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Barlumi di Epifania e Studio Etimologico di una antica Dea dell'Occidente.

Epifania deriva dal latino Epiphanīa, dal greco ἐπιφάνεια, Epipháneia, termine che indica propriamente una “apparizione” o “manifestazione”. Secondo il Vocabolario Etimologico di Ottorino Pianigiani (1), l’Epifania è “la festa cardinale in cui la chiesa cristiana commemora la apparizione dell’astro” – la stella – (…) “che dall’Oriente guidò alla culla di Gesù i Re Magi, invero i Sapienti”.
Dal punto di vista filologico, ἐπιφάνεια deriva dal verbo greco ἐπιφαίνω, epiphaínō, composto da ἐπῐ-, epĭ-, ovvero “sopra, su” e φαίνω, phaínō, ossia “splendere, portare alla luce”. Il verbo significa “splendere”, “diffondere luce”, “mostrare” e, nella forma media e passiva, “venire alla luce”, “apparire”. L’etimologia di Epifania rimanda altresì all’idea del “rendersi manifesto”, indica cioè qualcosa che, dall’invisibile, si rende visibile (2,3,4,5,6).
Testimonianze di un culto legato alla natività del sole indicano che la data originaria della natività era il 6 gennaio, e non il 25 dicembre: i dottori della Chiesa decisero successivamente di spostare la Natività al 25 dicembre e di fissare l’Epifania al 6 gennaio, inglobando le adorazioni pagane della Stella-Sole in un nuovo calendario cristiano (7). Dall’Oriente persiano del dio Mithra, alla Siria e all’Egitto, dove si celebrava la Grande Dea Celeste dei Semiti, una forma di Astarte che, ad Afaca, era identificata in una meteora la quale, similmente alla stella di Epifania, “appariva” a risvegliare la terra.
Ad Antiochia e altrove era in effetti “l’apparire della stella mattutina”, che veniva salutato come il ritorno della dea (7). In questo quadro, è plausibile immaginare – ma si tratta di una affermazione a livello interpretativo – che fosse Venere, la stella mattutina a guidare i Magi dall’Oriente a Betlemme.
La stella è, in questa lunga continuità simbolica, una apparizione celeste femminile: il sole stesso, dopotutto, è una stella. Iside-Sopdet associata a Sirio, Stella Maris protettrice dei marinai, madre della creatura solare che rinasce al solstizio, poi sostituita da Maria.
Le Dodici Notti – tempo liminale di cui si è discusso nei precedenti interventi – alla fine delle quali altresì la stella cometa appariva, erano in origine il tempo derivante dalla differenza tra l’antico anno lunare e quello solare (8). I romani credevano che nelle dodici notti conseguenti al Sol Invictus ci fossero delle figure volanti che aleggiavano sui campi coltivati, tra le quali Erodiade/Diana, portando fortuna al raccolto (7). In ognuno di questi retaggi v’era una femmina sovrannaturale a cavallo di una scopa che aveva una importantissima funzione...
Il legame tra le diverse identità folcloriche legate a Perchta emerge nel fatto che esse compiono il loro “giro magico” nei Dodici Giorni del Natale. Al termine di questo periodo, a Berchta viene assegnato un giorno particolare, quello dell’Epifania, associazione che non compare invece nelle aree di competenza di Holda (12).
Epifania è dunque, originariamente, la festa della Stella: guida, segno, rivelazione e principio ordinatore del tempo nuovo. Non a caso, “l’ultimo dei mistici dodici giorni di Natale è l’Epifania o Dodicesima Notte ed è stato scelto come il tempo più opportuno per l’espulsione delle potenze del male in varie parti d’Europa” (4).
In questa notte, tradizionalmente, la Befana – niente meno che la strega alpina Perchta – porta il carbone, che oltre ad esprimere una energia latente, in passato era considerato un amuleto, un vero e proprio dono fatato che aiutava a cacciare malanni e disgrazie (9).
Come Holda, Berchta supervisiona le filatrici e scompiglia qualunque filatura trovi incompiuta l’ultimo giorno dell’anno (12). La sua festa richiede un cibo rituale preciso – una zuppa di latte, cereali o patate accompagnata dal pesce – e la sua omissione provoca l’ira della dea. La vendetta attribuita a Berchta, quando tali prescrizioni non vengono rispettate, assume toni arcaici e violenti: ella taglia il ventre del colpevole, lo riempie di paglia tritata e ricuce lo squarcio con un vomere, un osso dello splancnocranio, usando una catena di ferro come filo (12).
