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“Quelle maledette Bestie”. Cronache e Incanti dai processi per Stregoneria di Spigno Monferrato.

 
Reportage  di Claudia Rosaspina Simone

A una domanda precisa: “se lui teste l'avesse mai vista fare alcunché per cui possi lui medesimo congeturare sii puoco timorata di Dio” Giovanni (Baptista Columbus) risponde che molte volte si era stupito sentendo e vedendo la nipote Bianchina “parlare tra sé, e nel suo parlare pare parli con un'altra persona e pure si vede sola”(...). “Io giudico che parlando nella forma sudetta parli più tosto con spiriti diabolici che altro(...)· Precisa inoltre di averla sentita parlare da sola più volte, ricordando in modo particolare che una volta l'aveva trovata mentre nell'orto diceva “guardate quanti bei pomi ha questo mio arbore. “Eppure nell'orto non si vedea se non essa sola“Tiene questa Bianchina in sospesso di mala christiana e sospetta di Strega?“Signor sì, che stando le cose suddette fatte dalla suddetta Bianchina la tengo in sospetto per Masca” (1). Oliveri, Leonello. Un processo per stregoneria in Val Bormida nel 1631. Le Streghe di Spigno, acta criminalia, doc n° 19, 3 Mar. 2017.

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Il processo alle streghe di Spigno, con ogni probabilità il più toccante svoltosi nel XVII sec. in Liguria e nel basso Piemonte, è forse unico nel suo genere: non lo conosciamo solo attraverso pochi acta criminalia – peraltro mutili, in tutto coprono il lasso di tempo tra il 9 e il 18 luglio 1631 – ma grazie a una cospicua rete di lettere con al centro l'allora arciprete di Spigno d. Giovanni Verruta, vicario foraneo del vescovo di Savona, scambiate tra tutte le autorità coinvolte. Si tratta in tutto di ventinove documenti conservati nell'archivio vescovile di Savona, niente meno una fitta rete di relazioni scritte tra il parroco di Spigno e il suo Vescovo (o la cancelleria vescovile), Monsignor Francesco Maria Spinola, nonché tra il Vescovo stesso, il padre inquisitore di Genova, fra' Pietro Ricciareli e la Congregazione del Santo Offizio di Roma nella persona del suo procuratore Stefano Senarega e del Cardinale di S. Onofrio e le copie delle lettere che don Verruta inviò, per ordine del Vescovo, alle autorità giudiziarie di Spigno, nella persona del procuratore fiscale Vincenzo Bachiello, ossia l'originale della lettera che il marchese di Spigno, Alfonso Asinari Del Carretto, inviò al Vescovo al termine del processo (2). 
Proprio questo arazzo di corrispondenze, che riflette l'inesauribile scontro di quegli anni tra Giustizia di Stato e Giustizia di Chiesa (3), ha permesso di ricostruire la trama, seppure lasciando indietro qualche ombra, dell’intera vicenda, sebbene, sulla stessa, con il tempo sia calata l'indifferenza e qualcuno affermerebbe addirittura che tutto sia stato una sorta di allucinazione collettiva, una pagina quasi invisibile della storia di Spigno, morta assieme agli ultimi strati della saggezza millenaria che un tempo serpeggiava tra le famiglie contadine nel Monferrato e nelle Langhe e in ogni luogo che ha visto le sue donne tramutarsi da benvolute guaritrici in temibili megere da eliminare...

Si specifica, che il materiale qui citato (e riarrangiato) riguardo alle streghe di Spigno Monferrato, è stato messo a disposizione integralmente negli anni 80' e successivamente pubblicato dallo studioso locale Leonello Oliveri nel volume XCIII (primo e secondo semestre) del Bollettino Storico Bibliografico Subalpino (Deputazione Subalpina di Storia Patria, Torino, Palazzo Carignano, 1996), in seguito riproposto dallo stesso autore nella versione digitale indicata in calce: a lui si rimanda la proprietà letteraria delle informazioni riguardanti i processi di Spigno (Acta criminalia, lettere, e riflessioni dove indicato).

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Introduzione alla ricerca e Caccia alle Streghe comparata.

Nella stessa Valle Antigorio, Val Formazza, nel borgomanerese e nel novarese – in particolare riscontrato nei processi alle Streghe di Croveo (culminati tra il 1609 e il 1611) e dintorni della Valle d'Ossola – erano tortura, ovvero fame e prigionia in condizioni deleterie e disumane, a uccidere “le streghe”, molto più che i fantomatici roghi che a molti piace immaginare, quasi trascinando il tempo buio della Caccia alle Streghe, che in Piemonte è tutto sommato durata quasi cinquecento anni (4), in una dimensione epica e fantasiosa: la verità, è che la vox populi (5) e di conseguenza la pubblica fama, segnavano il destino di donne e uomini ancor prima che le procedure atte a verificare i fatti venissero applicate dagli organi preposti. 
Se alle streghe Largherio, presunte masche e “untrici” della vicina Cairo Montenotte (SV), nel 1631, fu concessa quantomeno una (forse immaginaria) morte sul rogo in Piazza Savonarola, a Spigno Monferrato le accusate – delle quattordici vittime, due in realtà erano uomini – morirono tutte prima della conclusione dei processi per cause misteriose (6). Un dato sconcertante che, se ci pensiamo, è profondamente indicativo di un sistema giudiziario che rantolava in un buio più nero della peste stessa, la quale, in quel periodo, attraversato dalla Guerra dei Trent’anni, imperversava raggiungendo nella Valle Bormida la sua massima diffusione (7).

21 luglio 1631. Lett. n°2: l'arciprete di Spigno, niente meno d. Verruta scrive che ”si sono già interrogate una volta le donne incarcerate et il Dottore (il procuratore fiscale, oggi diremmo il pubblico ministero o il GIP) dice (che) converrà torquerle (torturarle) sendo gravate (indiziate) a tal segno. Con tutto ciò esseguirò l'ordine datomi di interrogarle per la seconda volta et mandare costì (a Savona, in vescovado) le scritture(8)

Come si evince, a Spigno come altrove, spesso e volentieri la tortura era praticata illegalmente, senza cioè il mandato ufficiale dell'autorità ecclesiastica, tanto è vero che durante il periodo della Caccia alle Streghe non era raro che il potere secolare prendesse il sopravvento su quello della Chiesa, a differenza di quanto molti ci hanno indottrinato a credere.

