Un tempo gli Inglesi,
calcolavano i mesi secondo il corso della Luna. Perciò, sul
modello dei Greci e
dei Romani, i mesi prendono il nome dalla Luna, poiché la Luna è
chiamata “mona” e il mese “monath”. Il primo mese, che i Latini chiamano
gennaio, è Giuli; febbraio è detto Solmonath, marzo Hrethmonath, aprile
Eosturmonath, maggio Thrimilchi, giugno Litha, luglio, anch’esso Litha;
agosto Weodmonath, settembre Halegmonath, ottobre Winterfilleth, novembre Blodmonath,
dicembre Giuli, lo stesso nome con cui è chiamato gennaio. Essi iniziavano
l’anno l’ottava calende di gennaio – il 25 dicembre – quando i cristiani celebrano
la nascita del Signore (1). Quella stessa notte, tra il 24 e il 24 dicembre, ritenuta tanto sacra, essi usavano
chiamarla con la parola pagana “Modranecht” (2), cioè “notte delle madri”, a causa –
così sospetta Beda il Venerabile – delle cerimonie che (gli anglosassoni) compivano in quella
notte…
Ogniqualvolta si trattava di un “anno comune” – con dodici
lunazioni – essi assegnavano tre mesi lunari a ciascuna stagione; quando
invece ricorreva un anno “embolismico”, cioè uno di tredici mesi lunari,
essi assegnavano il mese supplementare all’estate, così che tre mesi
portavano insieme il nome di “Litha”, perciò chiamavano l’anno con
tredici lune piene “Thrilithi”. Esso aveva quattro mesi estivi, con i consueti
tre per le altre stagioni. Ma in origine dividevano l’anno intero in
due stagioni, estate e inverno, assegnando i sei mesi in cui i
giorni sono più lunghi delle notti all’estate, e gli altri sei all’inverno.
Perciò chiamavano il mese in cui iniziava la stagione invernale “Winterfilleth”,
un nome composto da “inverno”, Winter, e “luna piena”, con tutta probabilità da
Mona, luna, da cui Monath/Month il mese e “full” che significa pieno, perché
l’inverno cominciava alla luna piena di quel mese. Anche i nomi degli altri
mesi celano segreti: i due mesi detti “Giuli”, da geól o giúl ovvero Yule (3), dicembre e gennaio, traggono il
loro nome dal giorno in cui il Sole torna indietro e “comincia a
crescere”, perché uno di questi mesi lo precede e l’altro lo segue.
Solmonath, febbraio, può essere chiamato “mese delle torte”, che essi offrivano
ai loro dei in quel mese. Hrethmonath, nonché marzo, è chiamato così dalla loro
dea “Hretha” (4 cfr. 5), alla quale in questo tempo sacrificavano. Eosturmonath,
niente meno aprile, ha un nome che ora si traduce “mese pasquale” e che un
tempo era così detto per via di una loro dea chiamata Eostre, in
onore della quale in quel mese si celebravano le feste. Ora essi designano
quella stagione pasquale con il suo nome, chiamando le gioie del nuovo rito con
il nome tradizionale dell’antica osservanza.“Thrimilchi”, maggio, era
chiamato così perché in quel mese le mucche venivano munte tre volte al
giorno (con tutta probabilità è la connessione con le parole inglesi attuali milk e three), tale, un tempo, era la
fertilità della Britannia o della Germania – da cui la nazione inglese
giunse in Britannia. Litha, che stava per giugno e luglio, significa “mite” o “navigabile”,
poiché in entrambi questi mesi i venti sono miti, e solevano navigare
sul mare calmo. Weodmonath, agosto, significa “mese delle erbacce” da weod
come “erba spontanea”, erbaccia, in Beda tradotto precisamente con “month of tares” dove
tares è la zizzannia, simile alla gramigna, per intenderci, poiché allora
abbondano moltissimo e anche in senso simbolico è il momento dell’anno in cui
estirpare il vecchio e lasciare posto al nuovo, niente meno il raccolto delle streghe... Halegmonath, cioè settembre, da hálig-mónaþ, -mónþ, es; m. “Holy month” significa invece “mese dei riti sacri” ovvero “mese sacro”. Winterfilleth, ottobre, può essere reso con il
nome composto e inventato di “inverno-pieno” (è intuitivo il legame con l'attuale winter, inverno e full, pieno). Blodmonath, ossia
novembre, sarebbe il “mese delle immolazioni”, perché allora il bestiame
destinato al sacrificio era consacrato ai loro dei; forse, addentrandosi nell'aspetto esoterico e meno evidente,
il mese aveva un legame con il lignaggio, con il sangue delle antenate e degli antenati
a livello simbolico e magico, dove blod sta per sangue (blot/blood) e Monath, ancora, per mese (tedesco Monat, inglese month).