Nelle montagne di Salisburgo il giorno dedicato alla temibile Perchta, detto “Perchtel” o “Perchta-running” (12 pp. 193–195), si svolgeva durante le Rauhnächte, le Dodici Notti. Queste notti, associate a figure demoniache pelose o ai fumi dell’incensazione rituale, trovano riscontro nei Roghi della Vecia di gennaio, diffusi nell’Europa contadina, che sancivano la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo come un grande Capodanno (9). Il rogo aveva la funzione di allontanare le disgrazie e favorire il rinnovamento del cosmo, consentendo alla “giovinetta” della natura di prendere il posto dell’Anziana, ponendo termine al periodo di confusione iniziato a Ognissanti e culminato nelle Dodici Notti (9, 17).
La Perchta è una antica dea dell’Occidente appartenente in prevalenza alle Alpi e all’area linguistica bavarese. Il più gettonato significato attribuitole è “la splendente, o la brillante”, con tutta probabilità dall’alto tedesco peraht o dal protogermanico brehtaz, ossia “brillante”, e significherebbe “il brillante, il luminoso, l’eminente” (10); altri, come Jacob Grimm (11 cfr. 8 p. 18), danno al termine una origine celtica. Eugen Mogk suggerisce l'antico pergan, che in alto tedesco significa “nascosto, coperto, velato” (12 p. 198), ma un’altra ipotesi vede Berchta come “luminosa, risplendente” dal sanscrito bhraj, lat. fulgeo, personaggio del tutto affine alla Befana e alle figure di Epifania (9 p. 36).
Nell’alto tedesco, la ricorrenza si chiamava giperahta naht, “notte splendente”, da cui perhtennaht, la notte di Perhte e perhtentagil , giorno di Perhte, da cui il senso personale di perhte, immaginata come una santa del calendario, in modo analogo alla Befana (13). Hugo Elard Meyer menziona la germanizzazione del tempo di processione di questa entità attraverso la giperchta Nacht, “la notte splendente”, sottolineando che la sua presenza è ben più antica del tempo in cui è stata attribuita all’Epifania (12 p. 197), il che rivela ancora la natura rifulgente della sua apparizione.
Affianco a queste interpretazioni, una fonte sconosciuta (12 p. 193) supporrebbe una connessione con la parola inglese birth, “nascita”, forse in relazione all’antico carattere di questa figura che la collega alle stagioni, alle calende.
Nella Mitologia Teutonica di Jacob Grimm (11) emerge che nelle aree germaniche superiori quali Svevia, Alsazia, Svizzera, Baviera e Austria, venisse chiamata “Frau Berchte”, nell’antico alto germanico “Perahta”, la brillante, la luminosa, la gloriosa; così come Holda produce infatti la neve brillante (12 p. 193), ma, in verità, gli epiteti si riferiscono più alla sua natura benevola di luce, nel tempo purtroppo dimenticata e sostituita solo dalla sua natura orrorifica, che bene si identifica nel Krampus, nondimeno nel monstrum natalizio.
Tradizioni raccolte da Jacob Grimm attestano rituali analoghi in aree come la Turingia, l’Alta Baviera e il Nord della Svizzera, dove nel XVI secolo compare la figura di “Berchtold”, versione maschile riferita a Wuotan/Odino. Questo dato avvalora l’ipotesi di questo portale di ricerca che la Marcia Selvaggia fosse, in origine, una processione femminile di demoni e folletti al seguito di Perchta, le Truden (8), e che solo in un secondo momento sia stata mascolinizzata e attribuita a Odino.
Perchta è infatti anche la signora delle bestie. Il suo nome è anche “Holle” o “Frau Holle”. Il nome di questa leggendaria figura si basa sull’aggettivo hold, medio alto tedesco holt, antico alto tedesco hold, “benefico, vantaggioso, misericordioso, compassionevole, devoto o dedito, servile, leale o fedele”. L'antico alto tedesco holda e medio alto tedesco holde denotano uno spirito femminile buono; l’antico alto tedesco holdo significa “spirito”, il medio alto tedesco guoten indica uno spirito familiare benefico e il medio alto tedesco holde designa l’aiutante femminile domestica (14). Un’altra chiave di lettura vuole Holle da Huld, hold – loyal – comparabile con il tedesco hold, l’olandese hou e trou. Come nome biblico, in ebraico con tutta probabilità significa weasel, una profetessa del periodo di Giona (2 Re 22:14) (15).