Ma non finisce qui: il fatto raccapricciante, individuato altresì da L. Oliveri e trstimoniato nella lettera n°4 rispettivamente del settembre 1631, è che il Verruta riteneva davvero che la causa della peste fossero quelle Streghe, da lui stesso definite queste maledette bestie” (9). Frattanto, il dissenso della Santissima Congregazione del Santo Offizio nei confronti dei metodi adottati liberamente dal marchesato, si evince nella lett. n° 14, per mano del card. di S. Onofrio, il quale fa presente al Vescovo savonese che la documentazione inviatagli “circa le pretese streghe” (10) è oltremodo difettosa e “dinota che il processo contenghi una moltitudine di nullità non solo perché sono state esaminate confusamente, ma ancora perché non consta del corpo di delitto alcuno e non di meno alcune di loro sono state tormentate eccessivamente per due ore e più di horologio”.

Varcare Spigno. Cornice politica e innesco della persecuzione.

Contemporaneamente alle vicende di Cairo di cui mi sono occupata nella mia precedente ricerca, nel 1631, a Spigno Monferrato che al tempo dei fatti qui coinvolti era un piccolo feudo imperiale di mille abitanti coinvolti prevalentemente nella vita contadina, così come nelle terre limitrofe, uomini, case e raccolti toccavano il fondo e ciò che non poteva essere compreso o spiegato assunse facilmente un nome, tanto temuto quanto capace, oggi, di creare fascino e curiosità: Strega.

Era estate, in quel piccolo villaggio sperduto tra i monti della Val Bormida e la popolazione contadina, nel pieno della guerra di successione del Monferrato (circa tra il 1617 e il 1635) versava in una condizione sociale e psicologia particolarmente difficile, diventando teatro di scontri tra potenze tra cui anche la Repubblica di Genova, data la collocazione strategica della Valle che rese l'area vulnerabile ai continui tentativi di conquista della Spagna, la quale tentò di farla propria fin dal Cinquecento. L'area, frammentata in diversi feudi (quello dei Del Carretto, del Ducato di Savoia, di Mantova, dall'Impero fino alla Francia) divenne sospetta quando attorno a “Rocchetta di Spigno”, Merana, Piana, Turpino, Cagna, Gorrino e Serole, Castelletto Val d’Erro fino ai sentieri di Roccaverano, il morbo incominciò ad essere attribuito alla responsabilità di uomini e donne, come presenze fisiche di un male che, se cancellateavrebbero portato via con sé il male stesso.

Il processo, incominciò ufficialmente il 9 luglio, quando Vincenzo Bachiello, procuratore fiscale della curia foranea di Spigno, si presentò davanti a don Giovanni Verruta, arciprete di Sant’Ambrogio e vicario foraneo delegato dal vescovo di Savona, denunciando che alla villa della Rocchetta di Spigno siano christiani e christiane poco timorate di Dio Benedetto che comettono molti disordini come inhobedienti a S.ta Chiesa, massime di streghe, comettendo molti assassinamenti et stregherie” (11).
Il 12 luglio, ossia tre giorni dopo, iniziarono le testimonianze: da quel momento, prova la famosa “profezia che si autoavvera” di K. Merton, la vicenda ricalcò quella avvenuta spesso altrove, niente meno le forze in carica conducevano le vittime esattamente alla sorte da loro prescelta, portando quelle povere donne al punto di confessare ciò che gli interroganti volevano sentirsi dire.

Ogni strega è unica, e ogni vicenda umana merita il medesimo riguardo – la lente della ricercatrice non lasci nessuna e nessuno indietro! – ma quando si analizzano tanti processi per stregoneria, si finisce per assumere una visione d’insieme che porta a riflettere su quanto le braccia esecutrici del male di quegli anni fossero tentacoli più o meno estesi sul territorio di uno stessa forza d'origine: d’altra parte non possiamo negare che lo stesso male, operi ancora oggi, spesso seguendo i medesimi “tratti” drammatici del passato...

Oltre il velo di ogni Strega. Passeggiate Notturne, dialoghi con l'Invisibile e rasature.

La domanda disposta ai testimoni era ricorrente: “ritiene lei (Bianchina) donna di mala vita ed inhobediente alli ordini e comandi di S. Chiesa?"(12), oppure veniva chiesto se avessero mai sentito parlare di “cosa alcuna di stregheria”(13). E, guarda caso, la guarigione dai “mascamenti” (14) – se e quando arrivava – era sempre a seguito delle preghiere o della benedizione della casa da parte del prete (15).

La prima vittima incriminata fu Margherita Bracha, vedova di Bartolomeo Bracho, anziana e povera, al solito preceduta da una cattiva fama. Detta “masca” e strega, sua sorella e suo fratello pare fossero già stati arsi a Roccaverano per sospetto di stregoneria, e si diceva che la sua stessa presenza bastasse a nuocere  ai bambini. Si assumeva infatti che avesse mascato”(16) i figli di qualcuno in paese, in particolare uno dei figli dei Fornarino, testimoni di rilievo cui la Commissione Inquirente riservò – ah! Questo dio denaro – un trattamento particolarmente favorevole, forse per via della loro conclamata nobiltà. Come soleva accadere, il disturbo ossessivo collettivo prese il sopravvento ed è così che si diffondevano la pubblica voce e fama (17): un neonato sano morì sotto al suo sguardo, un altro deperì velocemente dopo un contatto fisico con l’anziana, qualcuno si ammalò, qualcun altro perse forza negli arti, e la testimone Maria de Fornarinis ritenne che questa uccise il suo bambino di nome Alberto; oltre ad altri sintomi strani, la donna testimoniò che sopra le reni havea un segno che parevali una mano infuocata” (18), quasi sicuramente distorcendo la realtà in quella che, in pochissimo tempo, divenne prova inconfutabile del crimine di stregoneria. I mormorii diventarono altresì capi d’accusa sufficienti affinché quel piccolo focolaio volgesse nel più inarrestabile incendio. Addirittura, secondo il testimone Ioanninus Bacinus, Margherita avrebbe avuto una certa dimestichezza con il demonio, sicché ha sempre in bocca: “che il Diavolo l'acompagni”” (19). Del resto, la mantilara huius loci (20), ovvero l'ostetrica di Spigno, riferì che la notte che dormì in casa della puerpera (Maria de Fornarinis) udì “li più brutti urli e gridi di gatti”(21) mai sentiti prima, confermando il segno della mano sui reni: Signor sì che questo figliolo che nacque bello grasso, svenne esangue, torzuto, con questo segno d'una mano verso le reni e si vedevano le proprie dite d'essa mano infocata”(22). 

