui cippi votivi sono stati rinvenuti nelle stesse aree alpine ove ha abitato il folklore che questa Strega ferina, delle stagioni e delle bestie selvatiche) c’è una persistenza dei valori legati al culto degli antenati e delle antenate, al focolare domestico e alla famiglia. La continuità tra le generazioni non si interrompe, bensì si rafforza dopo la morte dei membri della famiglia e questo in tutte le società, soprattutto nelle società tradizionali, dove le componenti spirituali umane sono più fortemente sentite. 

La sua figura è “oggetto di una plasmazione culturale plurisecolare”, come ha rilevato Luigi M. Lombardi Satriani; si può individuare in essa un sostrato originario, dove si riflettono i tratti della grande dea delle foreste, signora degli animali e delle piante, delle acque e del fuoco, dei fenomeni astrali e delle tempeste, progenitrice e protettrice del clan, custode del fuoco tribale, nonché Grande Madre degli antenati e delle antenate della stirpe. 
In epoca neolitica, con il passaggio alle abitazioni stabili, la vecchia nonna è particolarmente legata al focolare domestico e al culto degli antenati e si sviluppano le caratteristiche legate alla agricoltura e lavori quali seminare i campi, tessere, filare; in particolare legati al culto domestico delle progenitrici familiari. 
La vita delle prime comunità agricole dal neolitico in poi, la cultura e la civiltà contadina si riflettono in questa figura, giunta straordinariamente fino ai nostri giorni, così la sua universalità che è presente, pur con notevoli differenze di forme, di tempi e di modi, anche in zone lontanissime rispetto alla cultura indo-europea  e al mondo mediterraneo. 
La funzione principale che la Befana svolge da secoli, oltre quella protettiva dell’antenata/o che ritorna nella famiglia, tra i superstiti, portando doni ai bambini; e varcando ”la soglia” nei momenti ove il confine tra la dimensione visibile e quella invisibile si fa impalpabile (ad esempio nei Dodici Giorni di Natale, dove in Sicilia è ricordata come la “Vecchia di Natali”, recando un motivo straordinariamente simile a quello che appare nelle leggende germaniche) è quella di “mediatrice culturale” tra la nostra vita quotidiana ed il “tempo fuori dal tempo” degli antenati. 
Diremmo oggi che l’aspetto più affascinante di questa figura è la sua modesta apparenza, il suo abito rattoppato, la vecchia sottana, lo scialletto, le scarpe rotte, elementi tutti che ci rimandano ad un mondo arcaico e semplice, fatto di sentimenti forti e veri, di sostanza, e poco di apparenza. 
Al di là del suo sembiante arcigno e oscuro, questa vecchietta ci attrae col suo benevolo sorriso, pacato, e sereno, che ci riporta ad una sapienza antica, fuori dal tempo, e ci distoglie da quell’ansia di apparire, dalla frenesia del fitness e del benessere fisico, in una dimensione familiare e universale al tempo stesso, oltre l’insensatezza di tanta vuota contemporaneità”(2).

***

Negli ultimi giorni, sono rimasta a osservare brillare questi versi, trovati tra le pagine di un testo che, in breve, è diventato una vera e propria reliquia, da custodire insieme alle altre già in mio possesso e finalmente ho deciso di scriverli sul diario. 
Ogni tanto, durante la giornata, torno alle parole qui presentate, e la tensione – motivata od immotivata – si scioglie. 
Lentamente, permettendo alla mia anima di calarsi a mani nude e aperte nel significato profondo che il brano cela; mi sono accorta di aver messo in atto, spontaneamente, alcune piccole trasformazioni: dall’avere meno necessità di truccarmi, prendendomi cura della mia pelle con gesti semplici; al desiderio di fare spazio, nella mia casa, trattenendo soltanto gli indumenti che davvero mi servono e giovano all'aspetto della “stella dentro”; affinché ciò che è fuori sia sempre più somigliante a ciò che è dentro.
 E ciò che è dentro, io lo so, l’ho sempre saputo, anche se spesso ho temuto di mostrarlo chiaramente; è semplice, «terso», umile e puro, dotato della candidezza della neve. 
Bianca, la madre della neve; svetta all’orizzonte sulle cime delle montagne, in «lei» riconosco il «suo» sorriso; sereno e pacato, menzionato nel testo dei fratelli Manciocco. 
Ma anche l’ammonimento, che mai risparmia, se sopra a quella anima luminosa ripongo, ancora, la coperta dell’apparenza.
Mi spoglio, fa buio, e mentre cala la palpebra del cielo, lei comunque resta, sorride nel caminetto acceso, e ricorda alla mia anima il suo cammino.