Tratto – lievemente riscritto e approfondito dall'autrice del presente portale – da: Bede. The Reckoning of Time. Translated, with introduction, notes, and commentary by Faith Wallis, Liverpool University Press, 1999, pp. 53 - 54.
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Impossibile evitare di commuoversi, davanti a uno scritto così chiaro, rivelatorio di una realtà oggi spesso deturpata dei suoi tratti originari. Nelle parole antiche, nel modo in cui ab origine venivano intese e pronunciate, nel loro significato profondo e nella scoperta del loro legame col simbolo, è possibile trovare tracce – nel vecchio – di ciò che è nuovo, ossia vero ancora oggi per molte e molti praticanti o dedicati agli antichi misteri per così dire, pagani. Nella parola antica c'è magia, nel suo studio, la conoscenza. Questo brano, è solo l'inizio, di un approfondimento al quale non posso sottrarmi...
Note bibliografiche e sitografiche.
(1) Cfr:“La ragione per la quale i Padri della Chiesa trasportarono la celebrazione pagana primitiva del 6 gennaio al 25 dicembre è perché si accorsero che i cristiani avevano una certa inclinazione ad accendere fuochi il 25 Dicembre, promuovendo la continuazione della antica celebrazione, così decisero che la vera natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la Festa dell'Epifania il 6 gennaio”. Frazer, James G. Il ramo d’oro: Studio sulla magia e la religione. Edizioni Bollati Boringhieri, 2016, p. 431.
(2) Nella versione latina consultata e comparata con quella sopra citata, Beda scrive nello specifico: “Modranicht, id est, matrum noctem, appellabant, ob causam, ut suspicamur, ceremoniarum quas in ea pervigiles agebant”, tradotto “Modranicht, cioè la Notte delle Madri, così chiamata, noi sospettiamo, per le cerimonie che i vigilanti vi celebravano”. Beda Venerabilis. De Temporum Ratione. Patrologia Latina, vol. 90, col. 293–578D, edited by J.-P. Migne, 1862. Documenta Catholica Omnia, p. 356, cap. XV “De mensibus Anglorum”. Mi ha colpita ragionare sulla traduzione letteraria di “pervigiles agebant”, ritenendo che i vigilanti fossero non solo coloro che festeggiavano la vigilia, bensì coloro che vigilavano nel senso proprio di “stare “stare svegli”, da cui, forse, le espressioni legate anche al Capodanno, il cosiddetto “veglione”; erano dunque coloro che vegliavano – diversamente da quelli che dormivano – a conoscere, praticare, e onorare riti segreti di quella gelida notte... In “Dictionary of Northern Mythology” del medievista Rudolf Simek (7) – punto di riferimento per lo studio del mondo nordico antico – compare invece in quanto festività germanica legata al sacrificio, inerente al culto della madre/matrona. Qui la ricorrenza viene accostata anche ad altre tradizioni della Scandinavia medievale quale il Dísablót; da Disir, che al singolare, Dís, in antico norreno significa dea, sorella o donna di nobile rango (6), e blot, che significa sangue; con tutta probabilità legato al sangue delle madri, al lignaggio, invero alle antenate.
“Diverse saghe, alcuni poemi e molte kenningar (perifrasi prestabilite che sostituiscono il nome di una cosa o di una persona), accennano alle Dísir. Tali figure sembrerebbero essere principalmente legate alla fecondità. Gianna Chiesa Isnardi (8) riferisce che in una fonte si allude al fatto che i riti in loro onore avevano luogo nelle notti d'inverno, “vetrnaetr”, e avevano lo scopo di proteggere la stirpe. (...)Una ipotesi che è possibile fare è, forse, quella che vede le Dísir come la personificazione delle anime delle donne morte legate a vincoli familiari. (...)La Isnardi definisce la Sippe – ovvero il concetto di tutela e crescita della stirpe – di spiriti protettori nella quale sono coinvolte, come una confraternita femminile di spiriti tutelari; in relazione soprattutto al sostantivo singolare dís, che significa proprio “sorella”. (...) Le Dísir sono infine dee preposte al destino degli uomini e, similmente alle Valchirie, hanno il potere di scegliere chi dovrà morire” (6 pp. 69-71 cfr. Le Dodici Notti d'Inverno).
