Il “monstrum” natalizio che molte e molti conoscono come Krampus, potrebbe essere molto più antico di quanto si pensi e, tra le altre, una sua eco potrebbe esistere (a modesto parere, frutto delle mie ricerche), nella dietrologia mitica finnica, suggerito soprattutto dall'etimologia: Joulupukki, famigerato Babbo Natale finnico, con affini in Norvegia, Svezia e oltre; etimologicamente,
significa “capra di Jól”; la parola pukki deriva dalla radice germanica bock, affine all'inglese buck (qui affine alla capra ma significa cervo), e probabilmente dal norreno Jól, che designa Yule (Yuletide, la stagione natalizia), espressione proveniente dall'antico inglese, che
rappresenta la festa invernale precristiana, corrispondente ai Saturnalia
romani (1). Nello specifico, il termine anglosassone che indicava Yule (norreno Jól, islandese, faroese e norvegese, in quest'ultima lingua la “o” non è accentata, tedesco Jul, così anche in danese e in svedese) è Geól cioè il Natale e la festa della Natività del Signore. Si trova ad esempio in espressioni come on geól, “a Natale”, oppure ðý twelftan dæge ofer geóhol, “il dodicesimo giorno dopo Natale, l’Epifania”. Un’altra occorrenza è feówertig daga ǽr eástran and feówertig daga ǽr Cristes acennisse ðæt is ǽr geólum, “quaranta giorni prima di Pasqua e quaranta giorni prima della nascita di Cristo, cioè prima di Natale”. La parola è collegata alle forme germaniche parallele: in danese juul, in svedese jul, in antico norreno jól, che significava sia la festa di Yule e del Natale sia, più in generale, qualunque festa o banchetto. L'etimologia è ancora avvolta dal mistero, ma si è quasi tutti d'accordo nell'attribuirle il significato simbolico di “ruota”, sia per il legame con l'islandese Hjól che significa “ruota”, sia perché nel periodo solstiziale, intorno al 21 dicembre, questa tocca la sua estremità inferiore e inverte la rotta per vedere rinascere la stella sole. Originariamente era considerato il momento in cui incominciava il nuovo anno del ciclo dei cacciatori-raccoglitori, il momento in cui le giornate tornavano a farsi più lunghe.
Secondo alcuni linguisti Jól potrebbe avere altresì una origine
nelle lingue germaniche preindoeuropee e delineare, pertanto, una usanza tanto
antica nei popoli del Nord, molto diversa, si intuisce, dal
famigerato Sol Invictus tipico del tardo Impero Romano e del suo spirito bellicoso.
Originariamente, Jól era considerato il momento in cui
incominciava il nuovo anno del ciclo dei cacciatori-raccoglitori, quando le giornate tornavano a farsi più lunghe, dopo il buio profondo autunnale.
Per gli Anglosassoni e i Norreni, lo rimase anche dopo
l'avvento dell'agricoltura, nota come Modranacht, la Notte
delle Madri (2, p.170) che cade alla vigilia di Natale.
Joulupukki, incarnerebbe lo spirito delle due capre che
trainavano il carro del dio Thor nella mitologia scandinava(3), anche se, col tempo, le capre sono state sostituite dalle renne. Interessante, notare gli attributi di Santa Lucia e della selvatica Dea Diana preindoeuropea o la Befana in
questo: Joulupukki, nel tipico contesto “dicotomico” di luce e ombra delle
leggende natalizie/solstiziali europee, bussava alla porta dei bambini sotto
forma di metà uomo e metà capra(3), portando doni ai buoni e punizioni ai
cattivi.
Ciò è tipico delle leggende dell'Europa centrale e Orientale che riguardano la Befana e tutte
le figure folkloriche affini che nel suo sembiante di strega e nonnina del Natale vedono il loro culmine.
E se le capre, oltre il velo di Joulupukki, fossero eredità del selvaggio corteo di spiriti e fantasmi con cui la Strega Alpina Berchta, anche chiamata “signora
delle bestie selvagge”; sin dalla notte dei tempi, scende dalla sua dimora di
neve dal freddo Nord (Engelland (4)), una notte all'anno – che peraltro ha
affinità con la nebbiosa landa infera della Strega di Pohjola, tipica del
retaggio mitico baltofinnico (5) – per camminare fra le case e scoperchiarne i
tetti recando tempesta?