L’aspetto e l’operato di Perchta e Holle è simile nelle leggende e nelle fiabe che riguardano la Dama Bianca, anche conosciuta come “Fata della Neve”. Il carattere che tipicamente incarna nei periodi liminari (quali la Notte di Ognissanti e le Dodici Notti di Natale) è quello della strega tessitrice e filatrice, nel medioevo chiamata anche “Hagse” o “Hagazussa” (8), che probabilmente deriva dall’inglese antico hægtes, hægtesse, ossia “strega, maga o incantatrice”, ricostruito dai linguisti a partire dal protogermanico hagatusjon, di origine sconosciuta, ma il primo elemento del termine (hag/haga) è affine all’inglese antico haga, che delinea il “recinto”, porzione di bosco delimitata per il taglio, da confrontare con hedge (16). È colei che controlla il confine tra il regno dei vivi e quello dei morti, poiché entrambi i mondi li abita: è l’antica strega che vive ancora nel profondo di alcune donne.
La si può accostare alla Befana, nome generato dall’aferesi del latino epiphanīa, che dapprima diventa Pifania, poi Bifania, Befania e infine “Befana”: tentativo evidente di cristianizzare la figura di una antica Madre Selvatica le cui tracce sono antecedenti al Neolitico, oggetto di una plasmazione culturale plurisecolare (9), della figura folcloristica della donna a cavallo della scopa – che la Befana cavalcherebbe al contrario (17) – che porta doni o ammonimenti a seconda dell’operato di chi ne riceve la visita, in quanto incarna la fortuna e il fato, essendo anche la forma più antica di Fata Madrina.
Tracce italiche della credenza in questa figura risalgono al mitraismo dell’Impero Romano – di origine però persiana – al culto di origine celtica (7) e finanche al Neolitico, che vede usanze (nell’area dell’attuale Puglia, ad esempio a Molfetta) legate alla custode del fuoco e antenata della casa che si credeva entrasse dal caminetto nei giorni che precedevano il Capodanno, che avveniva a gennaio (9).
In essa vive la grande antenata del focolare, colei che veglia e custodisce le notti d’inverno, anche detta Fata Piumetta (18), e condivide molto del suo corredo con la madre dei Vani Frigg e con personaggi fiabeschi come quello di Cenerentola, dove peraltro fa la sua misteriosa comparsa come Fata Madrina...
A tal proposito si cita una piccola curiosità: la fidata ancella di Frigg, Fulla, reca la cassa della dea e “custodisce le sue calzature” (19). Nella filastrocca che tutti conosciamo sulla Befana – alla quale, in una ricerca più approfondita, ho accostato anche Cenerentola per via del topos della scarpetta – le sue “scarpe tutte rotte” e la tipica calza che appendiamo a caminetti e balaustre delle scale, potrebbero avere una antica dietrologia nel mito nordico, niente meno in tutte quelle dee di luce, fortuna e filatura sotto la cui egida cade il tempo d’inverno, da Frau Holle alla dea germanica della terra Nerthus o Hertha (12), ricordata anzitutto da Tacito che la cita nella sua Germania come madre-terra “Nertho” (20) (nelle saghe di epoca vichinga scomparsa nel culto del dio Njǫrðr (21)).
A concludere l’excursus, si cita che in Islanda Frigg veniva associata al pianeta Venere, che era chiamato “Stella di Frigg”, Friggjarstjarna (21 p. 57): ciò denota un ulteriore legame tra le origini di questa dea e l’apparizione della stella di Epifania, che ha evidentemente attraversato tutto il mondo antico, dall'Oriente all'estremo Nord, per essere ancora oggi una suggestione universalmente condivisa. Le antiche madri celesti dei Semiti, la stella cometa e la Befana che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio fa la sua comparsa possono dunque coesistere nella medesima “entità di apparizione e miracolo” ma, questo, è solo uno spunto dedotto dagli studi di questo portale di ricerca, che non pretende di arroccarsi sulla verità...