***

(...)

La Perchta è una antica Dea dell’Occidente appartenente in prevalenza alle Alpi e all’area linguistica bavarese.
Il più gettonato significato attribuitole è “la splendente, o la brillante”, per via del legame dell'alto tedesco “peraht”, “berht” o “brecht” con la parola inglese “bright”; ma un'altra ipotesi etimologica in accordo con le fonti la accosterebbe alla parola inglese “birth”, simile al suo nome originario, Bertha.
Nella Mitologia Teutonica di Jacob Grimm emerge che nelle aree germaniche superiori quali Svevia, Alsazia, Svizzera, Baviera e Austria; venisse chiamata “Frau Berchte”, nell'antico alto germanico “Perahta”, la brillante, la luminosa, la gloriosa, così come Holda produce infatti la «neve brillante» ma; in verità, gli epiteti si riferiscono più alla sua natura benevola di luce, nel tempo, purtroppo, dimenticata e sostituita solo dalla sua natura orrorifica, che bene si identifica nel Krampus.
Perchta è infatti anche la «signora delle bestie».
Il suo nome è anche “Holle” o “Frau Holle”, dal tedesco, Signora Holle.
Il loro aspetto e operato è simile nelle leggende e nelle fiabe che riguardano la Dama Bianca. L’aspetto che tipicamente incarna nei periodi «liminari», quali la Notte di Ognissanti e le Dodici Notti è quello della Strega tessitrice e filatrice, nel medioevo chiamata anche “Hagse” o “Hagazussa”; colei che controlla il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, poiché entrambi i mondi li abita: lei è l’antica strega che vive ancora nel profondo di alcune donne. La si può accostare alla Befana, nome generato dalla aferesi del latino epiphanīa, che dapprima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine Befana(1): tentativo evidente di cristianizzare la figura di una antica Madre Selvatica le cui tracce sono antecedenti al Neolitico, «oggetto di una plasmazione culturale plurisecolare»(2) della figura folcloristica della donna a cavallo della scopa – che la Befana cavalcherebbe al contrario, testimonia il Cattabiani(1)  che porta doni o ammonimenti a seconda dell’operato di chi ne riceve la visita, in quanto incarna la fortuna e il fato, essendo anche la forma più antica di antenata e fata Madrina.
Tracce italiche della credenza in questa figura risalgono al mitraismo dell'Impero Romano – di origine, però, persiana – ma anche al culto di origine celtica.
I romani credevano che nelle dodici notti conseguenti al Sol Invictus, ci fossero delle figure volanti che aleggiavano sui campi coltivati, tra le quali Erodiade/Diana; portando fortuna al raccolto.
Dunque in ognuna di queste tradizioni v’era una femmina sovrannaturale a cavallo di una scopa che aveva una importantissima funzione e che rappresenta la figura, più prossima a noi, di quella antenata e progenitrice cui la prima religione delle streghe era ispirata e forse titolata.
(Testo di Claudia Simone, tratto da La Dama Bianca, l'antico culto della luce e le vere origini del Natale e dell'Epifania)

Note

(1) Calendario, Alfredo Cattabiani, Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno; Scienze, Oscar Saggi Mondadori, p. 107
(2) L’Incanto e l’Arcano, per una antropologia della Befana, Claudia Manciocco e Luigi Manciocco, Armando Editore, pp. 1 – 10. Il brano è stato lievemente modificato, solo a fini riassuntivi e di più semplice comprensione, senza essere in alcun modo violato del suo significato originale. 

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Testo di Claudia Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti illustrazione: Pinterest di artista ignoto/a

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