Dopotutto, Berchta, etimologicamente “la splendente, o la brillante” (per via del legame dell'alto tedesco “peraht”, “berht” o “brecht” con la parola inglese “bright”; ma un'altra ipotesi etimologica in accordo con le fonti la accosterebbe alla parola inglese “birth”, simile al suo nome originario, Bertha); è la figura folklorica delle Alpi e soprattutto dell'area bavarese più vicina alla nostra Befana italica; nel Medioevo venne fusa alla Erodiade/Diana e altre figure tipiche delle primissime fonti sulle Streghe come la Signora Oriente o Domina Ludi, La Signora del Gioco (6).
Sembra, altresì, che la “marcia espiatoria” di fine anno, rilevata ad
esempio da James G. Frazer (7) in numerose culture primitive sia europee che no, per
scacciare le energie negative e i demoni accumulati durante i dodici mesi,
possa essere in effetti una reminiscenza della espiazione dei mali un tempo
gestita da queste figure folkloriche che col tempo sono state demonizzate, che avevano lo scopo – oggi perduto o edulcorato in penosi racconti buonisti – di ristabilire i sacri confini ed
equilibri tra “bene e male”.
Vivo tra le antenate e antenati era quel senso di punizione che non si vuole più sentire e quasi non fa più parte dell'educazione di bambini e bambine delle nuove generazioni.
L’espiazione dei peccati, nondimeno canalizzata nella famosa
espressione che tutte e tutti conosciamo come “capro espiatorio”(7) sembra fosse dopotutto
esercitata nel sacrificio della capra in molte usanze e tradizioni del passato i
quali, come ben sappiamo, nel tempo sono andati a contaminarsi fra loro: il Dio Dioniso era rappresentato come una capra, per questo gli sono legate divinità minori come i Pani, Satiri e Sileni; anche Pan, nelle pitture aveva faccia e gambe di capra, così i Fauni e in generale le deità delle selve (entriamo nello spettro di Diana) erano mezze capre (7 p. 557). Il costume arcade di battere l'immagine del Dio Pan con scille, quando i cacciatori ritornavano a mani vuote aveva lo scopo di purificare il dio dalle influenze malefiche che impedivano le sue funzioni divine di procuratore della cacciagione; da ciò deriva l'usanza di battere i genitali del capro espiatorio umano, per liberare la sua energia procreativa da incantesimi e malefici (7 p. 678). Nell’undicesimo
canto dell’Odissea le ombre dei morti si accalcavano intorno a Odisseo, bramose
di bere il sangue dell’ariete e della pecora nera sacrificati dal re di Itaca (in
araldica, ad esempio, l’ariete può indicare il maschio della capra).
La capra fu peraltro un tempo sacra, rappresentazione di
divinità locali in diversi luoghi: fu incarnazione di Atena, come risulta
dalla sua rappresentazione vestita dalla palle dell’animale (egida)(7); sappiamo da
Varrone che una volta l’anno si conduceva sull’Acropoli una capra da
sacrificare, forse come rappresentazione della Dea stessa, infatti, la sua
pelle veniva con tutta probabilità posta sulla statua della Dea e rinnovata ogni
anno (7, p. 569)
Non da meno è il potere divinatorio attribuito al sangue della
capra; si crede che la Dea indiana Kali discendesse nel sacerdote ed egli fosse
in grado di “oracolare” dopo aver succhiato il sangue che scorre dalla gola
recisa di una capra (7 p. 119).
Da contestualizzarsi è anche la origine stessa dell'irsuto animale: le capre domestiche (Capra hircus) discendono da C. aegagrus, una specie originaria dell'Asia centrale e sono diffuse in tutto il mondo tranne nelle tundre, nei deserti e negli habitat acquatici. Non è semplice, quindi, dare alla famigerata capra del Natale una provenienza nel freddo polare della Lapponia finalndese..
D’altra parte, sappiamo con certezza che i miti baltofinnici hanno un cuore asiatico (8), come
dimostrato dagli scambi culturali e no, che inevitabilmente hanno avuto traffico attraverso
la Via della Seta.