Bibliografia e sitografia.

(1) Pianigiani, Ottorino. Vocabolario etimologico della lingua italiana. 1907. Classic Preprint Series, Forgotten Books, 2018, p. 470.
(2) Bailly, Anatole. Le Grand Bailly. Dictionnaire grec-français. Paris, Hachette, 1935.
(3) Bauer, Walter, Frederick W. Danker, William F. Arndt e F. Wilbur Gingrich. A Greek–English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature. 3ª ed., Chicago, University of Chicago Press, 2001.
(4) Liddell, Henry George, e Robert Scott. A Greek–English Lexicon. Oxford, Clarendon Press, 1940.
(5) Liddell, Henry George, e Robert Scott. An Intermediate Greek–English Lexicon. New York, Harper & Brothers, 1889.
(6) Strong, James. Strong’s Exhaustive Concordance to the Bible. Nashville, Abingdon Press, 1979. Voce G2014.
(7) Frazer, James G. Il Ramo D’Oro: Studio sulla Magia e la Religione. Edizioni Bollati Boringhieri, 2016.
(8) Francia, Luisa. Le Tredici Lune. Case Editrice Le Civette di Venexia, 2011. Collana Le Civette – I Saggi, a cura di Luciana Percovich. Capitoli 1–3.
(9) Manciocco, Claudia, e Luigi Manciocco. L’Incanto e l’Arcano: Per un’Antropologia della Befana. Armando Editore.
(10)  “Perchta”. Wikipedia, The Free Encyclopedia, Wikimedia Foundation.
(11) Grimm, Jacob: Teutonic Mythology translated by James Steven Stallybrass, London, George Bell and Sons, 4th ed., 1882. Cit. in voce 7 p. 193.
(12) Garden Stone. Goddess Holle: In Search of a Germanic Goddess. Traduzione di Michelle Lina Marie Hitchcock.
(13) “Berchta”. Enciclopedia Italiana, Treccani.
(14) Drosdowski, Günther (Hrsg.). Duden. Etymologie. Herkunftswörterbuch der deutschen Sprache. 2. Auflage, Bibliographisches Institut, Mannheim 1989. Cit. in voce 12 p. 167.
(15) De Vries, Jan, and F. de Tollenaere. Van Dale’s Etymologisch Woordenboek. Van Dale Lexicografie, 1997. Cit. in voce 12 p. 167.
(16)  “Hag”. Etymonlinewww.etymonline.com.
(17) Cattabiani, Alfredo. Calendario: Le Feste, i Miti, le Leggende e i Riti dell’Anno. Oscar Saggi Mondadori, pp. 102–109.
(18)  “Santa Lucia.” Wikipedia: L'enciclopedia libera, Wikimedia Foundation.
(19) Sturluson, Snorri. Edda. A cura di Giorgio Dolfini, Adelphi, 2017, Gylfaginning, cap. 35, p. 84.
(20) Tacito, La Germania, a cura di Luca Canali, Ed. Studio Tesi, 1991, Cap. 40.1 p. 53.
(21) Emanuele, Claudia. Le divinità femminili del pantheon nordico. Edizioni La Zisa, 2015, p. 13.

Approfondimenti

Simone, Claudia Rose. “La Dama Bianca, l’antico culto della luce e le vere origini del Natale e dell’Epifania.” 8 dicembre 2022.
Simone, Claudia Rose. “Da Frigg, Freya a Herta. Studio sulla Regina Lucente dei Vani e degli Asi e sulla antica Madre Germanica.” 20 gennaio 2023.
Simone, Claudia Rose. “Le Dodici Notti d’Inverno.” 23 dicembre 2022.
Simone, Claudia Rose. “Cenerentola Lucifera. Dalle ceneri alla fiamma: uno studio di mitologia comparata.” 28 ottobre 2023.

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Testo di Claudia Rose Simone. Tutti i diritti riservati.

Crediti illustrazione: G. Tot.

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