Una delle spiacevoli sorti che toccò Margherita Braca – elemento, per me, incontrato per la prima volta nel vasto corredo di processi per stregoneria affrontati nel portale, ad oggi è che “essaminata si fa donna santa, ad ogni modo nell'esame cascò due volte o tre in terra tramortita (23), poi “persistendo in negativa si ordinò fossero rasate”(24). Come tale la pratica era consigliata dai manuali agli inquisitori (25), non solo nel Nord Italia ma anche nel resto dell'Europa che attraversò la persecuzione alle streghe. I capelli: antenne connesse evidentemente a una dimensione invisibile, nonché tratto distintivo della femminilità, alla quale la dignità veniva in questo modo negata. 
Anche la figlia di Margherita, Margarina Bracha, venne avvistata di notte, in compagnia della madre, entrambe “scapelliate” (26) ossia spettinate: figure del tutto degne di sospetto, diverse poiché abitatrici della notte e quindi pericolose. 
Poi venne il momento della “Santina”, così era chiamata Bianchina Suliana di cui accennato a introduzione della presente ricerca, accusata perché non viene mai tre volte l'anno a messa” (27); la stessa oltretutto avrebbe “parlato da sola” nell’orto, come se fosse in contatto con presenze invisibili e, automaticamente per quella che era la visione del tempo, demoniache. Questo, chiaramente, segnò anche il suo destino.

Bisogna tenere a mente che la vera contagione – più pericolosa della peste stessa – nella Spigno del tempo era l'ignoranza: a un caso ne seguì un altro, finché la platea delle accusate e degli accusati si allargò a macchia d’olio, similmente a ciò che accade nella Triora Antigorinasopra citata. Che cosa aspettarsi, dopotutto, quando su un numero cospicuo di testimoni, a malapena tre, a Spigno, erano in grado di firmare autonomamente la propria deposizione? Spesso, come nel caso di Margherita, erano le parole stesse della strega, ad esserle rigirate contro: fu Margherita a far sospettare a Michael de Burmida (testimone, fra gli altri) che fosse Masca:

Se le parole hanno un potere, a quel tempo usarle poteva diventare un'arma contro sé stesse. 

Fra l'altro, come nel caso di un'altra accusata, di nome Lucia Rodano, non dare agli inquisitori motivi d'accusa sulle imputate, era quasi più grave che essere le streghe stesse, tanto è vero che la trent'enne passò dal seggio delle accuse a quello delle imputate, solo per non aver testimoniato alcunché di negativo sulla Margherita suddetta.

Bartolomeo Perletto detto Caramello. Il Mascone di Spigno e Luoghi del Sabba.

Bartolomeo Perletto detto Caramello, gioca un ruolo importante nella ricostruzione dei tratti della stregoneria spignese: i testimoni raccontano di averlo visto con un beccoun caprone, tenuto per la barba mentre gli parlava come a un padrone: “questo è mio padrone e quello che mi governa, mi dà denari e tutto quello che ho bisogno, e con esso andava, o sii da esso becco si faceva menare attorno le roche d Manera e diceva: “o Giacometto, vieni a pigliar me e il mio becco” (28)Uno dei braccianti a servizio della testimone de Fornarinis, Segurano Suliano, affermò persino di averlo visto montare a cavallo del suddetto capro (29).

In un attimo Caramello diventava colui che rovesciava l’equilibro tra sacro e blasfemo – al di là del delirio e della superstizione del tempo, animali come caproni, fosse anche un fatto di reminiscenza, ricordavano antiche figure cornute venerate dai pagani, di conseguenza residui “demoniaci” che dovevano essere estirpati. Egli divenne quindi “mascone” (30), ovvero stregone, uomo del sabba e della danza notturna, colui che accompagnava le donne con il suo tamburino: e dice che prima ballarono sotto una noce, suonando detto Caramello con un tamborino circa mezza notte” (31). Lo stesso presunto masco, affermò di aver assistito alla preparazione della famigerata polvere di contagione, che tali streghe erano atte a preparare durante i loro raduni segreti: serpi velenose, bisce, babbi, scelestri, laioli (rospi, ramarri e salamandre) et simili animali con erbe posteci dentro dal Diavolo” (32) . Secondo la deposizione del Caramello – a detta sua, fu il diavolo a dargli questo soprannome , che egli stesso si ritiene stregone “da vent'anni in qua” (33), dato che gli sarebbe apparso il diavolo in persona “per certo formaggio che li mancò” (34), un grande incontro alla presenza trecento persone, si sarebbe tenuto nella località di Cagna (35). Proprio in quei dintorni, secondo la disposizione del mascone, di tale unguento fu “distribuita una pignata a Maria Scaiolà, una a Bianchiana Suliana, a Margarita Bracha, a Catherina Marenca et ad altre con ordine del Demonio di servirsene per unger le porte et persone (36)”. 

In carceribus. Da Medichesse a Sacerdotesse del Male.