(3) Il termine anglosassone che indicava Yule è Geól cioè il Natale e la festa della Natività del Signore. Si trova ad esempio in espressioni come on geól, “a Natale”, oppure ðý twelftan dæge ofer geóhol, “il dodicesimo giorno dopo Natale, l’Epifania”. Un’altra occorrenza è feówertig daga ǽr eástran and feówertig daga ǽr Cristes acennisse ðæt is ǽr geólum, “quaranta giorni prima di Pasqua e quaranta giorni prima della nascita di Cristo, cioè prima di Natale”. La parola è collegata alle forme germaniche parallele: in danese juul, in svedese jul, in antico norreno jól, che significava sia la festa di Yule e del Natale sia, più in generale, qualunque festa o banchetto. L'etimologia è ancora avvolta dal mistero, ma si è quasi tutti d'accordo nell'attribuirle il significato simbolico di “ruota”, sia per il legame con l'islandese Hjól che significa “ruota”, sia perché nel periodo solstiziale, intorno al 21 dicembre, questa tocca la sua estremità inferiore e inverte la rotta per vedere rinascere la stella sole. Originariamente era considerato il momento in cui incominciava il nuovo anno del ciclo dei cacciatori-raccoglitori, il momento in cui le giornate tornavano a farsi più lunghe. Etimologia da Old English Dictionary, Dizionario Anglo-Sassone di Bosworth & Toller online. Tratto da La Dama Bianca, l'Antico Culto della Luce e Le Vere Origini del Natale e dell'Epifania.
(4) In Beda riportata come “Hretha” è con tutta probabilità un altro modo di chiamare la dea germanica della terra Nerthus o Hertha. Tacito, nella sua Germania (5) ricorda altresì come fosse la venerazione della madre-terra “Nertho” (nelle saghe di epoca vichinga scomparsa nel culto del dio Njǫrðr (6 p. 13)) un comune denominatore fra le tribù germaniche, tra cui Longobardi e Angli: in onore del transito del suo carro, v'era l'obbligo di deporre le armi, il ché curiosamente ricorda le usanze legate alla dea sabina Vacuna e i Vacunalia, niente meno che le processioni per la Madonna della Neve e del Gelo che, tutt'oggi, avvengono alla fine dell'estate. D'altra parte il culto di Freyja prevedeva il sacrificio di tori (6 p. 17) e c'è quindi la presenza di una dea legata al nutrimento, al latte vaccino, al sembiante boomorfo che è filo conduttore tra la Grande Madre germanica della natura, le Matronae, Demetra, Freyja, Iside e quindi la famigerata Dea Bianca del nutrimento venerata dalla Grecia alla Britannia... Il sincretismo può essere approfondito leggendo la ricerca intitolata La Madre di Agosto, della Neve e del Gelo dalle Dolomiti all'Appennino e Lughnasadh, Agosto e Le Dee del biondo raccolto. Il collegamento tra Nertho/Frigg (e Freya) rimane altresì un dato di fatto per molti studiosi e studiose da poter consultare nella ricerca intitolata Da Frigg, Freya a Hertha. Studio sulla Regina Lucente dei Vani e degli Asi e sulla antica Madre Germanica
(5) Tacito, La Germania, a cura di Luca Canali, Ed. Studio Tesi, 1991, Cap. 40.1 p. 53
(6) Le Divinità Femminili del Pantheon Nordico, Claudia Emanuele, Edizioni La Zisa - Palermo, 2015
(7) Simek Rudolf, Dictionary of northern mythology, D.S. Brewer, 1996
(8) Isnardi Chiesa Gianna, I miti nordici, Longanesi, Milano 2011
(9) Alcuni nomi dei mesi dell'anno anglosassoni sono stati approfonditi con il supporto dell' Old English Dictionary, Dizionario Anglo-Sassone di Bosworth & Toller online.
Testo di Claudia R. Simone. Tutti i diritti riservati.
Crediti illustrazione: Pinterest di artista ignoto/a

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