A onor del vero, un altro animale con un lungo corno frontale e la barba caprina, a cavallo tra mito e fantasia e pertinente la ricerca, potrebbe vedere l'esegesi dei sui temi fondativi nelle fonti dell'antico Iran e nella Mesopotamia di Gilgameš, niente meno che l'Unicorno (9). In Occidente siamo abituate e abituati a immaginarlo come un cavallo alato e candido, ma nei miti che lo hanno riguardato, riscontrabili nella cristianità medioevale, nella Araldica, nel Rinascimento, ma anche nel buddismo tibetano, indiano e cinese , è tutt'altro che materia di fantasia ma ha radici ben più serie ed è stato rappresentato con sembianti diversi, tra cui l'asino, che appare proprio in Ctesia(9 p. 7), la prima fonte letteraria che abbiamo dell'unicorno e l'asino è, guarda caso, l'animale cavalcato da Santa Lucia. Affine è peraltro un'altra figura del Natale, la Tante Arie (Harié) della Val d'Ajoie in Francia (4 p. 23), la quale si faceva preannunciare dal sonaglio dell'asino sul quale arrivava: questo personaggio complesso del folklore francese con origini oscure poteva avere tratti zoomorfi particolari, come le zampe d'oca, ma soprattutto era legata all'asinello, come la Santa Lucia siracusana, la cui festa è ancora oggi così sentita nei paesi scandinavi..
Un altro contatto da non sottovalutare è quello tra i Runot (canti tradizionali) finlandesi e la mitologia scandinava, ovvero ancora con le tradizioni germaniche preindoeuropee, con elementi intrecciati tra loro in diverse saghe e leggende norrene, e quindi un possibile legame tra il folklore finnico e quello germanico e alpino di Perchta. Ciò è stato dimostrato dagli studi kalevaliani di Juha Pentikäinen (8) per “vocifuoriscena”(finnica), e non esclude la riflessione qui proposta, ovvero che alle origini della “corsa punitiva” e di doni di Joulupukki vi sia la Grande Antenata infera, la donatrice invisibile(4) di morte e luce, che vive nel doppio delle Dee di fortuna e filato che appaiono nelle Dodici Notti di Natale, la madre dell’inverno, con il carretto o senza, con la slitta o con la scopa (cavalcata “al contrario”, nel caso della Befana italica(4)) ciò che conta è l’importanza simbolica che riveste il legno, ovvero il materiale dei mezzi di locomozione. Nelle fiabe l'elemento magico appare anche come bastone o bacchetta magica poiché al suo interno era conservato il fuoco celeste, il soffio vitale della grande antenata, concepita in forma arborea dall’antico Egitto (sicomoro (4)) fino alla più fredda Siberia sciamanica e quindi genitrice dell’energia che da movimento allo strumento magico. Da qui si sono sviluppate anche le leggende legate a scope, rametti, ciocchi natalizi che proteggerebbero le case da fulmini e malefici nelle lunghe notti d'inverno.
Un’altra curiosità è che i folletti al seguito della ferina Perchta, e di quella che con tutta probabilità è stata la prima marcia selvaggia, (secondo me solo in un secondo momento attribuita a Wotan/Odino) sono infatti le “Truden”(10), dal tedesco Trud, che corrispondono alle paure segrete e inspiegabili, dette anche “angustie della Trud”: curioso che il nome di una delle valchirie sia Thrúdhr, che significa donna o forza (11 p.75); alla stregua del norrendo Njörðr, nondimeno la presunta divinità Vanir frutto con tutta probabilità di una mascolinizzazione della dea della terra Nerthus (la quale, guida ella stessa un carro trainato da mucche, evocative del sembiante boomorfo che la Grande Antenata o Befana ha assunto nei miti e leggende fin dall'Egitto, con Iside dea del grano (Sochit/Sochet (7) o nei panni della sabina Vacuna che rieccheggia nelle Madonnine della Neve) e celeste epifania (Stilla o Stella Maris (7)); indiscussa protagonista dello “strascico di dee” che, tutte insieme, animano la figura della Dama Bianca, la filatrice dell'inverno (anche viva nella Madre dei Vani Frigg) la luminosa che porta la morte nelle Dodici Lunghe Notti..
A tal proposito, sono molti i modi con cui il Demonio (considerato compagno della Strega) è stato chiamato e definito: fermo restando, che proprio coloro che presumibilmente avrebbero voluto “estirpare il male”, ne divennero incarnazione all'ossimoro e primi carnefici del bene che tanto auspicavano.
La parola Satana, ad esempio, dal latino tardo Satan significa
nemico, avversario, oppositore o accusatore, nondimeno colui che figura nella
Sacre Scritture come spirito del male, nemico di Dio; di cui le Streghe (ma
in generale le donne) sono diventate ovvia trasposizione.