Frattanto, il 14 luglio 1631 vengono arrestate Margarita Bracha e Bianchina Suliana. Margherita venne rinchiusa prima nelle stalle del castello di Spigno, in un secondo momento anche in un locale adibito a ospedale; Bianchina viene invece nascosta in un vano sotto il campanile (probabilmente della Chiesa di S. Ambrogio del XVI sec.), affidate alle “cure” del birruario (guardiano carceriere) di Spigno, che semplicemente venne invitato a non farle morire di fame (37). Il 18 luglio è interrogata Margherita: alla domanda sulla causa della carcerazione risponde che immagina di trovarsi lì solo perché tutti la ritengono “masca” – non certo perché lei ritenga o “sappia” di esserlo. Nella sua semplicità, Margherita non racconta di voli malefici o dialoghi con il diavolo, ma piuttosto di amare pane e vino (la sua forma fisica fece credere ai giudizi che fosse una vedova incinta), conoscere rimedi per il male della giazza (forse s'intende quella che ai tempi era una malattia del bestiame diffusa a causa delle condizioni fredde e umide delle stalle) e il  mal de vermi (38), spiegando che per estirparli si sarebbe servita di formule dialettali, segni di croce e cinque Pater noster e lo stesso numero di Ave Maria. Una semplice guaritrice di paese, una medichessa, diremmo noi “del mestiere”, che veniva rovesciata in una “sacerdotessa del male”, scambiando la devozione religiosa e la conoscenza della natura in un pericoloso atto di sfida verso dio. Nonostante l’interruzione dei documenti processuali, il materiale reperito da L. Oliveri ha permesso di approfondire gli aspetti di questa stregheria bianca, atta cioè ad aiutare e muovere la realtà dall'oscurità verso il bene: la purezza della volontà di Margherita, in ogni modo, non impedì al processo di farsi sempre più folle, e impunito.

La filastrocca di Margherita per curare il primo malanno: la giazza.
Lenticchie, olio e... luce?.

Cento e sapient senza gatta mat ment
Mi per una via san son andà,
entr ra Madona son scontrà,
andà voreivi.
Andè cent sapient,
a vorioma andè in cà di N.N. c'ha la giacia.
Tornè andrè, cent sapient, ch'la fa voto
di stè un ann e un dì senza mangè
d'aij e lentigie (39).

La traduzione – trascritta da L. Oliveri  dovrebbe essere: 

Cento sapienti. lo sono andata per una via, mi sono imbattuta nella Madonna. Volevo andare. Andate, cento sapienti, dobbiamo andare a casa di N.N. che ha il mal del ghiaccio. Tornate indietro, cento sapienti, che ha fatto voto di stare un anno e un giorno senza mangiare aglio e lenticchie” (40).

Segue la relativa testimonianza di Margherita: faccio il segno di S. Croce e poi dico cinque Pater noster e cinque Ave Marie e puoi li faccio dire a quello ch'ha male e lo condanno in una livra d'oglio in riverenza della lampa” (41) – anche se il significato non è chiaro e non è stato tradotto con certezza, credo possa significare che Margherita confinava oppure consacrava il male tolto alla vittima in una libbra d'olio (non raro l'utilizzo dell'olio, considerata la tradizione olearia del Monferrato e delle vicine Langhe) forse in onore(in reverenza) “alla luce(della lampa, forse dal fr. lampe, che è il lat. lampăda (42)). 

Curare i vermi con le rime. Il segreto di Margherita Bracha.

Margherita curava anche i “vermi” sempre con la recita di una filastrocca, fatta seguire da cinque Padre Nostro e cinque Ave Maria. La strega, concludeva allora il rito di guarigione con la formula in rima: “in riverenza di Dio e S. Maria che quel male se ne vada via” (43).

Ch'ha fà li vermi è stà Giob,
se n'ha fatti nove n'ba fatti trop,
nove an ott,
d 'an otto an sett,
d'an sett an sci,
d'an sei an cinq,
d'an cinq an quautr,
d'an quatr an trei,
d'an trei an doi,
d'an doi an un...” (44).

La traduzione di L. Oliveri: “Chi ha provocato i vermi è stato Giob. Se ne ha fatti nove ne ha fatti troppi. Da nove a otto, da otto a sette, da sette a sei etc. etc.  (45).

Depone ancora Margherita: “Io mi scordavo, che so segnare anche il male del masclun, dicendo le infrascritte parole, cioè...” (46). Ma a questo punto, l'atto processuale si interrompe.

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Tortura e furto. Della dignità e dei beni.

Alcune delle imputate, Margherita e Bianchina nella fattispecie, all'indomani dei primi interrogatori già subivano dal procuratore fiscale l'inventario dei propri beni, niente meno anche a Spigno, come altrove, aleggiava il pretesto della stregoneria per sottrarre alla povera gente pure quel poco che aveva: tra i beni che emergono dai documenti, trattasi ad esempio di un porchetto, due pecore, conserve di lenticchie, confezioni di fagioli: veniva consumato un furto senza dignità.
Una dopo l’altra, sotto tortura, le imputate e gli imputati cominciarono a confessare. La prima a cedere dopo due ore di tortura della corda (tipicamente usata anche nei processi alle povere Streghe di Croveo) fu Caterina Marenca di Merana, detta la Giacheta:non di meno alcune di loro sono state tormentate eccessivamente per due hore e più di horologio” (47), il che rappresentava l'ennesima illegalità procedurale, considerato che la legge del tempo applicata nei processi dell'Inquisizione non permetteva tortura che superasse la Mezz'ora (48); tra l'altro, tale tortura per mezzo della quale le donne finivano quasi sempre con le articolazioni delle braccia slogate, a causa del peso delle pietre che venivano fissate ai piedi (49). 
La poverina, confessò allora che si sarebbe avvicinata alla stregoneria quando, disperata durante un freddo inverno, invocò aiuto per poter sfamare i suoi figli, e in suo soccorso sarebbe giunto il demonio: un bel giovane di verde vestito (50), immagine ricorrente nelle deposizioni delle accusate. Sovente, lo scrissi in altri interventi, questi “demoni” riflettevano misteriosamente gli interroganti stessi; coloro che forse agli occhi di queste povere donne, assumevano un aspetto tanto più spaventoso di quanto un vero diavolo sarebbe potuto apparire ai loro occhi. Dalle parole delle donne imputate – pure se velatamente – emerge quindi una drammatica verità patriarcale, che racconta atrocità (anche a sfondo sessuale) forse non attestate negli atti, ma verosimilmente avvenute in sede processuale: Caterina narra che il diavolo le fece tracciare la croce a terra e poi calpestarla, le impose di rinnegare Dio, la Beata Vergine, la Passione di Cristo, il Battesimo, la fece adorare baciandogli il corpo in basso, e infine la conobbe carnalmente “sodomitice” (51). Siamo dentro alla struttura più tipica del sabba: religione, sessualità e obbedienza vengono capovolte svelando una grammatica fedele a ogni processo per stregoneria nel Nord Italia approdato ad oggi tra le ricerche di questo portale.
Rea confessa fu poi Bianchina Suliana, che si disse “strega da sedici anni” datasi al demonio “per libidine” (52). Lucia Rodana, barbaramente arrestata a tarda notte e interrogata a mezzanotte, affermò altresì di essere strega “dalla guerra in qua” (53), di essere stata presumibilmente iniziata dalla compagna Margarina, alla quale si riferisce come “capitana delle masche” (54) – similmente a Lucia Largherio che, a Cairo Montenotte, si diceva fosse il capo di altre donne sue simili… (55)Fu la Rodana a trascinare con sé una serie di nomi, tipico dei processi per stregoneria in quegli anni, dato che se non si confessavano altre o altri colpevoli la tortura sarebbe diventata quasi sempre più atroce: Lucia Peìrana, Zanina Suliana (figlia di Bianchina), Margarita e Margarina Bracha, Bianchina Suliana, Marieta Colomba, Caterina Marenca, Bianchina Marenca, Bartolomeo Perletto.

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Sale, Filo e Masche. L'Incanto di Lucia Peìrana

Giacomo Perletto (figlio del mascone Caramello) aveva detto di essere andato, una volta che aveva mal di schiena, “da Lucia Peirana e mi fece un remmedio che pigliò tre grani di sale con tre fille di filo torto e li mise in una scodella d'acqua e poi seppe dire: “sono tre masche che vi nuociono e una ne può più che l'altre” (56). Indicativa, qui, la ricorrenza del numero tre (57), chiaramente un numero magico che rievoca antiche saggezze legate al culto lunare triplice, nonché della triade padre, figlio e spirito santo; altresì un numero che ha accompagnato la letteratura fiabesca europea, tutt'oggi considerato magico anche da coloro che di streghe e racconti di fate ne sanno poco o nulla.

Ancora Peste, unzioni e...Tempeste.

Anche dalle deposizioni di Lucia Rodana, emersero una serie di dettagli su quelli che potremmo definire i tratti delle stregoneria spignese e, in generale, della Valle Bormida: qui vengono riprese le riunioni notturne sotto un noce, di danze al suono del tamburino di Caramello, di rapporti carnali col diavolo, di malefici contro bambini e bestiame (58). Ma soprattutto, apparve quella verità che dal principio gli interroganti andavano cercando, ovvero Lucia Rodana confessò che sia lei che le altre erano andate a portare la contagione a Spigno, e che sapevano indicare le case unte dal contagio della peste da loro causato: più esser statta presente a portar la contagione a Spigno del mese d'ottobre in compagnia delle suddette, et mostra le case state onte di contaggio; più esser andata a concitar la tempesta due volte in compagnia come sopra et insegna il modo” (59).
A Spigno, al di là del “solito” immaginario stregonico, il punto caratterizzante i processi è l’unzione. Le streghe di Spigno non sono soltanto donne che fanno il male: sono le untrici del morbus pestisnon risparmiando nella loro “corsa notturna” porte, persone, case. Lucia Peìrana confessa una pignata di untagio, quale ritrovata è stata abbruggiata nella piazza del castello” (60). Giacomo Aurame, il secondo imputato maschile dopo il Caramello, dichiara apertamente di essere masco e di aver portato il contagio a Spigno tre volte; racconta anche di aver partecipato a causare tempeste e grandini “ad concitandas grandines, salendo sopra un monte dove le streghe, insieme al demonio, urinarono in una fossetta e vi mescolarono una polvere da cui si alzava il fumo delle nuvole da dove dicono al diavolo,  “metti giù, metti giù” (61). Anche Marieta Barbera conferma di essere venuta a Spigno a portare la peste; Zanina Barbera passa anch’essa da negazione a confessione; Zanina Suliana ammette di aver partecipato a balli notturni e di aver presenziato ad alcuni malefici; Maria Scaiola, donna “di rilievo” viene addirittura dipinta dalle altre come una delle principali ispiratrici del contagio (62). 

Il Bastoneto e la Scopa delle Streghe.

Un altro dettaglio usuale, indicativo delle credenze attorno alla stregoneria locale del tempo, trapela dalla bocca di Caterina Marenca di Merana detta la Giacheta, la quale insiste, coinvolgendo anche Bianchina Suliana fra le altre, sull'essere andata in loro compagnia “in una certa località col bastoneto et dice il modo d'usarlo” (63) – secondo L. Oliveri una palese variante della tipica scopa della strega, niente meno come affrontato nei numerosi saggi scritti su questo portale di ricerca, ciò che nella pratica sciamanica, fin dal Neolitico ha in realtà preceduto la scopa stessa; questo perché il legno reciso, secondo antiche credenze europee ma anche asiatiche e mediorientali, sprigionerebbe ancora la volontà ovvero il potere dell'entità o divinità che originariamente l'abita: dalla Siberia fino all'antico Egitto sono state molte le rappresentazioni dell'albero-madre, che nel caso degli Egizi era considerato una vera e propria dimora della progenitrice. Nelle fiabe si sono infatti conservati i motivi del bastone, della scopa o della bacchetta magica...(64).