La parola Diàvolo, similmente, dal latino diabolus o
greco diábolos, è calunniatore; ovvero da dia-bállo (getto in mezzo,
quindi calunnio), (Cfr: ebraico s'atan, cioè avversario).
“Lucifero” proviene invece dal latino lucifer,
composto di “lux” – luce – e “ferre” – portare – il famigerato angelo caduto
che la mitologia cristiana ha associato a Satana.
Sembra che, dopotutto, in questa figura controversa abitino entrambi gli aspetti delle deità del passato, plasmate nella luce e nell'ombra; anche se poche e pochi lo sanno, Lucifero era già una
divinità romana, assimilabile al greco Eosforo, associato al pianeta Venere, similmente all’Adone semitico, dio delle cose, il quale “sposava la stella Astarte” che non è altri che la cometa di Epifania, la luce della nostra amata Befana che solca i cieli stellati..
Se non altro, l’angelo portatore di luce, potrebbe essere la
degenerazione delle preesistenti Dee di Luce, che sono forse la forma più
antica di “angeli custodi” (4), numi tutelari della casa e della stirpe (dísir in ambito norreno) la cui origine si perde nella notte dei tempi:
Lucina “candelifera”, o Lucia, il cui culto è ben precedente a quello
attribuito dal sincretismo con la santa siracusana è, con tutta probabilità,
connesso alla stessa figura della Erodiade/Diana preromana, di dietrologia
forse etrusca e protagonista del culto della luce e della gioiosa danza
selvatica delle prime sacerdotesse della Europa Antica che veneravano la Grande
Madre nella sua forma lunare triplice ben evidenziata dagli studi della egittologa Margaret A.Murray(12), ma anche nel suo aspetto luminoso solare,
di cui Diana è indiscussa portatrice (13). Nel mito illustrato nel Vangelo delle Streghe di Charles Godfrey Leland
sarebbe sposa incestuosa di Lucifero, col quale darebbe alla luce la figlia
Aradia, semidea medievale dal carattere vendicatore delle donne e dei più
deboli, anche presente nel corredo di Perchta, la quale col tempo, nell'area Alpina, è stata progressivamente sostituita da Maria con l'opera cristiana alpina(10)...
Bibliografia e Sitografia di riferimento
Tratto in parte da La Dama Bianca, l'Antico Culto della Luce e le Vere Origini del Natale e dell'Epifania - Testo di Claudia Rosaspina Simone, 2022
(1) La Dea Bianca, Robert Graves, Gli Adelphi, p. 77, p. 83
(2) Calendario, Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno, Alfredo Cattabiani, Scienze, Oscar Saggi Mondadori, pp. 102 – 109, cfr. Beda Venerabilis. De Temporum Ratione. Patrologia Latina, vol. 90, col. 293–578D, edited by J.-P. Migne, 1862. Documenta Catholica Omnia, p. 356, cap. XV “De mensibus Anglorum”
(3)www.istitutoculturalenordico.it
(4) Claudia Manciocco e Luigi Manciocco, L'Incanto e l'Arcano, Per una Antropologia della Befana, Armando Editore
(5) Kalevala: il passato pagano e il sacro femminino alle origini della mitologia baltofinnica e la progenitrice nei miti artici, ugrofinnici e scandofinni
(6) Streghe in Piemonte, Massimo Centini, p. 124
(7) Il Ramo d'Oro, James G. Frazer, Studio sulla Magia e sulla Religione, Bollati Boringhieri
(8) Juha Pentikäinen, La Mitologia del Kalevala, Vocifuoriscena (Finnica)
(9) Il Ciclo dell'Unicorno, Marco Restelli, Miti d'Oriente e d'Occidente, Saggi Marsilio
(10) Luisa Francia, Le Tredici Lune, Venexia Editrice
(11) Le Dee Femminili del Pantheon Nordico, Claudia Emanuele, Edizioni La Zisa
(12) Le Streghe nell'Europa Occidentale, Margaret A. Murray, Edizioni della Terra di Mezzo
(13) The Inner Mysteries, Janet Farrar e Gavine Bone, Brigantia Edizioni
* Etimologia Satana, Diavolo e Lucifero da Dizionario Etimologico, Edizione Aggiornata, Rusconi Libri.
* Etimologia Yule da Old English Dictionary, Dizionario Anglo-Sassone di Bosworth & Toller online
Diritti
Testo di Claudia Simone. Tutti i Diritti Riservati.
Crediti fotografie: Pinterest da artisti ignoti



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