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Questa è l’assurda vicenda con cui la Valle Bormida, tra gli inizi e la metà del Seicento, divenne teatro di una dimensione superstiziosa e maledetta: la “contaminazione occulta” di quello che era un feudo ove la cultura del mare e quella della pianura si intrecciavano, divenne peculiare, a partire dal cuore delle accuse, niente meno la “Rocchetta” di Spigno, fino a Merana che “consegnava” Caterina Marenca, e mentre Cagna fu presumibilmente il “laboratorio del contagio”, Serole e Castelletto Val d’Erro ospitarono scenari di malefici contro bestiame e bambini.
Le danze sotto al noce, la cerimonia della grandine “sopra a un monte”, l’unguento, forse il volo con “il bastonetto”. Tutto a Spigno diventava vero. D’altra parte, è evidente che se la peste era reale – e lo era – per i contemporanei doveva essere reale anche ciò che lì l'aveva condotta. I morti si accumulavano e la gente disperata, si sa, vuole sempre un responsabile su cui accanirsi.

Al tramonto dei processi.

Tutte l'incarcerate, che sono 14, han confessato, fuor d'una convita da complici ne' delitti, che per opera del Diavolo nega tuttavia” (65).

Sfortunatamente, però, tra il 21 ottobre e il 31 gennaio la corrispondenza si interrompe: forse per le difficoltà di scambio caratterizzare dall’inverno – suggerisce L. Oliveri – o forse per una oscura volontà a insabbiare il proseguimento della vicenda, e ciò che accadde in quel periodo resta in parte sconosciuto. Ciò che è certo, è che don Verruta non agì del tutto lucidamente, stretto com'era tra il potere del marchese – temuto e sostenuto dalla popolazione – e quello del vescovo di Savona Francesco Maria Spinola, più prudente e non propenso a credere alla colpevolezza di quelle persone.
Allorché nel gennaio 1632 intervenne finanche il Sant'Uffizio, nella persona del cardinale di S. Onofrio, che segnalò la confusione del caso, giudicando, ancora, il processo irregolare, senza prove e segnato da torture eccessive, e ordinò che si ripetesse alla condizione che le imputate fossero allontanate da quell'aria viziata di paese, interrogate nuovamente ma senza suggestioni né suggerimento alcuno da parte del preposto, e ordinò inoltre che fossero sospesi nuovi arresti e bloccate le sentenze, perché dalla Chiesa, le streghe di Spigno erano ritenute sostanzialmente innocenti (66). Il contrasto tra Chiesa e potere laico a quel punto si incancrenì, e un ritardo di circa diciassette giorni nelle comunicazioni che dal Santo Offizio passarono al vescovo e di conseguenza al parroco di Spigno, compromisero la salvezza delle masche.

Il 29 febbraio 1632 Alfonso Asinari Del Carretto scrisse al vescovo, quasi con nonchalance: (...) “in quello delle streghe che si trovavano detenute in queste carceri, mi spiace che per esempio et per timore all'avenire non sii potuto seguire qualche rigore aparente, già che per la longhezza et dilatatione sono tutte morte, et con haver finito avanti hieri di passar la barca di Caronte ci hanno levato a tutti questo impaccio come detto Signor Arciprete le havrà avisato” (67)

Di ciò, Don Verruta non aveva comunicato nulla al vescovo, il quale, appena due giorni dopo, scrisse all’inquisitore di Genova Pietro Martire Ricciareli facendo presente l'irregolarità secondo la quale, quando era arrivato l’ordine, due imputate erano ancora vive, ma nonostante questo risultarono inspiegabilmente tutte morte (68).
Frattanto, il 3 maggio 1632, l’inquisitore chiese al vescovo di verificare se le donne fossero morte naturalmente o per intervento delle forze del marchese, e se ciò fosse avvenuto prima o dopo il divieto imposto dal Santo Offizio (69). Il vescovo inoltrò la richiesta a don Verruta e chiese anche copia degli atti processuali (70), riaffermando così l'autorità ecclesiastica in tema di streghe e stregoneria, ma il materiale richiesto, sicuramente per qualche motivo, non venne mai individuato né trasmesso: a Savona, dell'atto processuale che documenti le cause di morte di quelle quattordici donne e uomini, non c'è traccia, né di una copia autentica né del un presunto sommario” che goffamente il Verruta promise di inviare in risposta al vescovo, dato che i processi sarebbero stati (a detta del parroco) troppo lunghi da trascrivere e il notaio non lo avrebbe fatto senza prima ricevere il compenso (71). 

La Congregazione del Santo Uffizio (oggi Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede) interpellata dall'A. in data 28/10/1988, ha comunicato il 7/12/88 che in archivio in relazione a “un processo svoltosi a Spigno Monferrato tra il 1631 -1632, avente come oggetto la stregoneria” non è stata trovata indicazione alcuna (72):

Margarita e Margarina Bracha; Bianchina e Gioannina Suliana; Bartolomeo Perletto; Lucia Peirana; Lucia Rodana; Marietta e Gioannina Colomba; Giacomo Aurame; Maria Scaiola; Marietta e Gioannina Barbera; Caterina e Bianchina Marencha si spensero senza la narrazione di un rogo solenne, senza una celebrazione pubblica, ma in un modo forse ancora più cupo: sottratte alla giustizia ecclesiastica, inghiottite dall'indifferenza più che dal carcere, cancellate prima che qualcuno potesse salvarle.
Eppure, a leggere gli atti, la loro identità non coincide affatto con la caricatura che il processo costruì attorno a loro, ovvero quella di un volto spaventoso oltre il quale, però, si intravedono donne di campagna che sapevano guarire, donne sole, vedove, povere, talvolta litigiose, mal viste poiché diverse per qualsiasi motivo, donne (e uomini) diventate/i insopportabili nel momento esatto in cui la comunità aveva bisogno di offrire il proprio terrore canalizzandolo in una vittima sacrificale umana. La gente credula di Spigno non condannò soltanto le presunte streghe: alla paura, sostituì del tutto il loro volto. Un volto che, come quasi sempre accade, assomiglia a quello dei più deboli, degli emarginati.

***

La Strega è politica. Le Streghe di Spigno ci guardano e ci interrogano sul presente. Libere riflessioni.

La tragica strage di Spigno, ci invita, infine, a considerare l'importanza del contesto politico, geopolitico e sociale come radice primordiale di tutti i conflitti e di tutte le persecuzioni. Oggi, forse più di ieri, dovremmo interrogarci su quanto le cose non siano cambiate, su quanto, se non stiamo attenti, il terreno che un tempo preparò e di fatto permise la caccia, possa tornare a essere fertile affinché nuovi e vecchi mali ci contagino di nuovo, e non è alla peste che mi riferisco... Forse è già così. Violenti (oltre che dichiarati) olocausti sono inopinabilmente in atto, ma noi, “Streghe moderne”, ci giriamo dall'altra parte, rinchiuse nella bolla di benessere che abbiamo la fortuna di abitare, in nome di una pace interiore ovattata – e finta – che illude di potersi identificare in qualcosa di unico e brillante che sta fuori dal mondo, ma la verità è che tutte e tutti, presto o tardi, faremo i conti con ciò – e con chi – abbiamo volutamente lasciato indietro.

Mentre noi ci mostriamo balbuzienti, di fronte all'evidente crimine contro l'umanità che è sotto ai nostri occhi o, per meglio dire, contro una specifica parte di essa, ritenuta evidentemente sacrificabile” (cit. Rula Jebreal), oltre alle vittime del presente, anche le Streghe di Spigno ci guardano, e ci interrogano, davanti alla ennesima ingiustizia ai danni di una minoranza che passerà inosservata alla storia.

“E mettiamoci un poco nei panni di queste povere donne di campagna, strappate alle loro case e interrogate  tortura a parte  nel cuore della notte, al lume delle torce, in antri semibui da “signori” per loro onnipotentiche le sanno già colpevoli e le vogliono morte”(73).

***

Album fotografico.
Di Rosaspina.


Rocchetta di Spigno Monferrato (AL).

Rocchetta di Spigno Monferrato (AL).

Chiesa di Santa Maria Assunta. Rocchetta di Spigno Monferrato (AL).

Rocchetta di Spigno Monferrato (AL).

Chiesa di Santa Maria Assunta. Rocchetta di Spigno Monferrato (AL).

Il Fiume Bormida. Spigno Monferrato (AL).

Spigno Monferrato (AL).

Spigno Monferrato (AL).

Chiesa di Sant'Ambrogio. XVI sec. Spigno Monferrato (AL).

***

Avvartenza.

Riprendendo un pensiero espresso dello stesso L. Oliveri, si specifica che il numero delle persone coinvolte nel processo di Spigno non è univoco e varia a seconda delle fonti. Le carte processuali iniziali registrano undici imputati: Margherita Bracha e la figlia Margarina, Bianchina Suliana (o Santina seu Sulianam), Bartolomeo Perletto, Lucia Peirana, Ioannina Suliano, Lucia Rodana, Marietta de Columbis con la figlia Ioannina, Giacomo Avramo (Aurame) e Maria Scaiola.
La lettera numero dieci di d. Verruta amplia invece il gruppo a quattordici fra donne e uomini, riprendendo tutti i nomi precedenti ma escludendo Ioannina de Columbis e aggiunge Marietta e Ioannina Barbero (madre e figlia), Caterina Marenco detta Giacheta e la figlia Bianchina. È possibile che alcune di queste figure coincidano (in particolare, secondo l'auotore della ricostruzione, Ioannina Barbero potrebbe essere la stessa Ioannina de Columbis), il che spiegherebbe le discrepanze. Ne risulta quindi una situazione incerta, dovuta a omissioni, aggiunte e probabili duplicazioni dei nomi nelle diverse testimonianze (74).
Vi è inoltre un dato insolito, che ho notato personalmente dopo essermi resa conto che già questo numero, quattordici, rispetto ai miei appunti “strideva”: non v'è fatta menzione, nel commentario, di una certa Delia – moglie di un certo messer Guglielmo Beltrame che figura nella deposizione dal masco Caramello riportata nella lettera numero dieci del 29 settembre 1631, niente meno vista dallo stesso a ballare di notte pochi dì sono col Diavolo e di una tale di nome Beatrice Ghilia di Spigno, ugualmente accusata di stregoneria e presumibilmente torturata e interrogata come tutte le altre. 
Chi sono Delia e Beatrice, non menzionate se non nell'angolino di una lettera? Che ne è stato di loro?!.


Note 

(1) Oliveri, Leonello. Un processo per stregoneria in Val Bormida nel 1631. Le Streghe di Spigno, 3 Mar. 2017.
(2) Ibid.
(3) Ibid.
(4) Simone, Claudia Rosaspina. “Streghe, Dee, Befane, Donne e Valchirie: alle origini della Stregoneria e la Vecchia Religione nell’Europa Antica e Occidentale”. Strega in Rosa, 2018.
(5)  Centini, MassimoStreghe in Piemonte: pagine di storia e di mistero. Priuli & Verlucca, 2018.  
(6) Ibid.
(7) Oliveri, Un processo…, osservazione dell'autore.
(8) Ibid., lett. n° 2, 21 luglio 1631, lettera dell'arciprete di Spigno al Vescovo di Savona.
(9) Ibid., lett. n° 4, (...) settembre 1631, lettera dell'arciprete di Spigno al vicario generale di Savona. 
(10) Ibid., lett. n° 3, 22 luglio 1631, il cancelliere della Curia vescovile di Savona manda a d. Verruta, vicario foraneo a Spigno, istruzioni circa il processo alle presunte streghe (Minuta). Pretese streghe”, non “streghe”. Ciò secondo L. Oliveri sarebbe indicativo di quella che era l'opinione generale dei membri del Santo Officio sulla veridicità dei fatti di stregoneria a Spigno.
(11) Ibid., acta criminalia, doc. n° 2.
(12) Ibid., acta criminalia, doc. n° 13.
(13) Ibid., acta criminalia, doc. n° 14.
(14) Ibid.
(15) Oliveri, Un processo…, osservazione dell'autore.
(16) Ibid., acta criminalia, doc. n° 5.
(17) Ibid., acta criminalia, doc. n° 2.
(18) Ibid., acta criminalia, doc. n° 8.
(19) Ibid., acta criminalia, doc. n° 14.
(20) Ibid., acta criminalia, doc. n° 8.
(21) Ibid., acta criminalia, doc. n° 12.
(22) Ibid.
(23) Ibid., lett. n° 10, 29 settembre 1631, l'arciprete di Spigno manda al Vescovo di Savona un'informazione sommaria sul processo alle streghe di Spigno.
(24) Ibid.
(25) J. Bodin, La démonomanie des sorcières, Parigi, 1580, p. 375, cit. in Ibid.
(26) Oliveri, Un processo…, acta criminalia, doc. n° 5.
(27) Ibid.
(28) Ibid., acta criminalia, doc. n° 6.
(29) Ibid., acta criminalia, doc. n° 8.
(30) Ibid., acta criminalia, doc. n° 6.
(31) Ibid., lett. n° 10, 29 settembre 1631, l'arciprete di Spigno manda al Vescovo di Savona un'informazione sommaria sul processo alle streghe di Spigno.
(32) Ibid.
(33) Ibid.
(34) Ibid.
(35) Ibid.
(36) Ibid.
(37) Ibid., acta criminalia, doc. n° 10.
(38) Ibid., acta criminalia, doc. n° 24.
(39) Ibid.
(40) Ibid., nota 16.
(41) Ibid., acta criminalia, doc. n° 24.
(42) “Lampa”. Vocabolario Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
(43) Oliveri, Un processo…, acta criminalia, doc. n° 24.
(44) Ibid.
(45) Ibid., nota 18.
(46) Ibid., acta criminalia, doc. n° 24.
(47) Ibid., lett. n° 14, 31 gennaio 1632, Lettera della S. Congregazione del Santo Offizio al Vescovo di Savona.
(48) E. MASINI, Arsenale ovvero prattica della Santa Inquisizione, Genova 1621, pars decima, cit. in Ibid., nota 83.
(49) MASINI, Arsenale cit., Parte VI, cit. in ibid., nota 81.
(50) Oliveri, Un processo…, lett. n° 10, 29 settembre 1631, L'arciprete di Spigno manda al Vescovo di Savona un'informazione sommaria sul processo alle streghe. di Spigno.
(51) Ibid.
(52) Ibid.
(53) Ibid.
(54) Ibid.
(55) “Sunt lacrimae rerum, ma nessuno piange le Streghe di Cairo Montenotte”. Strega in Rosa, Marzo 2026.
(56) Oliveri, Un processo…, acta criminalia, doc. n° 8.
(57) Barozzi, Marco Fulvio. Tracce Celtiche, curiose, misteriose ed inquietanti: Piccolo viaggio all'interno di alcuni segni, misconosciuti o ignorati, del passato celtico antico e medievale nell'Italia alpina e padana. Edizioni della Terra di Mezzo, 2000, pp. 152–153.
(58) Oliveri, Un processo…, lett. n° 10, 29 settembre 1631, L'arciprete di Spigno manda al Vescovo di Savona un'informazione sommaria sul processo alle streghe.
(59) Ibid.
(60) Ibid.
(61) Ibid.
(62) Ibid.
(63) Ibid. 
(64) “Scopa e volo magico”. Strega in Rosa, sezione Sentiero di Strega, 21 agosto 2024.
(65) Oliveri, Un processo…, lett. n° 10.
(66) Ibid., lett. n° 14.
(67) Ibid., lett. 19, 29 febbraio 1632, Lettera del marchese di Spigno al Vescovo di Savona.
(68) Ibid., lett. 20, 2 marzo 1632, Minuta di lettera del Vescovo di Savona al padre inquisitore di Genova.
(69) Ibid., lett. 24, 3 maggio 1632, Lettera del padre inquisitore di Genova al Vescovo di Savona.
(70) Ibid., lett. 25, 10 maggio 1632, Minuta di lettera del cancelliere del Vescovo di Savona all'arciprete di Spigno.
(71) Ibid., lett. 26, 20 giugno 1632, Lettera dell'arciprete di Spigno al Vescovo di Savona.
(72) Ibid.
(73) Ibid., osservazione dell'autore.
(74) Ibid., nota 99.


Bibliografia

Oliveri, Leonello. “Il processo alle streghe di Spigno”, Bollettino Storico Bibliografico Subalpino, vol. XCIII, 1°-2° semestre, Deputazione Subalpina di Storia Patria, 1996.
Merton, Robert K. Social Theory and Social Structure. The Free Press, 1949. Internet Archive
Centini, Massimo CentiniStreghe in Piemonte: pagine di storia e di mistero. Priuli & Verlucca, 2010/2018.
 


Sitografia interna di riferimento

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Pt. I Simone, Claudia Rosaspina. Camminando tra Ombre e Incanto. Sulle Tracce delle Streghe di Spigno Monferrato Parte IQuaderno di Rotta di Una Strega Moderna, Apr. 2026.
Pt. II Simone, Claudia Rosaspina. Stregherie a Rocchetta. Sulle Tracce delle Streghe di Spigno Monferrato Pt. II.Quaderno di Rotta di Una Strega Moderna, Apr. 2026.

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Simone, Claudia Rosaspina. “Sunt lacrimae rerum. Ma nessuno piange le Streghe di Cairo Montenotte”. Strega in Rosa, Mar. 2026.
Simone, Claudia Rosaspina. “Strega in Rosa approda su L’Ancora.” Strega in Rosa, Mar. 2026.
Simone, Claudia Rosaspina. Attraverso la bruma di Cairo Montenotte. Ritorno sul Sentiero delle Streghe Savonesi...”. Quaderno di Rotta di una Strega Moderna, Mar. 2026.


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